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Piante che cambiano la mente di Michael Pollan: effetti di lettura

17 Luglio 2024

Piante che cambiano la mente di Michael Pollan aggiunge un nuovo interesse di lettura per questo blog dedicato, principalmente, a romanzi e saggi che affrontano svariate tematiche di cui molte sono tra loro trasversali.

In questo libro l’elemento umano del giornalista scientifico indaga e sperimenta gli effetti culturali, sociologici e antropologici dell’oppio, della caffeina e della mescalina. Sostanze estraibili dal papavero, dal tè, dal caffè e dal cactus peyote.

Piante che cambiano la mente e le esperienze di Michael Pollan su oppio, caffeina e mescalina

Nell’introduzione al libro, l’autore condivide con il lettore alcune considerazioni sul termine “droga” e sui motivi per cui in dati contesti socioculturali viene classificata come legale o illegale.

“Non c’è nulla di certo e inequivocabile nelle droghe.
Ma non è del tutto vero che i nostri tabù sulle piante siano completamente arbitrari. […] le società tollerano le droghe che cambiano la mente quando contribuiscono ad appoggiare il dominio della società e le proibiscono quando ai loro occhi le minano. Per questo le sostanze che una data società decide di considerare psicoattive ci dicono molto sia sulle sue paure che sui suoi desideri”.

Selezionando tre delle piante più simboliche e rappresentative delle culture dominanti (tranne una) l’autore coglie l’opportunità di approfondire e narrare il come si è sviluppata la cultura e la mentalità umana attuale attraverso la sua relazione con le sostanze dell’oppio, della caffeina e della mescalina.

“La mia scommessa, scrivendo Piante che cambiano la mente, è che il declino della guerra alla droga, con le sue narrazioni rozzamente semplicistiche su ‘cervello sotto l’effetto di droghe’ abbia liberato uno spazio in cui sia possibile raccontare altre storie sul nostro rapporto su piante e funghi psicotropi di cui la natura ci ha fatto generosamente dono.
Uso la parola ‘dono’ con piena consapevolezza delle tragedie umane che possono accompagnare il consumo di droghe”.

A chiusura dell’Introduzione, strutturata per chiarire gli intenti e le premesse che lo hanno indotto a parlare di sostanze naturali che influiscono sulla psiche umana, Michael Pollan, iniziando con il Papaverum somniferum, condivide le esperienze (e i rischi corsi) in materia.

Piante che cambiano la mente: culture e mentalità su oppio, caffeina e mescalina

OPPIO

L’idea di coltivare papaveri non è illegale. Tuttavia, coltivarli in giardino per bellezza all’apice della guerra contro le droghe, fa germogliare, oltre all’idea, il dubbio.

Dopo aver consultato diverse riviste di settore in cerca di un’avvertenza che lo induca a non rischiare di commettere un atto illecito e, appurato che il commercio di semi di papavero non è illegale, l’autore decide di inserire anche questa pianta in giardino.

L’intenzione dichiarata in Piante che cambiano la mente è solo di osservarne il ciclo di crescita e, al limite, come facevano le nonne nell’Ottocento, utilizzare parte della pianta per una tisana rilassante.

È quando i semi cominciano a crescere mentre l’esperto di papaveri consultato per la sua coltivazione viene arrestato e perseguitato dalla DEA che l’autore scopre di aver varcato i confini della legalità e lo conduce verso un altro tipo di consapevolezza.

All’epoca conosceva la pianta e sapeva che quel fiore esile e aggraziato, oltre ad ornare gli ingressi e i giardini delle case dell’America perbene e punteggiare di colore i campi di tutto il mondo, poteva offrire un potente analgesico, l’oppio.

