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Confini, da Gauguin a Hopper: alcuni appunti

30 Gennaio 2026

In una bella, limpida e fredda mattina di gennaio ho colto il momento e sono andata a visitare Confini, da Gauguin a Hopper a Villa Manin.

Rispettando il divieto di fotografare, ho usato il telefono come un taccuino e, in questo post, raccolgo alcuni appunti su come ho fruito la mostra e le opere in essa raccolte.

I confini tracciati a Villa Manin: spazio e tempo

I confini tracciati a Villa Manin non seguono un andamento cronologico lineare. Opere ottocentesche e novecentesche e rispettivi movimenti artistici sono accostate per similitudini concettuali anche se appaiono mescolate fra loro, senza particolari distinzioni.

Ciò che mi ha affascinata è come artisti diversi abbiano indagato, attraverso la rappresentazione di volti e spazi aperti, i confini che si suppone esistano tra mondo interiore ed esteriore, conscio e inconscio, spirito e materia, cielo e mare.

I primi confini (che collocherei nel campo della psiche) sono tracciati dalle opere di Alberto Giacometti (1901 – 1966) Francis Bacon (1909 – 1992) e Amedeo Modigliani (1884 – 1920). Importanti, per essi, gli occhi poiché, secondo quanto riportato nei tabelloni esplicativi:

“con uno guardi lontano e con l’altro dentro di te”.

Osservando i quadri, tuttavia, non ho percepito questa doppia visione. Uno dei ritratti di donna di Modigliani, per l’assenza di pupille, mi ha comunicato chiusura, vuoto d’anima, inaccessibilità. Le altre opere, tristezza, resa e malinconia e, per quanto riguarda Van Gogh, disperazione e tormento.

Affascinanti invece le opere che fanno riferimento alla Hudson River School, la scuola di realismo americano che, a sua volta, trae ispirazione dai paesaggi romantici dell’Ottocento. È un filone artistico che non conosco e che mi piacerebbe molto approfondire ponendo l’attenzione, in particolare, sulle opere di Winslow Homer (1882 – 1967) Frederic Edwin Church (1826 – 1900) ed Edward Hopper (1882 – 1967).

Per Mezzogiorno in punto di Hopper ho provato stupore e attrazione per linee, luminosità, stesura del colore. Le sue opere sembrano invitare l’osservatore a toccare la tela per indurlo a superare il confine tattile che ispira e a verificare con mano (e non solo con gli occhi) la presenza di discrepanze o punti di rottura tra la materia e lo spirito fusi su una superficie liscia e piatta.

Per paradosso, i quadri di Hopper, coloristicamente levigati e compositivamente inflessibili, mi hanno ispirato un forte senso di infinito e libertà. Una fruizione così, di un’opera d’arte, non me la sarei mai immaginata.

Nelle sale dedicate prevalentemente al Romanticismo e al secolo della natura e della meraviglia che essa ispira nell’artista ho contemplato con piacere Nebbia mattutina di Caspar David Friedrich e Tra le montagne di Albert Bierstadt. Tornavo indietro, per guardarli ancora. Pur trovando molto belli i Turner, i Bonnard, i De Staël e i Monet esposti, queste due opere mi hanno incantata e mi sono parsi paesaggi magici, di quelli che mi aspetterei di trovare nei libri di Tolkien o Michael Ende.

Condivido anche il commento sfuggito a un fruitore accanto a me che ha definito spettacolare questa sezione di Confini.

Per me, spettacolare è anche Il naufragio di Frederic Edwin Church. La sua nitidezza e luminosità pare sfidare un altro tipo di confine, quello tra pittura e fotografia.

Su Boudin e Rothko e le loro rappresentazioni di psiche e cielo non mi sono soffermata più di tanto. Li ho trovati troppo cupi e spenti per lo stato d’animo che provavo in quel momento che, tuttavia, si è un po’ risollevato guardando i quadri di Gauguin.

Nell’insieme, la mostra Confini, da Gauguin a Hopper ha soddisfatto ciò di cui avevo bisogno nel momento in cui ho deciso di seguire il percorso allestito a Villa Manin. Un allestimento che rende relativo il concetto stesso di confine nel quale, come fruitrice, non mi sono sentita né spaesata né in difetto.

Nell’ultima sala (che in realtà era la prima entrando) si potevano scattare delle foto. Le ho condivise in un post su Instagram. Sono opere contemporanee che mi ricordano vagamente le atmosfere percepite nel cuore della mostra. Qui, su blog, condivido nuovamente:

Luna mattutina, Piero Guccione, 2009-2010

 

Kriszta guarda il mare, Matteo Massagrande, 2015

 

Girasoli e insetti, Giuseppe Zigaina (1992?)

 

Scritto questo, consiglio di concedersi il tempo di visitare questa mostra.

I Confini, da Gauguin a Hopper rimarranno a Villa Manin fino al 12 aprile 2026 poi, probabilmente, si sposteranno ma non saprei dire dove…

Secondo me, sarebbe tempo speso bene. Il bello dell’arte, oltretutto, è che confini per fruirne, anche rispettando le regole, non ve ne sono.

Sei d’accordo? 🙂

Photo Credits: immagine in evidenza via Pixabay (causa abitudine da smartphone a scegliere di fotografare più in formato verticale che orizzontale)

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