Perché L’arte della recitazione di Stella Adler appare su Parole Ombra?
Perché, considerato che la letteratura deriva dal teatro e che l’arte, in genere, prende spunto dalla vita vera per esprimere ciò che si è compreso del mondo e dell’umanità, mi è parso un libro utile non solo per gli attori ma anche per chi legge.
L’arte della recitazione e il metodo Adler
Stella Adler dichiara più volte di non essere un’insegnante di recitazione.
Secondo quanto espresso da Howard Kissel nell’Introduzione al libro, per Stella Adler L’arte della recitazione ha il compito di formare, psicologicamente e fisicamente, esseri umani in grado di comunicare, attraverso il teatro, verità universali.
Compito arduo che la Adler interpreta facendo leva sulla sua cultura ebraica e teatrale.
Figlia di attori yiddish formatisi nel solco della tradizione teatrale inglese, attrice professionista e studiosa del metodo Stanislavskij, Stella Adler racchiude in sé tutto o quasi tutto quello che c’è da sapere sul teatro.
“Per diversi millenni gli ebrei hanno cercato la verità nei testi sacri […] Stella Adler aveva una concezione alta del teatro. Era fermamente convinta che il teatro fosse un mezzo per scoprire e diffondere la verità”.
Non insegna recitazione perché è consapevole di avere le competenze per trasmettere il cosa significa essere e diventare attori.
“Per la Adler recitare voleva dire agire. Le azioni, diceva, generano emozioni sia nell’attore che nel pubblico. Se l’attore comprende la natura delle azioni che esegue, aiuta il pubblico a capire più a fondo il proprio comportamento”.
Il metodo adleriano così introdotto opera su due livelli, mentale e corporeo, e si sviluppa in 22 lezioni scomposte e intersecate fra loro.
Mission finale, formare attori e attrici coscienti di sé e dell’importanza della loro professione per il mondo.
Primi passi sulla scena e Il mondo del palcoscenico non è il vostro mondo
Con le prime due lezioni, L’arte della recitazione chiarisce che per preparare la mente dell’attore è necessario liberarsi dell’Ego.
In quanto atteggiamento con il quale ci si rivolge alla società per affermarsi su di essa, l’ego, in effetti, non è in grado di accogliere e comprendere le idee e le verità racchiuse nei testi letterari e teatrali.
In poche parole, la recitazione tramite ego non comprende, finge di averlo fatto. Esprimersi attraverso l’ego modifica le verità in menzogne tradendo così sé stessi, gli altri e lo scopo del teatro.
Un attore che dà importanza al proprio ego, dunque, non è un buon attore.
Un bravo attore, invece, è importante quando riesce a diventare le idee e le verità da mettere in scena e a trasmetterle al pubblico per quello che sono, con autenticità. Questo perché ha chiaro in sé qual è lo scopo e il senso del teatro:
“La parola teatro deriva dal termine greco théatron, che significa luogo da cui guardare. È il luogo in cui la gente va per capire la verità sulla vita e la situazione sociale. Il teatro è una radiografia spirituale e sociale del suo tempo”.
Messo da parte l’ego, Stella Adler assegna il compito di leggere Il profeta di Khalil Gibran perché in esso vi sono racchiuse le tematiche che l’attore, attraverso lo studio dell’opera drammaturgica, attraverserà.
“I saggi dovrebbero consentirvi di stringere un legame con delle idee perché l’attore deve farsi personalmente coinvolgere dalle idee dell’autore.
[…]
Non avete il compito di mostrarci quanto siete intelligenti e sofisticati, che siete in grado di usare paroloni.
Le idee (dell’autore) devono essere chiare come se fossero vostre.
Io devo sentire che per voi è necessario parlarne.
L’idea non va espressa con solennità ma, piuttosto, va descritta in modo che risulti comprensibile al pubblico”.
Per far ciò, dunque, l’attore deve essere in grado di creare le circostanze per divulgare concretamente un messaggio importante tenendo presente anche che il palcoscenico, di per sé, è irreale.
Recitare vuol dire agire e L’attore deve essere forte
Come trovare un equilibrio tra ciò che è irreale e ciò che non lo è, senza perdere di vista lo scopo più profondo e autentico del teatro? Facendo leva sull’immaginazione.
“L’immaginazione è la capacità di ricordare cose a cui non si è mai pensato. Per riuscirci facilmente dovete capire quanto è potente la vostra memoria. Avete un tesoro di cui ignorate l’esistenza, perché la memoria di un uomo è tale che egli non dimentica nulla di ciò che ha visto, sentito, letto o toccato.
