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Magia di William Butler Yeats: il lato invisibile del sapere

29 Luglio 2026

Ho visto Magia di William Butler Yeats in un contenuto Facebook.

Il libro non era in primo piano, il gatto sì.
Ho visto Magia e ho pensato di comprarlo.
Tutto qui.

Gli dedico un post solo per verificare quanto abbia compreso del lato invisibile del sapere ivi raccolto.

Magia e la ricerca interiore di William Butler Yeats

Prima di esporre cosa ho capito di Magia di W. B. Yeats, l’ho schematizzato.

A sinistra ho collocato i contenuti più razionali, a destra quelli inconsci (o irrazionali) e, al centro, gli argomenti che non ritenevo categorizzabili secondo il metodo classico.
Infine, ho fatto convergere le linee tematiche verso Per Amica Silentia Lunae.
Un’introduzione generale alla mia opera l’ho lasciato sul fondo dello schema e, anche se la logica l’avrebbe posto all’inizio, l’intuito mi ha suggerito che stava bene dove stava.

Nell’Introduzione l’autore si colloca subito su un piano intermedio e, secondo tradizione (che non va intesa come un insieme di norme non opinabili) ammette:

“Non ho mai detto chiaro e tondo che condanno tutto ciò che non è tradizione […]”

Ciò significa che l’attenzione sul tema non segue una ratio e una logica tipica di classi di intellettuali con alto livello di istruzione e preferisce esplorare la materia umanistica attenendosi a dati che stanno al di fuori degli schemi convenzionali.

La scelta dell’argomento è sia individuale sia collettiva. W.B. Yeats scrive per sé e per chi potrebbe capirlo rispettando il credo e il ruolo che dovrebbe avere l’artista in società.

“Io dico […] che nostro primo compito è dipingere o descrivere persone, luoghi, stati d’animo desiderabili”.

Con un sussulto al cuoricino se penso all’intenzione di fare di ParoleOmbra un luogo di Racconti, immagini, persone, l’Introduzione di Magia si predispone ad accogliere (in modo molto parmenideo peraltro) tutto ciò che è e non è tradizione al fine di fornire al lettore quanto ha compreso di un personale ordine (o cosmo) interiore.

Magia studia le credenze con l’intenzione di assimilarle al credo che descrive.

“ Io credo nella pratica e nella filosofia di ciò che abbiamo convenuto chiamare magia […] e credo in tre precetti che trasmessi, come lo ritengo, dai primordi sono alla base di tutte le pratiche magiche […]

I confini della nostra mente si spostano di continuo e molte menti possono confluire l’una nell’altra e creare o rivelare un’unica mente, un’unica energia […]

I confini della nostra memoria si spostano anch’essi [e fanno parte della memoria della Natura stessa].

Questa grande mente e questa grande memoria si possono evocare mediante simboli”.

Dal razionale all’irrazionale, Magia parte dal cuore di un interrogativo: – come esprimere (portar fuori da sé) e narrare ciò in cui crediamo (dimostrando il fatto di esistere) ma che ci è invisibile agli occhi? –

La risposta sta nell’immaginazione, uno strumento e una peculiarità mentali capaci di rendere visibili realtà percepite, pensate o sognate confezionando per esso dei simboli precisi.

Il come ottenere i simboli giusti per far sì che le fantasie individuali e collettive non si confondano fra loro rendendo chiare le dinamiche che li connettono è possibile attraverso le arti e, nello specifico, tramite l’arte teatrale di cui W.B. Yeats ha fatto esperienza A Stratford-On-Avon. Un teatro lontano dalla cultura alta, strutturata, nota a molti e tipica dei grandi centri urbani e più vicino alle arti e alla vita di campagna, le sole che ancora possiedono le caratteristiche del sogno e della magia di esistere.

“[…] un uomo non si conosce dalle azioni […] poiché la ragione scopre appieno solamente l’utilità di quelle azioni prevedibili da tutte ammirate e poiché ogni personaggio andava giudicato dal rendimento nell’azione, la critica shakespeariana diventò una volgare adoratrice del successo”.

Il teatro, per W.B. Yeats, deve dunque ispirare ed evocare emozioni primordiali. Per Stella Adler, scopo del teatro era infondere vita emotiva nelle azioni da portare in scena. Per me, due concezioni del teatro fra loro complementari, l’una non esclude l’altra.

Tuttavia, la ricerca interiore di cui si sta leggendo in Magia è di Yeats, non della Adler. Per procedere, il primo sceglie come mentore William Blake e l’immaginazione. Il poeta per eccellenza, è l’artista ideale perché percepito come un simbolo profetico che è stato incompreso perché non aveva gli strumenti per esprimersi con chiarezza.