Ciò di cui non era consapevole era il tipo di strategia adottata dalla DEA per estirpare il problema degli oppiacei (da sempre utilizzati in campo medico e curativo). Il piano d’azione si svolgeva in due fasi:

  1. Minacciare l’arresto e il sequestro delle proprietà ai venditori agricoli e di giardinaggio se i loro compratori avessero coltivato semi di papavero regolarmente acquistati;
  2. Disinformare la comunità americana dipingendo l’estrazione dell’oppio come un procedimento complesso, laborioso e dispendioso.

L’esperienza individuale dell’autore in relazione all’oppio, invece di confondere, sottolinea, quindi, una delle contraddizioni più radicate di una società e di una nazione che si dichiara al mondo come un modello democatico fondato sulla libertà del commercio, della parola e del rispetto della proprietà privata.

Il papavero, pianta dalla quale è possibile estrarre una sostanza che può lenire e alleviare la tristezza e il dolore, si carica di un altro simbolo, quello di un governo che ha abdicato al ruolo di garante di una democrazia fondata sulle libertà individuali e sul benessere collettivo per scivolare verso uno stato di oligarchia volto a tutelare gli interessi politici ed economici di pochi.

“La stessa estate in cui la DEA, senza fare troppo rumore, usava la mano pesante contro appassionati di giardinaggio, commercianti di semi, scrittori e altri pesci piccoli che si gingillavano con i papaveri da oppio, la Purdue Pharma, un’azienda farmaceutica poco conosciuta, aveva iniziato a distribuire un nuovo oppiaceo a lento rilascio chiamato OxyContin.
[…]
Nello stesso periodo in cui infuriava una guerra contro le droghe illecite, ufficialmente per eliminare un problema di salute pubblica reale ma abbastanza modesto, un oppiaceo legale, approvato dalla FDA, veniva promosso all’interno della popolazione creando quella che divenne un’autentica crisi della salute pubblica”.

Il paradosso rappresentato e sottolineato dalla pianta e dalle vicende di cui l’autore ha fatto esperienza rischiando di perdere la casa e la libertà, non è esclusivo del contesto americano.

La strategia della natura umana di puntare il dito contro qualcosa per potersi nascondere meglio dietro ad esso è propria della cultura e della mentalità occidentale. L’unico modo per alleviare il contradditorio che emerge è ricordare ciò che di buono è nato dalla relazione uomo-papavero, dall’Ottocento a oggi e scriverlo, prima di dimenticarsene.

La riflessione finale è coerente con il senso di incertezza che questo dato periodo storico ispira su scala globale e un infuso di radici di valeriana potrebbe essere una valida alternativa all’ansia che ne deriva.

Piante che cambiano la mente di Michael Pollan

CAFFEINA

Il capitolo dedicato alla caffeina, a primo impatto, appare il meno interessante di Piante che cambiano la mente.

L’autore esordisce scusandosi per la lentezza di svolgimento di una trattazione che ha perso di vista il suo focus giustificando il cambio di andamento non per essersi bevuto una tisana all’oppio di troppo ma perché ha deciso di privarsi delle sue quotidiane dosi di tè e caffè.

Tuttavia, dopo qualche tisana alla menta piperita, Michael Pollan mette insieme una lucida e minuziosa ricostruzione storica in cui le protagoniste diffondono la caffeina in tutto il mondo divenendo vere e proprie Piante che cambiano la mente creando la dipendenza più amata di sempre.

Emerge subito che la scoperta del tè e del caffè è relativamente recente in Occidente.

Prima del Seicento:

  • il tè era per Cina e Giappone uno strumento per rafforzare salute e crescita spirituale oltre che a offrire sostegno per le pratiche di meditazione;
  • il caffè, originario dell’Etiopia, era di monopolio del mondo arabo che lo consumava in alternativa all’alcool.

Dal Seicento e con l’entrata in scena delle potenze coloniali, le piante del tè e del caffè diventano oggetto di:

  • furti e raggiri perpetrati da olandesi e inglesi intenti a contrabbandare piante di tè e caffè per coltivarle altrove;
  • espropri di terre e sfruttamento della manodopera interna ed esterna alle maglie del colonialismo.