Voi usate solo una minuscola parte di ciò che conoscete. E non c’è nulla che non conosciate.
È tutto custodito in voi.
Non dovete far altro che ricordare”.
Per L’arte della recitazione l’immaginazione non è solo creativa ma anche mnemonica ed è tutto quello che l’attore ha a disposizione per essere forte al punto da riuscire a convincere il pubblico che egli è il personaggio che interpreta. Ciò rivela sì un’alta concezione del teatro ma, anche, un’alta considerazione del pubblico e del suo senso critico.
“Recitare non vuol dire semplicemente imitare i comportamenti di ogni giorno. Vuol dire catturare l’essenza. Vuol dire comunicare al pubblico il pensiero che sottende l’azione”.
Utilizzando azioni e parole, l’attore deve:
- saper mostrare in un luogo irreale la realtà e la verità di ciò che il drammaturgo ha da dire su un determinato tema;
- catturare l’attenzione sui temi trattati;
- farsi ascoltare per tutta la durata della rappresentazione;
- saper controllare ogni singolo movimento del corpo e adattarlo agli obiettivi (mentali) sopra elencati.
In sintesi, l’attore si sottopone a una fortissima pressione psicologica che non deve assolutamente trasparire dal corpo.
Sviluppare l’immaginazione e Appropriarsi del testo
Appurato che l’azione parte sempre dalla mente e che alla mente spetta il compito di coordinarsi alla memoria del corpo, Stella Adler spiega come sviluppare l’immaginazione per ingannare il corpo e costringerlo a muoversi come se avesse fatto esperienza diretta della narrazione da interpretare.
“L’attore non può permettersi di rivolgersi solo alla sua vita per ottenere il materiale di cui ha bisogno né attingere solo al suo bagaglio di esperienze personali per trovare soluzioni recitative e sentimenti”.
Per questo l’attore:
“[…] non può essere ignorante.
[…] deve leggere, deve conoscere l’arte e la musica […]”.
Di conseguenza, appropriarsi del testo significa non fermarsi alla superficie delle parole ma saper leggere tra le righe impedendo all’ego di fraintendere le idee e le circostanze insite nell’opera teatrale.
Imparare le azioni, Rendere le azioni fattibili e Creare un vocabolario di azioni
Le azioni, in campo recitativo, servono anche per dare al pubblico la possibilità di scegliere quale opinione espressa dai personaggi sia la più veritiera.
Le azioni di base per offrire agli spettatori punti di vista diversi sui quali ragionare sono quelle del parlare, del chiacchierare, del conversare, del discutere e del litigare.
La Adler le analizza una per una estrapolando i diversi effetti che tali azioni ispirano quando vengono messe in scena con il fine di attrarre, respingere o moderare l’attenzione sul tema.
Quando Stella Adler conclude la lezione dicendo:
“Per voi non è facile comprendere l’azione del ‘discutere’ perché in questo paese non si discute. Si litiga. Sembriamo tassisti. Noi americani siamo poco inclini all’ascolto. L’azione del ‘litigare’ nasce da quella del discutere. Quando si litiga si ascolta poco e non ci si controlla. Si pensa solo ad aggredire. E non si aspetta il proprio turno di parlare”.
comunica agli attori a quali ideali artistici devono ispirarsi per farsi ascoltare.
Analizzate le prime azioni da imparare, L’arte della recitazione si pone l’obiettivo del come renderle fattibili tenendo presente anche che ve ne sono alcune di particolarmente insidiose come quelle del rievocare e del sognare.
L’insidia delle azioni del rievocare e del sognare risiede nell’astrazione.
Un attore o un’attrice che si espone al pubblico, infatti, non può permettersi di perdere la percezione del proprio corpo.
“Quando si è in scena bisogna sapere cosa si sta facendo, dove lo si sta facendo, quando e perché lo si sta facendo. Ma non si sa il come lo si sta facendo. Il come è spontaneo e imprevedibile”.
In teoria, l’intenzione di Stella Adler è di far comprendere che L’arte della recitazione richiede al professionista la capacità di diventare le azioni che è chiamato a interpretare traducendole in movimenti, gesti e parole precisi, attinenti al testo.
Giustificazioni immediate e giustificazioni interiori (per) Complicare le azioni
Un suggerimento sul come gestire le azioni, anche le più rischiose, è giustificarle prima di metterle in pratica.