Ispirato da Blake, preso atto che è necessario un ritorno alle origini e all’essenza della natura umana, l’autore di Magia cerca nelle sue radici irlandesi i simboli che gli servono per coltivare e sviluppare la propria immaginazione. Questo concetto lo si può evincere leggendo L’elemento celtico in letteratura e L’irlanda e le arti. Capitoli dai quali, tuttavia, si traggono sia buone sia cattive notizie (fiori ed erbacce).

Di buono, Magia individua nell’Irlanda tracce di cultura celtica ancora miracolosamente intatta grazie al suo stretto legame con credenze che tramandano gli stati d’animo di chi (i druidi) venerava la natura cercando in essa i segni da seguire per far coesistere in armonia l’Umano e la Natura, la mente individuale e la mente collettiva, l’amore e l’odio.
Percependo che:

“L’esistenza era schiacciata dal vuoto delle grandi foreste e dal mistero di tutte le cose e dalla vastità dei suoi stessi desideri e dalla solitudine di tanta bellezza”

l’elemento celtico permane e viene tramandato nel tempo alimentando le reazioni che si sono opposte al razionalismo settecentesco e al materialismo ottocentesco attraverso la letteratura.

Le cattive notizie e che dei due sentimenti che bilanciano le passioni dell’anima (amore e odio) è prevalso l’odio. In ottica irlandese, è ciò che ha determinato la storia sanguinosa e turbolenta della patria d’origine dell’autore. In Irlanda, infatti:

“Le arti hanno fallito; a ogni generazione interessano sempre meno gente”.

Intenzione e scopo della vita di W.B. Yeats, dunque, era risvegliare l’interesse per le arti. Farlo equivaleva a liberare l’Irlanda stessa da uno stato d’animo roso dall’odio, dalla rabbia e (forse) dalla vergogna di essersi alla fine arresa alla cultura inglese ricordandole che la natura celtica delle cose sa che:

“l’arte non ha tribù, non ha nazione, è un fiore colto in terra di nessuno”.

Fissato il fine, Magia esplora le arti e il come si sono sviluppate al di fuori dei confini anglofoni per esprimere L’emozione della moltitudine.

Liquidato il teatro francese come non adatto allo scopo, W.B. Yeats si lascia affascinare da Certi nobili drammi in Giappone e, rimanendo aderente al concetto antico e occidentale sul quale si fonda Il teatro tragico, approfondisce il legame tra La poesia e la tradizione. In questi capitoli, l’autore indica ai suoi contemporanei un’azione precisa:

“Spingiamo le arti popolari verso un realismo più compiuto – una semplice questione d’onestà – perché le arti commerciali demoralizzano per compromessi, incompiutezza, idealismo privo di sincerità o eleganza, per la pretesa che l’ignoranza possa capire la bellezza”.

Fornisce un modello da seguire ricavandolo dal teatro Nō giapponese:

“La parola nō significa attitudine ed è la loro attitudine e quella di poche persone colte in grado di capire le allusioni letterarie e mitologiche e le antiche liriche citate nei discorsi o nel coro, la loro disciplina, parte della loro formazione”

e, infine, suggerisce il modo di condursi per agire secondo attitudine integrando ciò che di buono proviene dall’aristocrazia (belle maniere) dai campagnoli (credenze e belle storie) e dagli artisti per esprimere chiarezza e continuità politica.

Il modo di porsi consapevolmente e con equilibrio tipico delle menti libere e ben educate, W.B. Yeats lo individua nella cortesia.

“Nella vita la cortesia e la padronanza di sé, e nelle arti lo stile, sono le impronte percepibili di una mente libera, perché nascono ambedue da una forma ponderata imposta a ogni cosa e dal non lasciarsi sopraffare mai, a dispetto dell’emozione, dalla confusione e dall’ottusità.
I giapponesi hanno sempre annoverato tra le cose eroiche la cortesia […]”

L’intenzione che nasce dal cuore, l’azione ispirata da un modo consapevole di ciò che sente e l’idea di integrarle in una realtà che possa essere visibile a tutti determinano delle Scoperte ad alto rischio di fraintendimento.

Forse, quando W.B. Yeats scrive che:

“Se noi poeti intendiamo scuotere il popolo dobbiamo reintegrare l’uomo all’immaginazione”

intende proprio risvegliare dal sonno inconsapevole di sé per entrare in un sogno lucido che non è volto a sovvertire l’ordine visibile, a istigare una rivoluzione dal basso verso l’alto o a invitare un’imposizione dall’alto di un unica visione. In tale senso, il:

“non volevo ‘elevarli’ o ‘educarli’ ma far capire la mia visione”

dell’autore appare come una richiesta di ascolto e dialogo per riprogrammare l’immaginazione e le arti come mezzi per esplorare e comprendere il sapere conservato nelle credenze individuali e collettive.