Le prime piantagioni di caffè nascono sull’isola di Giava, colonia olandese, e raggiungono il mercato francese e inglese ottenendo grande successo tra la classe intellettuale che, da una parte sviluppa idee illuministe e rivoluzionarie e, dall’altra, modifica la prosa e la socialità della borghesia in ascesa.

Le piante del tè, invece, prosperano in India, colonia inglese, coltivate in situazioni estreme e a costo zero dalla popolazione locale e, in quanto più economico del caffè, offerto agli operai inglesi per aumentarne la produttività nelle fabbriche.

“Tè e caffè inaugurarono una trasformazione del clima mentale, acuendo menti che prima erano annebbiati dall’alcool e liberando le persone dai ritmi naturali del corpo e del sole, così dal rendere possibili tipi del tutto nuovi di lavoro e, molto verosimilmente, anche nuovi tipi di pensiero.
[…] in Europa la caffeina finì con l’influenzare tutto, dal commercio globale all’imperialismo, dalla tratta degli schiavi al posto di lavoro, alle scienze, alla politica, ai rapporti sociali – e, con ogni probabilità, anche ai ritmi della prosa inglese”.

Ai giorni nostri queste piante che cambiano la mente continuano a prosperare ma, anche se la loro coltivazione non si fonda più sullo sfruttamento intensivo e generalizzato, sono comunque a rischio così come a rischio sono le economie dei paesi affrancatisi dal dominio coloniale.

Se le aziende che commerciano in tè e caffè cercano vie più sostenibili per coprire il mercato e garantire la dipendenza dei consumatori è perché il cambiamento climatico ne sta minacciando il sostentamento il cui termine sembra essere previsto per il 2050.

Si è dunque arrivati a un punto di non ritorno. Un punto in cui non si può fare a meno di coltivare e consumare caffè e questo spiega il motivo per cui l’autore, nello scrivere questo capitolo, si priva per tre mesi di questa corroborante bevanda.

Per quanto fosche, le prospettive sul futuro simbiotico tra umano e caffeina non sembrano totalmente perdute. L’autore una piccola e ovvia soluzione la scrive, ridurre i consumi quotidiani di tè e caffè.

MESCALINA

Con il capitolo dedicato al cactus peyote e alla mescalina si dovrebbe chiudere il complesso di storie (e di dosi) di cui è composto Piante che cambiano la mente.

Ironia della sorte, la possibilità di sperimentare gli effetti della mescalina all’interno della comunità e della Chiesa dei Nativi Americani sfuma con l’avvento del Covid-19 e il lockdown globale.

Chiuso nei confini della sua proprietà, con un cactus in giardino dal quale non sa come estrarre la mescalina senza compromettere il ciclo vitale della pianta e privato della possibilità di capirne gli effetti e la sacralità di cui il peyote è intriso, l’autore narra come la sua esperienza con la pandemia abbia fatto sorgere in lui ansia e irrequietezza.

“[…] dopo diverse settimane quasi beate di quella che iniziammo a chiamare ‘la pausa’, iniziò a sopraggiungere un lieve senso di claustrofobia. […] Le nuove esperienze che avevo messo momentaneamente da parte con ogni probabilità non si sarebbero mai realizzate”.

Il giornalista scientifico che ha rischiato di perdere la casa per aver coltivato papaveri e che, dopo 25 anni, coglie l’occasione di pubblicare integralmente un articolo sull’oppio comincia a farsi prendere dallo sconforto. La mescalina pare l’unica sostanza in grado di farlo evadere dalla realtà senza dissociarsi da essa.

“Quando si è sotto l’effetto della mescalina, si può rimanere consapevoli e recettivi nei confronti degli altri. […] invece di minare le norme sociali, le rafforza”.

