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La casa dei notabili di Amira Ghenim: processo o omaggio?

21 Giugno 2024
La casa dei notabili di Amira Ghenim: segreti e verità sul riconoscimento dei diritti delle donne in Tunisia

Ho scelto di leggere La casa dei notabili di Amira Ghenim per un motivo un po’ banale: il colore del portale in copertina, il mio preferito.

Andando oltre la copertina, la trama fa presagire che al di là di quel portale si stia svolgendo un processo che, dalle pagine introduttive, non vuole dimostrare la colpevolezza o l’innocenza dell’imputata ma omaggiare un uomo.

L’uomo in questione è Taher al-Haddad e le sue opere sui diritti dei lavoratori e delle donne.

La casa dei notabili di Amira Ghenim: segreti e verità sul riconoscimento dei diritti delle donne in Tunisia

La casa dei notabili è ambientata negli anni Trenta del Novecento e sceglie di narrare le vicende e i contrasti tra due delle famiglie più potenti di Tunisi: i progressisti e moderni ar-Rassa e i tradizionalisti e conservatori en-Neifer, metafore dello status culturale che divideva internamente una nazione posta sotto il protettorato francese.

Famiglie opposte fra loro ma che, in quanto notabili, ritengono doveroso considerarsi alleate e il modo più semplice per saldare tale concetto è combinare il matrimonio tra Mohsen en-Neifer e Zubaida ar-Rassa, rispettivamente primogenito e ultimogenita delle famiglie di notabili del romanzo.

Mohsen e Zubaida sono belli, colti e brillanti e il matrimonio sembra felice fino a quando non giunge in casa en-Neifer una comunicazione firmata Taher al-Haddad. Una lettera che scatena i sentimenti e le convinzioni represse tra i familiari di Mohsen i quali, fin dall’inizio, mal sopportano la presenza di Zubaida in casa, la sua cultura, la sua serva personale e il suo essere trattata dal marito in modo paritario.

La condanna di Zubaida per infedeltà coniugale, tuttavia, tarda ad arrivare poiché accade qualcos’altro che impone il riserbo e il silenzio tra gli ar-Rassa e gli en-Neifer e che La casa dei notabili svela facendo parlare separatamente tutti personaggi coinvolti.

  • La prima testimone è Luiza, la devota serva di Zubaida.

La sua narrazione è semplice e mescola la vita e i trascorsi della padrona con il suo vissuto personale di povera ragazza di montagna venduta dallo zio che si riteneva in diritto di privare il fratello della vita e le nipoti femmine dell’eredità.

Da questo primo spaccato di storia, si evince che:

  1. le mogli della Tunisia degli anni Trenta avevano il diritto a ereditare ma tale diritto non era né conosciuto né rispettato;
  2. le figlie di buona famiglia come Zubaida avevano il diritto di scegliere chi sposare ma, alla fine, come per la sua serva, tale diritto non viene rispettato.

Serva e signora, in quanto donne e a prescindere dal loro status sociale, consumano presso La casa dei notabili lo stesso disgraziato destino.

Zubaida non conta, è solo una scusa per poter esprimere delle opinioni e allontanarsi dalla verità dei fatti scatenati al momento della ricezione della lettera di Taher al-Haddad. In tal senso la versione di Luiza acquisisce valore e attendibilità mentre per le testimonianze seguenti si può provare:

  • indifferenza per Lella Jnaina en-Neifer.

La sua cecità e futilità nei riguardi delle realtà che la circondano non hanno alcun pregio e pare più una semplice massaia che la padrona di una dimora rispettabile, di classe elevata;

  • simpatia, nonostante i suoi errori, per Alì ar-Rassa.

Dall’esterno viene visto come un notabile di mentalità progressista sottomesso ai capricci della moglie ma dall’interno è un marito e un padre amorevole, un uomo che vive pentendosi delle scelte fatte e che, alla fine, non desidera altro che il perdono della figlia. Una figlia che rifiuta di abbandonare la casa coniugale per evitare al padre l’umiliazione di ammettere di aver sbagliato a cederla in sposa a un en-Neifer e perché, pur essendo accusata del contrario, è certa di non aver commesso nulla di disonorevole;

  • pena per Mhammed en-Neifer.

Il cognato di Zubaida odia, disprezza e colpevolizza le donne perché, come loro, ha avuto la debolezza di lasciare che i suoi diritti di persona venissero calpestati fin dalla più tenera età rendendolo un uomo incapace di accettarsi e farsi rispettare per quello che è e non per come appare;

  • indignazione per Khadduy, la cameriera nera degli en-Neifer il cui vero nome è Ambara.

