Il Silmarillion di John Ronald Reuel Tolkien è una lettura che volevo affrontare dal 2017.
Ora che sono trascorsi 9 anni posso scrivere di averlo letto, disporlo accanto a Lo hobbit e Il signore degli anelli e tirare le somme di ciò che ho appreso o compreso su una narrazione che ha reso il fantasy una letteratura di altissimo livello.
Questa non è una recensione.
Se sei un esperto del genere, ti chiedo di leggere con le pinze (e se possibile con benevolenza) le seguenti interpretazioni.
Il Silmarillion di J.R.R. Tolkien: editio princeps della letteratura fantasy
Tenendo presente che J.R.R. Tolkien, oltre che romanziere e poliglotta, era anche un filologo, mi è parso naturale considerare Il Silmarillion come l’editio princeps della letteratura fantasy.
La penso così perché la stesura del testo (rimasta incompiuta) iniziò quando l’autore era in trincea, nel 1917. Periodo non molto lontano dai precursori del genere rappresentati da George MacDonald (Le fate dell’ombra, 1858) Lewis Carroll (Alice nel paese delle meraviglie, 1886) e L. Frank Baum (Il mago di Oz, 1900).
Pubblicato postumo negli anni Settanta, la versione di Christopher Tolkien ha creato dibattiti controversi indicando il Silmarillion più una costruzione editoriale e arbitraria del figlio che una precisa ricostruzione filologica di un’opera rispecchiante l’ultima volontà dell’autore.
La filologia, per quel che so della disciplina, è estremamente rigorosa e inflessibile nei metodi e nei motivi in cui si esercita. In tal senso, la lettera di J.R.R. Tolkien all’editore Milton Waldman del 1951 non è una testimonianza sufficientemente valida per dimostrare una ricostruzione filologicamente ineccepibile.
Il fatto che il Silmarillion sia stato ricostruito da Christopher Tolkien lo rende, tuttavia, la versione più attendibile e comprensibile per gli estimatori del fantasy.
Per me, includere la lettera all’editore è un atto di onestà intellettuale tra padre e figlio, entrambi romanzieri, e verso i lettori. Un gesto che:
- onora il romanziere che ha dato forma e consistenza letteraria al fantasy che, peraltro, non nasceva per svagare le masse ma per protestare, contestare e mettere in discussione un sistema sociale ben preciso e derivante dalla Rivoluzione Industriale;
- toglie dal rischio di oblio un tassello importante del ciclo narrativo tolkieniano;
- regala ai lettori tracce e indizi che permettono piena libertà di scelta sul come applicare la fantasia e l’immaginazione necessarie per colmare i vuoti narrativi che incontreranno leggendo.
In generale, leggere il Silmarillion è affascinante più sul piano filosofico e teologico che su quello filologico. Mi è parso, inoltre, un libro strutturato sul concetto di trinità e sulla rivisitazione, in chiave fantasy, di alcune storie tratte dall’Antico Testamento.
Tre, ad esempio, sono le ere che il romanziere aveva in mente per il Silmarillion:
1. Ainulindalë, la cosmogonia del fantasy
Il canto universale pensato da Iluvatar, messo in pratica dai Valar e tre volte interrotto da Melkor, una delle divinità più potenti tra i suoi pari e molto simile alla figura di Lucifero, ha parecchi punti in contatto con la Genesi.
Similitudine che prosegue, forse variando un po’, con i temi della caduta di Melkor, della fondazione di Valinor e della Terra di Mezzo, luoghi pensati per accogliere i Primogeniti (gli elfi) e i Successivi (gli uomini), della creazione dei nani e della nascita di Telperion e Laurelin.
Nel mondo cosmologico di Tolkien, i motivi che determinano la caduta di Melkor si sovrappongono a quelli di Lucifero. Pressoché identico è anche il loro modo di operare: inducono alla tentazione con il fine di corrompere il creato insinuando nelle sue creature il sospetto che la realtà divina non sia così benevola come appare. In sintesi, tutte le azioni di Melkor e quelle dei suoi proseliti, sono dettate dalla cattiva fede.
Al contrario, la creazione dei nani è un esempio di ciò che probabilmente l’autore intendeva per buona fede.
I Valar, gerarchicamente simili alle schiere angeliche, credono in Iluvatar e si adoperano con gioia a concretizzare il piano divino condiviso.
Ciò non significa che non siano immuni dal desiderio di fare senza sapere.
In un eccesso di zelo e di impazienza per il desiderio di compiacere Iluvatar prima dell’arrivo degli Elfi, uno dei Valar crea i nani e, similmente alla storia di Isacco, si dichiara, una volta scoperto, pronto a distruggere ciò che ha realizzato. Iluvatar non glielo permette e concede anche ai nani il diritto di esistere.
