Nessun uomo è un’isola di Thomas Merton è:
- una lettura spirituale e religiosa;
- un libro il cui punto di vista è esclusivamente di stampo cristiano;
- un testo che, in passato, non avrei messo tra i da leggere assolutamente.
Questi tre elementi, uniti alla periodica tendenza di citarlo anche al di fuori del contesto per cui è stato scritto, rappresentano alcuni dei tanti pregiudizi di lettrice di cui non mi vanto.
L’idea di interdipendenza che permea Nessun uomo è un’isola è però il motivo per cui mi sono decisa ad affrontare il pensiero di Thomas Merton al fine di provare a tradurlo in un post di sintesi.
Nessun uomo è un’isola: gli argomenti di Thomas Merton
Il prologo di Nessun uomo è un’isola chiarisce da chi e da dove derivi il titolo di tale libro ovvero da John Donne, poeta e anglicano:
“Nessun uomo è un’isola, in sé completa: ognuno è un pezzo di un continente, una parte di un tutto”.
Citato peraltro anche da Henry David Thoreau in Disobbedienza civile per offrire una chiave di lettura concreta e morale all’idea di equilibrio e convivenza sociale, anche Thomas Merton utilizza la frase di Donne come chiave per aprire le anime alla scoperta di Cristo e alla crescita spirituale.
“Questa scoperta di Cristo non è mai genuina se è un evadere da noi stessi. Non può essere una fuga, deve essere una realizzazione”.
Chiarito ciò, Nessun uomo è un’isola, dal punto di vista religioso e cristiano, elenca in 16 capitoli il come sviluppare ed elevare la spiritualità dell’individuo e, di conseguenza, dell’Umanità:
Si può conservare l’amore solo se lo si dona
L’Amore inteso come amore disinteressato è un amore fondato non solo sulla reciprocità ma anche sul desiderio di volere e far del bene alla persona amata senza, per paradosso, annullare l’Ego l’uno nell’altra e viceversa.
“L’amore cerca una cosa sola: il bene dell’amato, e lascia che tutto il resto vada da sé”.
Dove vi è una forzatura e/o l’incapacità di saper discernere cosa è bene o male per noi e per l’altro non vi è amore disinteressato le cui virtù si basano sui concetti di:
- Carità (cercare il bene dell’altro e non solo il piacere di amare);
- Verità (saper riconoscere la presenza di Dio nell’amato);
- Volontà (aiutare l’altro a crearsi e a realizzare il suo destino personale);
- Fede (abbandonarsi alla Provvidenza);
- Rispetto (del libero arbitrio, proprio e della persona amata)
- Prudenza (imparare a saper dare nella giusta misura).
Tali virtù, per crescere e cooperare insieme per rendere concreta e reale l’idea cristiana di Amore, hanno bisogno di un altro, molto contestato, valore spirituale, la Speranza.
Pensieri sulla speranza
In Nessun uomo è un’isola, la speranza è:
“[…] la virtù che ci strappa da tutte le cose per ridarci possesso di tutto”.
Sperare, in tal senso, è una predisposizione dell’anima a liberarsi dei desideri egoistici o possessivi riponendo fiducia in ciò che Dio e la Provvidenza le donerà.
Con la sinonimia tra Speranza e Fiducia, l’autore comunica un messaggio molto bello e potente ovvero quello di non smettere mai di credere di essere amati poiché è in questo credo che lo spirito si sente amato e, di conseguenza, si apre ad amare al di fuori di sé.
Vi è però un distinguo tra il credere di essere amati e la convinzione di essere migliori e più buoni perché si è amati.
Coscienza, libertà e preghiera
Coscienza, Libertà e Preghiera sono i mezzi per discernere quanto accennato nei primi capitoli, per perseguire fini nobili in equilibrio tra l’Essere e l’Avere, e per riconoscere e sviluppare i talenti elargiti da Dio.
In questo capitolo, la parabola dei talenti rimane la narrazione più mirata per ricordare che non basta possedere ma che è anche necessario utilizzare ciò che è stato ricevuto in dono con coscienza e in relazione alla libertà propria e altrui di essere sé stessi. Un evergreen biblico, insomma.