Provando a semplificare, Magia auspica un risveglio spirituale e una visione che è comune e condivisibile lasciando integre (senza sminuirne o sopravvalutarne il valore) quelle che sono visioni e spiritualità meramente personali e soggettive.

Livellare la visione di cui Magia parla per renderla comprensibile solo sul piano critico non è utile. Alimenterebbe infiniti dibattiti su quale arte sia più valida (e quindi superiore alle altre).
Far uso di droghe per rimuovere gli ostacoli dello spirito critico per accedere velocemente a ciò che normalmente si tende a reprimere, nemmeno. Sarebbe solo una fuga temporanea dalla realtà che si vuole integrare.
Anche esprimere opinioni individuali per contestare l’opinione comune non aiuta, genera solo discussioni in quella che non è altro che una lotta tra ego.
Non sono questi gli scopi dell’arte.

“Fine dell’arte è l’estasi destata dalla presenza di una mente sempre mutevole di ciò che al mondo è duraturo o dallo stimolo capace d’innalzare quella stessa mente a un clima quanto mai esigente e delicato, che sempre l’accompagna quando cerca quelle cose ricorrenti e durature”.

Secondo W.B. Yeats:

“Tutta l’arte simbolica dovrebbe nascere da una credenza reale e che non possa farlo in quest’epoca dimostra che quest’epoca è una strada e non un luogo di riposo per le arti immaginative”.

Quale strada intraprendere per facilitare l’artista medium, Magia la cerca non solo in William Blake, il quale predicava la necessità di imparare a discernere, da dentro, le proiezioni proprie da quelle altrui, ma anche nello studio della filosofia mistica descritta in Swedenborg, i medium e i luoghi desolati.

W.B. Yeats, quindi, cerca egli stesso di mediare, per appurare la reale natura degli spiriti (buona o cattiva?) tra la visione profetica di Blake e quella metodica e analitica di Swedenborg. Secondo l’autore, gli spiriti esistono (credenza reale) ma per far sì che si rivelino hanno bisogno, per comunicare, di menti semplici e ignoranti (contadine) o istruite ma prive d’immaginazione (Swedenborg).

A questo punto di Magia, le Pagine da un diario del 1930 interferiscono con la ricerca dell’autore il quale sembra attraversare dei dubbi quando si trova a riflettere sul concetto di saggezza e su quanto le sue abilità dialettiche siano sufficientemente efficaci per esprimere un pensiero politico che rassicuri la comunità alla quale si rivolge senza dover per forza indicare da quale parte stare e/o dire in cosa è giusto o sbagliato credere.

“Io penso che le due concezioni, quello della realtà come una congerie di esseri, quello della realtà come un singolo essere, si alternino nel nostro sentimento e nella storia e debbano sempre restare qualcosa che la ragione umana, in quanto soggetta all’una o all’altra, non può riconciliare […]”

Malgrado il pensiero sconfortante, W.B. Yeats comunque, continua a desiderare una riconciliazione tra mente e natura individuale e mente e natura collettiva:

“Potessero i due impulsi, l’uno come l’altro parte della verità, essere riconciliati, se uno dei due dovesse prevalere, cesserebbe ogni vita”.

La sensazione che W.B. Yeats dubiti sul concetto di saggezza sembra data dal fatto che Yeats stesso sia incapace di condannare in toto il modello di pensiero prevalente portandolo ad esprimere incertezza (o poca fede) sulla capacità umana di evitare la guerra invece di cercare di capire le origini di tensioni sotterranee.

“Tutti sono dotati di ‘ragione’ ma non tutti hanno ‘i mezzi per esercitarla e i materiali, i fatti e le idee su cui esercitarla’ né tutti quelli che hanno i mezzi hanno ‘la forza dell’attenzione’”

è una frase che mi ha colpita molto. Su di essa si possono fare molteplici congetture per decifrarne il significato. La mia congettura è che la convinzione di W.B. Yeats in cui immagina la mente libera come qualcosa di illimitato abbia incontrato il limiti della comprensione umana intesa come quella capacità, sempre mentale, di integrare il diverso lasciandosi modificare in alcune sue parti. In fondo, quando impara a conoscere (facendo attenzione) la mente cambia ed è questa sua illimitata duttilità a renderla realmente libera.

È una congettura che mi solleverebbe dalla sensazione di fastidio provata dai miei stessi limiti cognitivi e dalla ricerca di appigli attraverso i quali orientarmi per procedere nei ragionamenti dell’autore.