La magnanimità divina, qui, la si può leggere come la capacità di concedere la possibilità di sbagliare e lasciare che il risultato dell’errore (se commesso in buona fede) abbia modo di emendarsi all’interno della storia.
La creazione di Telperion e Laurelin, gli alberi che scandiscono il tempo eterno, vengono invece graditi da Iluvatar.
Probabilmente, perché era nei suoi piani che i Valar li creassero così da lasciare a dei, elfi e uomini la possibilità di esplorare e meditare i temi dell’immortalità e della mortalità, della vita e della morte.
2. II Silmarillion ovvero la storia degli elfi
Se l’Era Zero è la fase teorica che precede la formazione del fantasy (Ainulindalë) dove non esistono tempi e spazi definiti, con la Prima Era (determinata dalle tre interruzioni cacofoniche di Melkor) i Valar creano gli spazi e i tempi per prepararsi alla Seconda Era, momento in cui l’arrivo degli elfi permetterà loro di meditare sul concetto di immortalità e comprendere le variazioni sottintese al piano divino.
Una variazione importante è il tipo di immortalità concessa agli elfi. I Valar sono eterni, non possono morire. Gli Elfi sono immortali ma possono morire sia in modo naturale (malattia) sia in modo violento.
I primi sono pensiero puro perfettamente integrati al sentire divino e alla comprensione di tutto, i secondi sono pensieri elevati che però corrono il rischio di essere corrotti da Melkor, interrotti dalla morte fisica o di disallinearsi con il cuore, le emozioni, i sentimenti…
La storia degli elfi, infatti, inizia con Finwe, padre di tre figli avuti da due madri diverse: Fëanor, Fingolfin e Finarfin.
La madre di Fëanor muore di parto e questo segna il primogenito che legato al padre Finwe (sa che ha rischiato di morire di dolore prima di risposarsi) fatica a relazionarsi in modo spontaneo e naturale con i fratelli che, peraltro, lo amano alla follia.
Fëanor non è immune ai sentimenti e per contrastare la rabbia e la colpa che scorre latente verso i fratelli e la madre, genera sette figli (Maedhros, Maglor, Celegorn, Caranthir, Curufin, Amrod e Amras) e crea i Silmarill.
Nucleo della maledizione che cadrà sugli Elfi di Valinor per poi amplificarsi e mescolarsi con gli Elfi rimasti nella Terra di Mezzo sta nel dove Fëanor riporrà il suo cuore. Un cuore che sceglierà i Silmarill, pietre splendide che non possono essere distrutte.
Ciò che non può essere distrutto, secondo la logica di Fëanor, non può essere perduto come è accaduto con la madre.
Ovviamente, è su questo primo squilibrio che Melkor farà leva per rompere l’incantesimo di Valinor.
Con l’uccisione di Finwe, il furto dei Silmarill e l’avvelenamento di Telperion e Laurelin, inoltre, il maligno farà in modo che un gruppo di Primogeniti si allontani dalla protezione dei Valar inducendoli a trasferirsi, con intenzioni bellicose, nella Terra di Mezzo.
Fëanor, fratelli e figli dei fratelli (Fingolfin – Fingon, re dei Noldor, Turgon, signore di Gondolin e Arendhel, la bianca; Finarfin– Finrod, Felagund, Orodreth, Angrod, Aegnor e Galadriel) si getteranno all’inseguimento di Melkor senza riflettere sui sentimenti che stanno provando e senza sapere che, in questo stato d’animo, il loro ingresso nella Terra di Mezzo porterà ciò che lo stesso Melkor desiderava fin dalla genesi del Silmarillion: interrompere l’armonia universale.
L’intento di Melkor riesce fino a un certo punto perché, sebbene separati per secoli, il primo contatto tra gli elfi di Valinor e gli elfi della Terra di Mezzo non andrà oltre l’iniziale diffidenza e qualche incomprensione.
Tra di loro si celebreranno matrimoni e, con i nani, ci saranno scambi per lo più di natura pratica ma mai guerre vere e proprie.
In comune hanno la convinzione (giusta) che il vero nemico della storia sia Melkor e si creeranno delle alleanze per combatterlo. Alleanze i cui equilibri, per chi conosce la natura della maledizione che grava su Fëanor e familiari, risulteranno tuttavia più fragili di quanto appaiano.
È in questo scenario composito e sfumato che entreranno in scena gli Uomini.
Per Melkor, i Successivi non hanno alcun valore. In fondo sono deboli di mente, emotivamente instabili, fisicamente deboli e caratterizzati da esistenze ridicolmente brevi. In pratica, creature usa e getta, facilmente impiegabili ma non fondamentali per la sua guerra contro elfi, nani, Valar e Iluvatar stesso.
