Questo immenso non sapere di Chandra Candiani è la seconda delle letture, un po’ particolari, che ho scelto per la primavera 2025.
Il sottotitolo: Conversazione con alberi, animali e il cuore umano, mi sembrava, inoltre, un buon accompagnamento con la lettura spirituale che precede il post di oggi.
Questo immenso non sapere, le parole chiave di Chandra Candiani
Questo immenso non sapere di Chandra Candiani imposta le sue conversazioni con alberi, animali e il cuore umano seguendo delle specifiche parole chiave.
Le più importanti, la meraviglia e l’infanzia.
“Alberi e animali mi hanno protetto l’infanzia […] mi hanno dato […] una continuità dove si vive all’insaputa di sé”.
Visto da fuori, il bambino si comporta come una persona egocentrica. Nella sua realtà interiore, tuttavia, il bambino non sa di esserlo e questa forma di non sapere gli permette di vedere il mondo con mente molto più aperta rispetto a quella adulta considerando, il mondo, un luogo di opportunità che aspettano di essere colte. Nel contempo, il bambino è naturalmente predisposto alla meraviglia perché non cerca di spiegarsela e la esprime come un dato di fatto, una cosa normale.
Infanzia e meraviglia, in Questo immenso non sapere, hanno un accesso privilegiato con il cuore.
“Coltivare il cuore significa prima di tutto essere consapevoli di cosa sentiamo, essere onesti fino ad arrossire, a noi stessi possiamo dirlo.
[…]
Partire da dove si è e augurarsi il bene è opera di bonifica”.
Il concetto appena espresso non è poi tanto diverso da quello enunciato in Nessun uomo è un’isola di Thomas Merton quando scrive che dobbiamo imparare ad accettare di non essere ciò che ci sarebbe piaciuto essere. Anche nelle conversazioni di Chandra Candiani, dunque, essere sé stessi vuol dire compiere un atto di fede e un atto liberatorio che purifica dalle illusioni dell’Ego.
“Il momento migliore per piantare un albero è dieci anni fa. L’altro momento migliore è ora”
diceva Confucio. Citazione che Questo immenso non sapere adotta per spiegare che il qui e ora è il tempo in cui è possibile cogliere l’opportunità di meravigliarsi, coltivare il cuore e cioè sempre, in qualunque momento.
Non è mai troppo tardi per sostare nelle quattro dimore divine dell’anima che, nel Buddismo, sono:
- Mettā (gentilezza amorevole);
- Karunā (compassione);
- Muditā (gioia per la gioia dell’altro);
- Upekkhā (equanimità)
Comprendere di non sapere ma desiderare il bene praticando la meditazione sentendo la gentilezza, la compassione, la gioia altruista e l’equanimità equivale a riequilibrare il karma che:
“[…] è il come ci poniamo agli eventi, non gli eventi stessi”.
È erroneo pensare al karma come a una forma orientale di legge del taglione poiché agire secondo il karma è augurare il bene e per il bene, lasciare che chi compie il male possa rendersi consapevole e correggere le cattive vibrazioni emanate in modo inconsapevole o dettate dall’Ego.
L’agire o anche non agire rispettando le leggi del karma, per paradosso, produrrà comunque un cambiamento lasciando intatto il mistero dell’Esistenza e la meraviglia che essa ispira.
“Chi sa rammendare, rattoppare, è addestrato a lottare al buio e al buio inizia a lavorare con i filo, a separare, unire, cucire e disfare.
Non ha niente a che fare con la superiorità di chi perdona.
[…]
Riparare e ripararsi significa staccare il filo che ci lega al danneggiatore, affidarlo al suo karma, alle conseguenze delle sue azioni […]”
L’atto di riparare è, oltre che un’altra parola chiave di Questo immenso non sapere, una nozione fondamentale per meditare sul come sviluppare la compassione senza cadere nella compiacenza del sentirsi superiori con la pratica del perdono.
Compassione e, dal punto di vista di Merton, perdono hanno in comune un atteggiamento fermo e inflessibile nel condurre colui o colei che danneggia di fronte a uno specchio, renderlo consapevole affinché non compia più il male, annullarne gli effetti malefici e pregare per applicare la Giustizia, ristabilire l’equanimità.
“[…] pregare è svegliare e il bisogno di svegliare nasce dalla percezione della nostra limitatezza”.
Infine, Questo immenso non sapere medita su altre due parole chiave, il dolore e la crescita.
Il dolore non è altro che il principale canale di conversazione tra mente e cuore.
Soffrire, in breve, indica che il cuore chiede di essere ascoltato e la mente è chiamata a farci caso e a osservarlo in silenzio.
“[…] è il cuore il più vecchio, quello tante volte accoltellato, quello che ricorda e freme presentando il pericolo e ha bisogno di essere ascoltato nella presenza del puro sentire, ora”.
Per utilizzare una metafora religiosa non presente nel libro, Questo immenso non sapere chiede alla mente di svolgere il ruolo del buon samaritano. Una parabola che mi piaceva molto da bambina…
La crescita, malgrado Chandra Candiani non lo scriva direttamente, può essere spirituale e, al contempo, un ritorno alla meraviglia e allo stato, purificato dai suoi egocentrismi, dell’infanzia.
“Forse la perdita più grande nella vita di una persona è la perdita della magia. La fedeltà all’infanzia è il rifiuto e la lotta per non perdere l’incantesimo”.
Il cerchio delle parole chiave estratto da Questo immenso non sapere di Chandra Candiani si chiude perfettamente, dunque. In coerenza pratica con il meravigliarsi di vivere ed esistere in equilibrio con alberi, animali e il cuore umano.
Per concludere, mi è venuto in mente che Raymond Carver ne Il mestiere di scrivere consigliava di trascrivere su dei cartellini dei passi tratti da altri libri, per esercitare l’ispirazione. Dopo la lettura di questo libro, sceglierei questa:
“La perdita è un’esperienza che porta a una strada nuova.
Una nuova occasione per pensare in modo diverso.
Perdere non è la fine di tutto ma la fine di un certo modo di pensare.
Chi cade in un punto, in un altro si rialza.
Questa è la legge della vita”.
E tu?





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