“Alla fine di un’epoca o di una civiltà immagino una maturità […] della stessa civiltà un istante prima della sua dissoluzione o trasformazione, allorché potrebbe, laddove è più sensibile, sottomettersi non a questo o a quel tiranno esterno ma a un Essere o a un Olimpo da tutti condivisibile”

è un passaggio, per le similitudini con i concetti espressi ne La vita simbolica di Jung, che ho scelto per inoltrarmi nei Pensieri intimi di Magia. In questo capitolo, W.B. Yeats si definisce più un filosofo che uno scienziato lamentando la perdita e la nascita di civiltà che hanno sì dimenticato le antiche credenze ma che, inconsapevolmente, continuano a muoversi in esse considerando ragionevole ciò che non favorisce né progresso né evoluzione. Togliendo le parentesi, sono pensieri che Andrebbero evitati da politici e giornalisti.

Credo sia un compito che spetta a filosofi e artisti quello di interiorizzare gli stimoli esterni il tempo necessario per trovare i mezzi di esprimere pubblicamente ciò che significano e andando al di là dei fatti di cui politici e giornalisti sono portavoce.

Con Prometeo liberato, Magia riprende il filo del discorso di partenza cercando una via per riconciliare il dualismo che divide (e tormenta) la condizione umana in generale. Una ricerca che, come si può intuire, ripercorre le strade intraprese da altri poeti e artisti della parola.

Focalizzato su un termine che non riesce a comprendere, W.B. Yeats scrive che:

Shelley non era un mistico, il suo sistema di pensiero era costruito dalla facoltà logica per soddisfare il desiderio, non una rivelazione simbolica ricevuta dopo la sospensione di tutti i desideri”.

Diverse pagine, invece, sono state dedicate a Louis Lambert, personaggio de La commedia umana di Balzac nel quale sono infuse considerazioni filosofiche che si muovono tra spiritismo e animismo. Figura, a quanto pare, più congeniale all’approccio di W.B. Yeats, anche più dei russi.

“I russi ci fanno discutere un punto di vista dell’autore, Flaubert ha reso tutto etereo con la convinzione che la vita non è meglio dell’odore di cucina attraverso una grata. Ma a libro finito Balzac ci lascia in mezzo a una folla che riempie i palchi e i loggioni dell’Opera”.

Mentre pensavo che non sceglierei nessuna delle tre metafore qui espresse e cercherei un autore che le incorpori tutte, Magia lo scrive offrendo sei autori e opere utili allo scopo: Shakespeare, Le mille e una notte, William Morris, Omero e Balzac. I due mancanti, scrive W.B. Yeats, li ha dimenticati… 🙂

La rosa alchemica e Le tavole della legge li ho percepiti come un tuffo nella paura di toccare il fondo dell’animo umano e di abbandonarsi a fantasie eretiche pur di non ammettere di essere a un passo dalla follia e dall’autodistruzione.

Magia se ne esce conducendo alla porta dell’autore tre uomini colti, contadini irlandesi di formazione latina, che raccontano la versione demoniaca de L’adorazione dei magi.

In sintesi, è la storia di tre sacerdoti o sapienti che si ritrovano in una stamberga parigina per farsi dare una lista di nomi da una prostituta morente e dalla quale ottengono un unico nome, quello di un poeta simbolista che frequentava le Messe Nere.

Un monito, peraltro accennato all’inizio, a non inoltrarsi troppo in queste oscure materie se non si vuole perdere di vista lo scopo di base: la ricerca di equilibrio.

Per Amica Silentia Lunae tira le fila del discorso. Un discorso che, nel Prologo, è dedicato a un’unica persona al di fuori di sé e che è anch’essa assoggettata a un destino comune, Ego dominus tuus che, a sua volta, rappresenta il sentimento dal quale accettano di essere governati.

Magia poi confluisce nell’Anima Hominis in relazione all’Anima Mundi sintetizzando in poche pagine un processo che sta ancora attraversando, sul quale non può dire nulla di definitivo e che si limita a registrare cosa si è dissolto nel tempo dedicato a tale ricerca.

“Lo sforzo dei vivi consiste nel liberarsi da una sequela infinita di oggetti; quello dei morti da una sequela infinita di pensieri. Una sequela ne genera un’altra ed esse acquistano potere a causa di tutte quelle cose che facciamo non per il gusto di farle bensì per un bene immaginato”.

Se dovessi chiosare in poche righe Magia di William Butler Yeats direi che, a riguardo, vi è ancora tutto da capire e ben poco da dimostrare e, per il momento, va bene così. Credo…

Autore: William Butler Yeats
Titolo: Magia
Traduzione: a cura di Ottavio Fatica
Casa editrice: Adelphi
Collana: Biblioteca Adelphi
Pubblicazione: 2019
Pagine: 430
Prezzo di copertina: € 26

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