Per il Silmarillion, invece, l’Umanità sarà un elemento preziosissimo per far scendere in campo i Valar stessi.
A un prezzo altissimo e in un lasso di tempo incalcolabile, Melkor verrà quasi del tutto annientato.
Ciò avverrà solo grazie a quei pochi uomini, gli Edain, che, senza sapere, apprenderanno dagli elfi i valori e gli ideali che nascono dall’incontro di creature diverse, dalla curiosità e dal desiderio di apprendere i segni e i linguaggi del mondo in cui vivono e di armonizzare il mondo delle idee con quello dei sentimenti.
Quando l’umano incontra l’elfo, in sostanza, inizia l’era in cui tutti hanno la possibilità di esistere e ciò crea un dilemma molto affascinante e, da sempre, correlato al tempo.
Gli elfi ne hanno in abbondanza per studiare e preservare la vita e sono liberi di andare e tornare a Valinor, anche se essa è stata oscurata.
Gli uomini hanno pochissimo tempo per dare alla vita, nel bene e nel male, senso e completezza. Valinor è a loro preclusa. Tuttavia, per aver contribuito a liberare la Terra di Mezzo dalle influenze nefaste di Melkor, si sono guadagnati un piccolo riconoscimento: un’isola il più vicino possibile a Valinor e una vita insolitamente lunga.
3. Akallabêth e la caduta di Numenor
Con Akallabêth e la caduta di Numenor ha inizio la Terza Era, quella in cui emergono le tre casate di uomini che si allearono alle più nobili casate elfiche permettendo il ricongiungimento con Valinor, la terra degli dei.
Se le prime due ere che compongono il Silmarillion ricordano storie bibliche e, tenendo presente che J.R.R. Tolkien rifuggeva le allegorie e lo stile fiabesco, l’epoca che va dalla fondazione di Numenor alla creazione degli Anelli mi è apparsa una rivisitazione, sempre in chiave fantasy, della filosofia antica.
Le tre fasi di Numenor:
- Acquiescenza (obbedienza ai moniti dei Valar e pacifica esplorazione delle coste della Terra di Mezzo);
- Obbedienza coatta (una vita lunga ma non infinita induce all’avidità e al desiderio di infrangere il divieto di sbarcare a Valinor);
- Ribellione (o frustrazione fomentata dalle macchinazioni di Sauron, unico alleato e fedele a Melkor rimasto operativo)
ricordano un po’ il pensiero aristotelico e le idee che aveva riguardo a forme di governo e strutture sociali.
Ricordano ma, ammetto di non essermi soffermata più di tanto su questo aspetto.
Leggendo le ultime pagine de Il Silmarillion, infatti, ho preferito vagare di fantasia cercando in in alcuni dettagli risposte ad altrettanti interrogativi:
- I nani… se la loro stirpe viene annientata nel Silmarillion, perché compaiono ne Lo hobbit e ne Il signore degli anelli? E se discendessero da Hurin e sua sorella Niniel? È un vuoto narrativo che richiama il tema dell’incesto. Un limite che l’anima tolkeniana (cattolica) non è riuscita a superare con la fantasia? Un richiamo all’imperfetta creazione del Valar poi perdonata da Iluvatar o un appunto sul tema del diverso e dell’informe in attesa di essere rielaborato e armonizzato alla trama?
- Perché le origini dei maghi buoni sono misteriose? Perché Gandalf viene detto Mithrandir? E se viene di là dal mare, potrebbe essere un numenoreano superstite? Ciò che possiede è un indizio a identificarlo come il numenoreano che violò, a scopo protettivo e in fin di bene, il divieto di mettere piede a Valinor? Due soli uomini riuscirono in questa impresa: Beren e Amandil (il padre di Elendil, il nonno di Isildur e Anárion. Tutti discendenti di Elros, fratello di Elrond). Gandalf centra qualcosa con Amandil?
- E poi, questi dettagli, da chi furono scritti? Da J. R. R. Tolkien o dal figlio?
Non riesco a smettere di fantasticare.
Se vuoi, continua o finisci tu.
In fondo, i Silmarill non sono stati distrutti e Il Silmarillion dei Tolkien rimane a disposizione di chi legge e che, rispetto alle verità nascoste e tramandate dalla letteratura, ha vita breve.
Autore: John Ronald Reuel Tolkien
Titolo: Il Silmarillion
Titolo originale: The Silmarillion
Traduzione: Francesco Saba Sardi (edizione a cura di Christopher Tolkien)
Casa editrice: Bompiani
Pubblicazione: marzo 2015 XI edizione
Pagine: 679
Prezzo di copertina: € 13





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