Dovrebbe essere una serva affrancata. Ambara, tuttavia, rimane a servizio presso La casa dei notabili perché la sua pelle nera è utile ad assorbire il malocchio e per l’affetto che il padroncino Mohsen nutre per lei. A parte ciò, morirà senza aver mai ricevuto il diritto di presenziare ai funerali della madre morta in casa tra atroci dolori, fare visita alla sorella impazzita o tenere un bambino al di fuori del matrimonio. La parola concessagli all’interno del romanzo è una prova di colpevolezza verso gli en-Neifer che hanno mancato nel dovere di riconoscere nei fatti i diritti di chi, per generazioni, li ha serviti più che con devozione, con abnegazione;

  • ammirazione mista a comprensione per Lella Beshira, la madre di Zubaida.

La sua ira sacrosanta doveva essere, nei momenti opportuni, liberata e non bloccata sul nascere dal marito apparentemente sottomesso e ridotta al silenzio dal brillante genero;

  • dispiacere per lella Fawziyya.

Unica vittima del romanzo, Fawziyya desiderava conoscere il proibito reso lecito solo nel matrimonio e, invece, con il matrimonio subisce ciò che è vietato dalla religione perché mortifica e svilisce l’integrità fisica e morale della donna ricoprente il ruolo di moglie;

  • nessun ascolto né pietà per si Othman en-Neifer, il suocero di Zubaida.

Il suo dichiararsi pentito per aver picchiato la nuora non ha alcun valore. Parla a vanvera, nel pasticciato tentativo di giustificare il proprio sistema educativo criticando quello degli ar-Rassa. Alla fine si rivela un padre ottuso e inetto, lontanissimo dal modello di virtù maschile che pensa di incarnare per la tradizione che tanto venera;

  • indifferenza per Mahdi ar-Rassa, il gemello di Zubaida

Mahdi, invece di dubitare e meditare sulle incongruenze liberate dalla lettera di Taher al-Haddad, crede più ragionevole invitare la sorella a farsi perdonare per delle colpe che non ha commesso;

  • Disgusto per l’ultimo testimone chiamato a deporre, Mohsen en-Neifer, il marito di Zubaida. È il vero imputato del romanzo.

Lo stimato Mohsen parla per ultimo quando, fin dall’inizio, aveva il potere di:

  1. fare chiarezza sul contenuto e il senso della lettera di Taher al-Haddad;
  2. avvalorare la versione della serva Luiza,
  3. farsi ascoltare e rispettare.

Il merito di aver sfidato, in gioventù, l’autorità paterna guadagnandosi il diritto di scegliere da sé il suo destino di uomo e capofamiglia non è sufficiente a dargli il coraggio e l’autorità di esercitare tali poteri.

L’immagine alta e onorevole di Mohsen è circoscritta ai confini dell’amore ricevuto dalla madre, dalla serva e dalla moglie e accolto come scontato, ovvio e obbligatorio. È solo pensando alla nipote Hindi (narratrice sottintesa del romanzo) che Mohsen percepisce che l’amore ricevuto è immeritato perché non si è mai assunto le sue responsabilità di figlio, marito, padre.

Mohsen en-Neifer si rivela un personaggio infantile che non ha mai visto in una donna qualcosa di più di un corpo-giocattolo atto a soddisfare i suoi capricci e che, temendo di essere deriso come se avesse combinato una marachella, preferisce tacere e fingersi cornuto.

Mohsen en-Neifer decade, anzi precipita, dallo status di testimone rispettabile e attendibile.

Da bravo ebete, parla con serenità dei suoi rimorsi di coscienza malriposti e si consola dipingendosi come un uomo da compatire per le rughe, la calvizie o la pelle cadente quando invece, per le azioni riprovevoli ed egoiste di cui si è macchiato nei confronti della moglie che ha voluto e della moglie che si è concesso, ispira solo ribrezzo.

Mohsen appare come un notabile ma è tutt’altro che tale.
È l’immagine del tipo d’uomo che, secondo l’autrice, Taher al-Haddad intendeva smascherare e ricollocare all’interno di una società fondata sulla corretta lettura e interpretazione dei precetti islamici in cui si riconoscono rispetto e uguali diritti sia agli uomini sia alle donne e per far salire al potere chi aveva le forze e i valori per restituire alla Tunisia l’indipendenza.

Per concludere, La casa dei notabili di Amira Ghenim è decisamente un bel libro perché smente il pregiudizio di leggere un romanzo processo e confeziona un romanzo omaggio in cui una donna riconosce i meriti di un uomo che voleva, a sua volta e per il bene comune, riconoscere e far riconoscere i diritti della società tunisina in tutte le sue parti.

Autore: Amira Ghenim
Titolo: La casa dei notabili
Titolo originale: Nāzila dār al-akābir
Traduzione: Barbara Teresi
Casa editrice: edizioni e7o
Pagine: 412
Pubblicazione: 15 novembre 2022
Prezzo di copertina: € 19.00

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