Talenti, coscienza e libertà necessitano di disciplina e questa può essere impartita solo nell’esercizio costante della preghiera la cui efficacia è determinata dalle intenzioni dell’anima.
Intenzione pura
Almeno una volta nella vita capita di sentirsi dire che a nessuno importa di te e delle tue intenzioni. È una frase che non stimola e non fa bene sia a chi la riceve e sia a chi la pronuncia però questo mi sento di poterlo scrivere solo dopo aver letto questo capitolo.
Ad ogni modo:
“Il vero segreto dell’intenzione pura non va ricercato nella rinuncia a qualsiasi vantaggio personale ma va ricercata nel bene comune, nostro e altrui” .
L’intenzione pura, riassumendo, agisce obbedendo a una volontà che sa cosa è meglio per l’anima ed esercita correttamente la contemplazione perché ha la maturità necessaria per chiedersi e capire quali azioni hanno fatto del bene sia a chi le compie sia a chi le ha ricevute e quali no.
Scritto questo, leggere che a qualcuno importa ha, di per sé, un effetto lenitivo. Rende ricettivi e fiduciosi verso il prossimo. Induce a chiedere scusa, a perdonare, a lasciar andare.
L’alternativa sarebbe rassegnarsi a credere che a nessuno importi delle intenzioni e dimenticarsi che tutti hanno bisogno di essere e sentirsi amati. Alternativa non idilliaca, decisamente.
Il linguaggio della croce
La croce è un simbolo di sofferenza e, secondo Nessun uomo è un’isola, la sofferenza è intesa come una prova non per indurire e desensibilizzare l’anima ma per darle l’opportunità di continuare, comunque, a credere in Dio e nel suo Amore.
“Credere nella sofferenza è orgoglio: ma soffrire, credendo in Dio, è umiltà. Perché l’orgoglio può dirci che siamo forti abbastanza per soffrire e che la sofferenza ci si addice perché siamo buoni. L’umiltà ci dice che la sofferenza è un male che dobbiamo sempre aspettarci di trovare nella vita, a causa del male che è in noi”.
È un passaggio che mi ha ricordato che, a volte, ho la percezione che sempre più persone cerchino di mostrare di soffrire più di altre.
Forse, viviamo in una società in cui si pecca un po’ d’orgoglio e, purtroppo, non ho l’umiltà di scrivere che ciò genera in me compassione.
Ascetismo e sacrificio
È un capitolo che non ho affrontato con spirito cristiano, se escludo il fatto che ho resistito alla tentazione di saltarlo.
Comunque:
“Vero scopo dell’ascetismo è quello di mettere in luce la differenza che vi è tra il cattivo uso delle cose create, che è un vero peccato, e il loro buon uso, che è una virtù”.
Mentre:
“Il sacrificio offre a Dio la nostra natura e tutte le nostre facoltà”.
Capisco (più o meno) l’ascetismo ma, se Dio già possiede ogni cosa e l’essere umano è conscio di non possedere nulla, perché offrirgli qualcosa che non ci appartiene?
Al di là di questo interrogativo, mi sono calmata solo quando l’autore ha scritto:
“È compito di ciascuno scoprire qual è il genere di lavoro e di ambiente in cui [l’anima] può meglio condurre una vita spirituale”
Sto cercando ma, almeno, un compito oltre che obbedire e rimettermi alla Provvidenza, l’ho trovato…
Essere e agire
Essere e agire sono due verbi che, di grazia, non sono presentati in modo oppositivo. Tra la E e la O, non ho mai nascosto la mia preferenza per la E.