Secondo Stella Adler esistono due tipi di giustificazioni:
- immediate, si basano sulla realtà circostante rappresentata da scenografia, oggetti di scena, compagno di recitazione. Sono le “più semplici” in quanto la realtà (teatrale) offre ciò che serve per far reagire di conseguenza il personaggio, allinearlo al contesto e al testo;
- interiori, si basano sulla realtà interiore (del personaggio) e iniziano prima di entrare in scena. Sono importanti per dare al pubblico una percezione di realismo. A salire sul palco, infatti, non è un attore o un’attrice ma il personaggio stesso che arriva da un luogo ben preciso, senza sapere di essere visto, osservato o atteso.
In sintesi, le giustificazioni immediate accendono l’azione e servono per concentrarsi su ciò che si ha di fronte. Le giustificazioni interiori mantengono l’azione facendo leva sul perché un’azione deve essere fatta in un certo modo.
Complicare le azioni e Dare grandezza alle azioni
Una volta appreso e sviluppato un’immaginazione tale controllare la mente e il corpo al dove, al cosa, al quando e al perché, attori e attrici devono muoversi nel personaggio senza fingere di essere il personaggio. In questo senso, L’arte della recitazione consiglia di Complicare le azioni.
“Il grande paradosso della recitazione è che l’attore deve comportarsi in modo realistico in un ambiente irreale, immaginario”.
Obiettivo del libro non è risolvere il paradosso della recitazione ma viverlo in tutta la sua complessità:
“Non sempre l’azione è costituita da una grande verità. Spesso è fatta da tante minuscole verità. Basta saltarne una per sentirsi turbati, sconvolti. Ci sono sempre molte piccole verità in scena e talvolta ci sfuggono”.
La mente di chi recita è così indotta a non semplificare e a predisporre il corpo ad assorbire ed esprimere, senza filtrare con il pensiero personale, le idee, i sentimenti e le emozioni dell’opera e dell’autore. È a questo scopo che l’attore e l’attrice devono tendere per controllare il linguaggio del corpo.
Chi recita, non esiste. Appare solo per mostrare altre verità attinenti al personaggio, mai alla persona.
“Per recitare è necessario essere creativi e compassionevoli. La recitazione deve mirare a dare maggiore significato alla vita non a svilirla. La ricerca dell’attore è una generosa ricerca di un significato più ampio”.
L’attore non giudica il personaggio e la bravura nel comprenderlo si misura nella capacità di celare il confine che distingue l’interprete dall’interpretato.
Comprendere il testo e Tratti caratteriali
Comprendere il testo è importante anche per chi legge ma non vi si arriva facilmente. Diverse sono le vie per raggiungere l’obiettivo e diversi sono i luoghi in cui avviene la fusione con la realtà artistica.
Per chi legge, comprendere è un’azione che si svolge dall’interno e il libro è lo strumento più potente per mettere a tacere sia l’ego sia i condizionamenti sociali esterni. Chi legge, inoltre, ha libertà di scelta sia prima sia dopo la lettura. Prima può decidere se val la pena ascoltare e lasciarsi condizionare dal testo e, dopo, può scegliere se tenere o abbandonare le idee o i sentimenti attraversati in autonomia. Nessuno obbliga un lettore a essere un libro e a nessun lettore è vietato di esprimere l’opinione che ha sviluppato in merito.
Per chi recita, comprendere il testo è un modo per interiorizzarlo e, al contempo, per usarlo come scudo nel momento in cui agisce per trasmetterlo al mondo esterno.
“Gli attori migliori sono quelli che riescono a scorgere ciò che si nasconde dietro le battute”.
Chi recita, tuttavia, non ha le libertà soggettive di chi legge. Sarebbero d’intralcio per svolgere bene il compito di far comprendere.
I lettori hanno la libertà di giudicare o criticare un’opera, gli attori no. Sono:
“[…] obbligati a conferire universalità e maestosità alle idee del drammaturgo”
Spetta al pubblico giudicare il personaggio. L’attore è solo un tramite.
Il pubblico, tuttavia, non è sempre come L’arte della recitazione se lo immagina perché non è composto solo da chi ha una conoscenza altissima e profonda del teatro e dell’arte in genere.
“Da queste parti concepiamo il teatro come un luogo di divertimento. E il nostro è il pubblico peggiore del mondo. Il nostro pubblico non conosce gli attori, i quali a loro volta non conoscono gli autori.
L’intenzione dei grandi drammaturghi non era quella di divertire la gente ignorante.
Il teatro era considerato un podio dal quale ci si poteva rivolgere al mondo intero.
L’attore deve capire quali sono le idee che l’autore vuole comunicare attraverso i suoi personaggi.