La curiosità cede il passo a una sensazione di bisogno che non può essere soddisfatto da un occidentale per due motivi:

  1. Il cactus peyote dal quale si estrae la mescalina migliore ha una crescita lentissima ed è minacciata dai cacciatori di frodo;
  2. Il cactus peyote è sacro per i nativi americani che, per scopi religiosi, detengono il diritto esclusivo di coglierlo, trattarlo e consumarlo nelle loro cerimonie.

L’autore, pur con qualche difficoltà, comprende che la possibilità di poter assistere a una cerimonia basata sul consumo di mescalina non è fattibile. Non è fattibile perché, per i Nativi, il cactus peyote non è una droga ma la medicina che ha salvato un popolo che – stremato dalle violenze, dalle malattie e dall’alcol portati dai bianchi – vive tuttora confinato in riserve.

Considerati tali trascorsi interculturali, è già bene che la richiesta dell’autore non venga accolta con un ago di cactus in un occhio ma con un più diplomatico:

“A volte il modo migliore per mostrare il tuo rispetto per qualcosa è semplicemente lasciarlo stare”.

Al di là della battuta sull’ago di cactus nell’occhio (chiedo venia) la condivisione delle interviste che compongono questo capitolo offrono un’immagine della mescalina e del cactus peyote che spiega il perché, per i Nativi, è una sostanza salvifica e una pianta sacra.

Per tribù alle quali è stato portato via tutto, dalla terra ai figli, il cactus peyote e il cerimoniale che prevede il consumo della mescalina sono tutto ciò che rimane per:

  1. preservare gli usi, i costumi e le tradizioni che compongono l’identità sociale e culturale dei nativi mantenendoli connessi alla Madre Terra, la loro realtà;
  2. trascendere i confini fisici imposti dal periodo post coloniale attraverso il piano mentale e spirituale compensando così la percezione distorta della realtà alla quale i nativi sono sopravvissuti.

Le mete che la Chiesa Nativa Americana raggiunge attraverso la mescalina sono fondamentali per il benessere psicofisico della comunità e, al contempo, per consentire alla cultura dominatrice di mantenere il primato e lo status quo sulle Americhe.
Se alla prima è riconosciuto dalla seconda il diritto giuridico di cogliere, portare con sé e consumare una naturale e potente sostanza psicotropa non è per rispetto, è per convenienza. In tal senso, il voler sapere come si svolge una cerimonia basata sul consumo di mescalina, da parte di un individuo estraneo alla collettività alla quale compete tale pratica, equivale tutto sommato a commettere due infrazioni:

  1. manifestare il desiderio individuale di appropriarsi di qualcosa che non gli appartiene né mai gli apparterrà;
  2. trasgredire le regole non scritte di convenienza dettate dal gruppo sociale di appartenenza.

Michael Pollan però è un giornalista scientifico che conosce le droghe e la mentalità del drogato.

Intuisce la spinosità del dilemma e, nel rispetto di quanto appreso, trova un’alternativa che non va a intaccare le già esigue risorse di cactus peyote e ha un format simile al cerimoniale di cui voleva fare esperienza.

Il risultato è adatto a chi scrive (si rende conto che, nonostante la pandemia è un privilegiato) in linea con gli effetti descritti da altri prima di lui da Aldous Huxley o William Carlos Williams e rivelatoria:

“Ecco perché questa pausa che chiamiamo coronavirus è così urgente. Non è tempo di analizzare, razionalizzare o capire. È tempo di ricostruire e rigenerare l’energia assoluta della mente”.

In che modo? Cambiando cultura e mentalità rendendola più sostenibile e adatta a rigenerare la relazione tra Uomo e Natura.

Piante che cambiano la mente di Michael Pollan offre, in tal senso, una notevole quantità di indizi e questa la rende una lettura forse insolita ma piacevolmente stimolante. 🙂

Autore: Michael Pollan
Titolo: Piante che cambiano la mente
Titolo originale: This Is Your Mind on Plants
Traduzione: Milena Zemira Ciccimarra
Casa editrice: Adelphi
Pagine: 293
Pubblicazione: agosto 2022
Prezzo di copertina: € 20.00

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