In questo capitolo, Thomas Merton fornisce un sacco di consigli interessanti per far funzionare, insieme, l’Essere con l’Agire e cioè:
- accontentarsi di essere quel che si è e di fare quel che si può;
- lasciar andare qualsiasi compiacenza o ambizione di grandezza;
- saper alternare attività e riposo;
- non fidarsi troppo dell’autostima (avere qualche dubbio sulle proprie capacità potrebbe essere cosa buona e giusta)
- accettare di essere manchevoli in qualcosa (nessuno è perfetto, in fondo)
- trovare la sola cosa necessaria a renderci felici perché, una volta trovata, il resto vien da sé…
A metterli in pratica tutti, sarebbe una liberazione da parecchie ansie, preoccupazioni e nevrosi. Perché non provarci (un paio di volte e finché si campa)?
Vocazione
La vocazione è termine esclusivamente religioso e si definisce nell’unione di due volontà, umana e divina, che osservano e cercano di comprendere i temi trattati nei capitoli precedenti e, in base ad essi, discernono il bene dal male.
La vocazione è anche la rinuncia a beni che non sono stati predisposti da Dio e si suddivide in 4 categorie:
- Sacerdotale (replica, nel mondo, della missione e della croce di Gesù);
- Monastica (ci si allontana dal mondo per meditare sulla distinzione tra tradizione, viva e attiva, e formalismo, morto e passivo, spirituale);
- Matrimoniale (“per propagare la vita divina nel mondo”)
- Apostolica (sintesi e fusione della vita monastica con quella sacerdotale).
Spoiler, la preferita di Thomas Merton è quella apostolica e credo gli si addicesse.
Io non mi vedo collocabile in nessuna, spero non sia grave.
Tu? A quale vocazione aspira la tua anima?
La misura della carità
La misura della carità, citando Sant’Agostino (credo) è tra i capitoli più belli o, meglio, che più mi ha affascinato leggere di Nessun uomo è un’isola.
In questo libro, la carità è:
“La volontà di lasciare che quelli che amiamo siano perfettamente sé stessi, la decisione di non deformarli perché si adattino alla nostra immagine”.
In sostanza, un sinonimo di empatia.
Sincerità
L’esercizio e lo sviluppo di relazioni empatiche per mezzo del concetto di carità cristiana necessitano di sincerità.
Il bisogno di verità è un omaggio alla realtà dell’Essere in tutte le sue manifestazioni e ad essa ci si conforma con pensieri, atti e parole.
La calunnia, nascondendo la verità, è una forma di disprezzo di tale realtà dell’Essere.
“L’idea che tu hai di me è fabbricata con il materiale che hai preso in prestito dagli altri e da te stesso. Quello che pensi di me dipende da quello che pensi di te”.
Ciò significa che la sincerità con noi stessi e con gli altri dipende dall’amore e la menzogna nasce dalla paura di non essere amati. Il modo più semplice di superare tale paura è:
“[…] accettare il fatto di non essere quello che ci sarebbe piaciuto essere”.
Non semplice, ma fattibile sebbene metta alla prova il credo dell’essere e sentirsi amati enunciato all’inizio del libro.
Misericordia
Sinonimo di perdono, la Misericordia è la qualità sulla quale mi concentravo per credere in Dio quando andavo a catechismo.
Certa che il Dio giudicante avrebbe avuto qualcosa da ridire sulla mia condotta, il mio impulso era di tenermene alla larga.
Ancora adesso, quando varco la soglia di un luogo sacro ci penso, alla Misericordia, e un po’ spero sia vera e un po’ mi vergogno a sperarci.
Merton scrive, comunque, che chi rifiuta la Misericordia commette una grande ingiustizia verso sé stesso e non riconosce la fallibilità e le miserie della natura umana non provando, per esse, quella compassione di cui tutti hanno bisogno per purificare l’anima dal male.
Leggendo, potrebbe sembrare che stia prendendo questo tema alla leggera. Non è così. Sono seria. È un argomento che mi sta più a cuore di quanto credessi e sul quale vi è molto da meditare.
Raccoglimento
La definizione data al termine Raccoglimento è di un qualcosa che ci rende presenti a noi stessi e alle realtà nelle quali siamo immersi con calma, semplicità ed equilibrio “tra la purezza interiore e l’attenzione esterna”.