[…]
Gli attori sono agenti sotto copertura. Dovete costantemente spiare le persone, studiare le loro caratteristiche.
[…]
L’opinione che tu hai di una persona ti induce a comportarti in un certo modo verso di essa. Non è ciò che la persona dice, ma la tua reazione a ciò che dice a creare il tuo atteggiamento verso quella persona”.
Correndo il rischio di semplificare, L’arte della recitazione sta dicendo che le reazioni dei personaggi comunicano ciò che il drammaturgo pensa della società nel suo insieme. Sono obiezioni critiche.
Lo scopo è chiaro e dichiarato, all’autore teatrale non interessa intrattenere e divertire il pubblico ma vuole che rifletta.
A non tutti piace riflettere e, forse, questa è una delle verità più scomode che esistano al mondo.
Gli attori danno vita al contenuto dei libri e si assumono la responsabilità e la difficoltà di renderlo comprensibile, anche per chi ignora le dinamiche di cui si parla.
Una difficoltà che incontra anche chi ama leggere di per sé portandolo a cercare altri lettori con cui condividere o confrontarsi su quanto ha compreso di un romanzo. Una difficoltà che può anche condizionare il cosa leggere.
Una difficoltà che il lettore può ignorare per far bella figura o per non ammettere di non aver capito quello che ha letto o che può provare ad affrontare. Con Lo zoo di vetro di Tennessee Williams provai la seconda opzione. Risultati scarsi, vero. Però ci ho provato. 🙂
L’attore no, non può permettersi di ignorare questo specifico aspetto di un testo, non può permettersi di fraintendere l’autore e non può sperare di avere successo modificando il personaggio per intrattenere il pubblico.
Vestire il personaggio e Capire il ritmo del personaggio
Chiarito in teoria cosa l’attore può fare e cosa non deve violare per svolgere al meglio il proprio compito, L’arte della recitazione introduce alla pratica del Vestire il personaggio nel senso letterale del termine.
Stella Adler, conscia del fatto che:
“L’uomo di oggi è una creatura abitudinaria. Sente le opinioni altrui e le adotta. […] può agire per una moltitudine di ragioni, ma raramente è un’idea che lo spinge ad agire”
spiega che recitare è un po’ come dimostrare che si è consapevoli anche di ciò che si indossa e che si conosce perfettamente anche cosa determinati abiti simboleggiano.
Per questo gli allievi sono invitati a indossare e a presentarsi con gli abiti di ecclesiastici, re e regine, guerrieri: perché facciano esperienza diretta di cosa significa far parte di epoche in cui le classi sociali avevano un determinato potere e per Capire il ritmo di un personaggio.
Un semplicissimo, efficace (e geniale) esercizio di empatia pratica.
Gli attori sono…
Nelle lezioni successive, l’esercizio di empatia pratica si allinea all’essere empatici con la mentalità aristocratica, ecclesiastica e guerriera. Classi sociali di altre epoche che simboleggiano, rispettivamente:
- la nobiltà d’animo, la conoscenza, il rispetto del corpo e il senso del dovere e del tramandare gli ideali e “i più alti valori della civiltà”;
- la civiltà, l’umiltà e lo spirito di sacrificio esercitati tramite la rinuncia dell’ego e dei piaceri terreni;
- il coraggio di osare e di combattere per gli ideali e i valori in cui si crede;
In questa parte, L’arte della recitazione osserva queste mentalità solo attraverso il punto di vista positivo, alto, in linea con la concezione che la Adler aveva del teatro. Per rafforzare questo punto di vista che esclude i lati oscuri delle suddette mentalità, il libro trae ispirazione da una figura realmente esistita, Giovanna d’Arco.
“A renderla davvero eccezionale era la sua capacità di pensare lucidamente e di comunicare i suoi pensieri a migliaia di uomini, i quali accettavano di farsi comandare da lei. Era una giovane contadina con una mentalità aristocratica. […] Dovreste ispirarvi a lei. Si considerava portatrice di verità”.
Chiuso il cerchio nel quale si è affrontato il concetto di teatro come luogo da dove divulgare verità universali, Stella Adler svolge un ultimo compito: formare gli allievi al cambiamento della realtà teatrale.
Il metodo Stanislavskij, i drammi realisti (e il come) Rappresentare in scena le classi sociali
Per Stella Adler, cresciuta nel solco della più pura tradizione teatrale, il metodo Stanislavskij era la sua nemesi ma è grazie ad esso che poi fondò una scuola che tuttora porta il suo nome.
