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La Certosa di Parma, capolavoro di Stendhal

22 Marzo 2024

Di recente mi è capitata fra le mani una copia de La Certosa di Parma, il primo vero capolavoro di Stendhal.

Al di là della singolarità del titolo, il termine certosa mal si accosta a un romanzo ordito sugli intrighi di corte, mi incuriosiva scoprire i motivi che lo rendono migliore di un altro altrettanto celebre romanzo nonché reale capolavoro di Stendhal, Il rosso e il nero.

La Certosa di Parma di Stendhal: chiacchiere, contenuti e effetto finale sul romanzo

La Certosa di Parma narra, per sentito dire, la storia del marchesino Fabrizio Valserra del Dongo e della zia di lui, la bella e abile duchessa Sanseverina, fiore all’occhiello della corte parmense.

Avvisato, per scrupolo, il lettore francese che l’opera potrebbe risultare tediosa perché dedicata a personaggi italiani ai quali sono stati lasciati tutti i difetti dei loro caratteri, Stendhal definisce il contesto in modo simile a quello che si può trarre da Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo.

Anche La Certosa di Parma, infatti, riporta il:

  1. come reagirono le famiglie aristocratiche italiane alle invasioni napoleoniche e
  2. come veniva educata la discendenza nobiliare mantenendo regolari i carteggi con l’impero austro-ungarico (potenza dominante in Europa) e trascurando la parte dedicata a far acquisire consapevolezza dei diritti, doveri e privilegi incarnati dai giovani titolati per nascita.

Definito il contesto, gli eventi e le opinioni circolanti di cui si compone il romanzo sono utilizzati per definire i personaggi principali ovvero:

  • Fabrizio, giovane di bella presenza e dal carattere mite ma sostanzialmente privo di personalità;
  • la duchessa Sanseverina, dama avvenente per fattezze e personalità ma di carattere volubile e impulsivo;
  • Clelia, fanciulla onesta e virtuosa sia nell’aspetto che nell’anima.

Obiettivo del romanzo architettato da Stendhal è unire Fabrizio e Clelia i quali, palesemente fatti l’uno per l’altra, per coronare il loro sogno d’amore e felicità hanno come ostacolo nientemeno che la duchessa Sanseverina. Sebbene ella sia sinceramente affezionata al nipote, ne La Certosa di Parma si chiarisce presto che non lo è abbastanza per rinunciare al ruolo di primadonna che si è ritagliata addosso e che nel tempo, le ha alleviato il dolore della perdita del primo marito e le ha portato innumerevoli benefici in società.

Mantenendo la segretezza sul se e come tale ostacolo verrà superato dai due innamorati, la Certosa di Parma non è particolarmente diverso o distante, per temi e stile, da Il rosso e il nero.

Nessuno dei due è migliore dell’altro. Entrambi sono capolavori che, dal lato francese e dal lato italiano, raccontano tutto sommato la stessa umana storia dove ci si interroga sul come distinguere l’amore dal desiderio, l’impulso dalla passione.

Nel dettaglio, Il rosso e il nero è incentrato sulla formazione emotiva, sessuale e sentimentale che Julien Sorel deve attraversare per dirsi uomo mentre La Certosa di Parma si basa sulla percezione che si ha riguardo la stessa formazione applicata alla donna, soprattutto se è di nobili natali.

Rispetto al primo, nel secondo romanzo emergono con maggior dovizia di particolari molti degli equivoci e delle ambiguità che hanno fatto la fortuna degli stereotipi di genere. Il più banale fra questi è quello che fornisce all’uomo l’indiscutibile diritto di avere delle amanti a prescindere dalla condizione sociale e dai voti presi mentre, alla donna, l’opinione comune tollera, pur discutendone, l’idea che abbia l’amante che le serve per ottenere o far valere dei diritti o assicurarsi un posto di rilievo in società.

Ufficialmente, la Sanseverina sposa un anziano aristocratico su consiglio dell’amante, il conte Mosca della Rovere Sorenzana, per divenire duchessa e avere le risorse materiali per organizzare balli e feste al fine di intrattenere piacevolmente l’alta nobiltà.
Ufficiosamente, oltre che per soddisfare le simpatie che prova per il suo maturo innamorato, per ottenere il potere che le serve per seguire a distanza il nipote continuamente in fuga, e proteggerlo dal ruolo di capro espiatorio degli odii e delle rivalità tra nobili e ambiziosi in cui è caduto.

In seguito, l’abilità della duchessa si affinerà tenendo conto delle gelosie del conte, dell’invidia di dame ormai sfiorite e dei capricci del principe sovrano (padre e figlio).

Fabrizio non è altro che il perno sul quale la zia fa leva per preservare il suo fascino, per quanto possibile virtuoso, di cortigiana e che continuerà a usare anche quando il suo dominio sarà minacciato da Clelia, l’unica che saprà ispirare nel cuore del ragazzo sentimenti di amore sincero e devoto.

Tali considerazioni mi impediscono di chiudere questo post blog indicando La Certosa di Parma come un romanzo adatto ai lettori dell’epoca in cui è stato scritto (1839) ma che, per i contemporanei, può essere accolto come un’opera squisitamente demodé.

L’impedimento è dato dal fatto che, nel 2024, pare una caratteristica tutta italiana impicciarsi e pasticciare con i sentimenti altrui per condizionare la politica, l’economia e l’opinione pubblica di una nazione. Se si pensa alla rilevanza costante che si dà sui social network alle unioni e separazioni di figure celebri, pubbliche e influenti piuttosto che a notizie ben più serie, complesse e importanti non è un ostacolo narrativo da poco in quanto allontana dalla realtà.

A lettura conclusa, dunque, La Certosa di Parma di Stendhal, pur essendo strutturata sul sentito dire, rimane tuttora più acuta di quanto appaia.
Infine, dar ragione a un vecchio romanzo francese fa un po’ sorridere.

Autore: Stendhal (Marie-Henri Beyle)
Titolo: La Certosa di Parma
Titolo originale: La Chartreuse de Parme
Traduzione: Camillo Sbarbaro
Casa editrice: Einaudi
Collana: Gli Struzzi
Pagine: 462
Pubblicazione: Ristampa del 12 febbraio 1983
Prezzo di copertina (attuale): € 12.50

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