L’anima è una e la sua integrità è data dal suo essere e agire in sincronia con la realtà interiore e quella esteriore e il suo raccoglimento ha effetto quando riesce ad allontanare le preoccupazioni e le ansietà, togliere spazio al timore di perdersi e disperdersi in illusioni e aspettative.
Le passioni effimere ed egoistiche, in Nessun uomo è un’isola, non possono andare oltre la superficie se l’anima sa stare e agire nel raccoglimento.
L’anima mia si ricorda di Dio
Tecnicamente, non ci si può ricordare di Dio perché non vive nel passato o nel futuro ma nel presente.
Cercarlo e trovare la sua presenza quando se ne ha veramente bisogno equivale a scoprirlo e, di conseguenza, a ricordarlo.
Lo spirito spira dove vuole
Lo Spirito spira dove vuole è dedicato a chi teme la morte dell’anima (che tecnicamente, è immortale) e vuole evitarla compiendo atti di sincera gratitudine verso il Creato, nell’assenza e nella presenza di Dio.
Con il capitolo 13 e il capitolo 14 di Nessun uomo è un’isola ho peccato di presunzione poiché la loro presenza mi è parsa superflua. Tuttavia, se sono stati scritti e raccolti dall’autore in questo specifico libro, un motivo ci sarà.
Nella mia ignoranza, mi limito a collocarli alla voce: teologismi.
La solitudine interiore
Nessun uomo è un’isola reinquadra anche il tema della solitudine spesso confusa e considerata sinonimo di termini e condizioni, peraltro ben distinti fra loro, come l’isolamento, l’introversione e l’asocialità.
In realtà, la buona solitudine rispetta, per amore, i segreti e l’incomunicabilità dell’anima propria e altrui e non desidera possedere ciò che vede negli altri o di avere ciò che non gli appartiene.
La buona solitudine può stare sola e isolata ma può anche essere condivisa in compagnia nel senso che si può stare bene, sentirsi a proprio agio anche nel silenzio, ultimo capitolo dell’opera di Thomas Merton.
Silenzio
Il silenzio è la capacità di udire e ascoltare i vuoti riempiti dalle attività quotidiane e da suoni e rumori artificiali.
Il silenzio non fugge dai suoni della natura o da parole umane anzi, è nel silenzio che esse acquisiscono significato.
“Nel silenzio impariamo a fare distinzioni. Chi fugge il silenzio fugge anche le distinzioni; non desidera vedere troppo chiaro, preferisce la confusione”.
Questo è ciò che pensa l’autore.
In effetti, ci sono molti tipi di silenzi.
Ci sono quelli in cui si ha l’impressione di udire più suoni o percepisci che la persona accanto riverbera di uno stato d’animo quieto e sereno.
Ci sono silenzi che, invece, annunciano tempesta o rabbia repressa. Silenzi che ricattano e silenzi che ti invitano a goderti il sole e la brezza primaverile.
Ci sono, anche, silenzi che fanno scoprire quali rumori infastidiscono, quali suoni mancano e quali sono rimasti costanti nel corso di una vita.
E ci sono silenzi che non finiscono mai, come quello che passa tra il momento in cui il prete elenca le attività parrocchiali e quello in cui dice ai fedeli di andare in pace a conclusione della messa.
Nessun uomo è un’isola di Thomas Merton è un po’ come l’ultimo silenzio di cui ho scritto.
Senza dubbio edificante e colmo di spiritualità cristiana ma, a tratti, noioso e ripetitivo.
Forse è per questo che, nel fare analisi e riassunto di questo libro, ci ho messo un altro tipo di spirito, non adatto alla serietà dei suoi argomenti ma il solo che credevo di avere a disposizione per leggerlo e farlo leggere, senza imposizioni.
Autore: Thomas Merton
Titolo: Nessun uomo è un’isola
Titolo originale: No Man is a Island
Traduzione: a cura delle Monache Benedettine del Monastero di San Paolo in Sorrento
Casa editrice: Garzanti
Collana: Gli Elefanti
Pagine: 272
Pubblicazione: luglio 2015, Quinta Ristampa
Prezzo di copertina: € 12.50





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