In sostanza, Stella Adler ebbe la fortuna e il coraggio di affrontare Stanislavskij di persona e dirgli che a causa sua aveva imparato a odiare ciò che aveva sempre amato con tutta l’anima, il teatro.
Fortuna volle che, probabilmente, Stanislavskij capì cosa Stella Adler intendesse dire realmente e, se le chiese di diventare sua allieva fu, sempre probabilmente, perché dimostrò in una battuta di avere il coraggio di cogliere e rappresentare le verità dei drammi realisti.
Drammi che facevano entrare in scena le verità e le bugie di una nuova classe sociale, senza cultura né valori ma non meno reale di quelle tradizionali, la borghesia.
“ Mi fece capire quanto fossero importanti le circostanze. Diceva che il dove sei determina chi sei, come ti comporti e ciò che puoi essere”.
In verità, ne L’arte della recitazione il termine specifico di borghesia non compare da nessuna parte. Eppure c’è, esiste e Stanislavskij fu il primo ad accorgersene:
“Stanislavskij capì che era necessario abbandonare la recitazione tradizionale. […] doveva trovare una nuova tecnica che gli permettesse di interpretare ogni genere di opera”.
perché:
“La classe media era interessata al successo. Il resto, in particolare la crescita personale e l’arte, non contava”.
Stella Adler, forse, capì che Stanislavskij aveva colto una verità che lei disprezzava: il teatro come lo conosceva lei era in crisi e lui, che stava studiando un metodo per salvarlo, accolse la sfida di farle da mentore.
Questo è ciò che mi ispira l’azione del dovere riportata a questo punto del libro che, purtroppo, sta volgendo al termine.
Rappresentare in scena le classi sociali
L’ultima lezione de L’arte della recitazione sembra la meno importante. Il soggetto da studiare è la classe contadina e il messaggio di Stella Adler richiede all’attore di sacrificare oltre che l’ego, l’opinione che ha del pubblico.
“Dovete smetterla di pensare che esistano persone ‘inferiori’. Il contadino è diverso”.
Quello che viene scritto in merito alla mentalità contadina (contatto con la natura, semplicità d’animo, senso di comunità) ispira un tocco quasi materno, protettivo del metodo adleriano.
Per tutta la durata della lettura de L’arte della recitazione, infatti, Stella Adler agisce come se volesse togliere di mezzo l’aspirante attore (la persona che desidera diventare un attore ma è ancora fermo al suo essere persona con carattere, esperienze e condizionamenti personali) per testare quanto vera e motivata fosse la vocazione alla recitazione.
Se l’ultima lezione appare premurosa forse è perché si sta rivolgendo agli allievi che sono riusciti ad andare fino in fondo. Lei può permettersi di dire:
“Se come attori avete fatto il vostro dovere, non avete motivo di essere umili nel proporvi agli agenti, ai registi, ai produttori.
É solo quando smettete di pensare alla vostra tecnica, quando la userete in modo inconscio, che potrete stare in scena.
Liberate il vostro talento e lasciatelo lavorare.
Il vostro vero obiettivo è quello di non recitare.
Se darete l’impressione di non recitare otterrete successo.
Ma il successo è transitorio.
E nessun attore è mai del tutto convinto della sua bravura.
[…]
La tristezza è connaturata nell’attore e ciò lo aiuta a comprendere, ma non a vincere.
L’attore ha un aspetto distinto, ma non ha l’aria di chi ha vinto.
L’attore paga un prezzo e quel prezzo è il suo cuore”.
In pratica, gli attori e le attrici formatisi alla Stella Adler Studio of Acting sono dei sopravvissuti…
In conclusione, perché leggere L’arte della recitazione?
Per tanti motivi più o meno importanti.
Per me, è (d’impatto) un’ottima risposta ai non lettori, quelli che suggeriscono a chi legge di imparare a vivere perché la realtà non è nei libri, e ai lettori che pensano di capirne più di altri lettori riguardo ai medesimi libri. Ci sarebbe di più ma quasi 4000 parole per strutturare un post blog dedicato a Stella Adler mi paiono abbastanza, 🙂
Per te?
Autore: Stella Adler
Titolo: L’arte della recitazione. L’altra faccia del metodo. Un classico della pedagogia teatrale
Titolo originale: The Art of Action by Stella Adler. Compiled and edited by Howard Kissel
Traduzione: Cristian Caira
Casa editrice: Dino Audino Editore
Pubblicazione: novembre 2025
Pagine: 166
Prezzo di copertina: € 20





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