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Tra blog e social, libri e letture del 2023

14 Dicembre 2023

L’obiettivo 2023 di questo blog era di leggere almeno un libro al mese spaziando, come sempre, tra generi e temi.

L’obiettivo fissato è stato raggiunto e, tramite l’uso dei social, superato.

Ora non resta che raccogliere titoli e storie in un unico post accorpandoli secondo un personale indice di gradimento.

Microrecensioni e indice di gradimento: il 2023 su ParoleOmbra

A cominciare dalle microrecensioni condivise sui social:

Il primo posto spetta a Tre ciotole di Michela Murgia

Su Telegram ho descritto i suoi Rituali per un anno di crisi come:

“[…] una serie di racconti che si intersecano tra loro in un romanzo il cui protagonista non è un Io ma la realtà contemporanea italiana, con tutti i suoi Sé.

Merita la lettura, se non altro per la caratteristica unica dell’autrice di non limitarsi a narrare le cose come stanno ma come le vede e, ad adattare la sua voce alla pluralità di voci racchiuse nel libro risultando (per chi legge) sempre credibile e non condizionante nell’esprimere il giudizio e le opinioni altrui”.

In una parola, la voce di Tre ciotole è neutra. Ciò la rende funzionale ai linguaggi memorizzati attraverso la scrittura.

Nell’ultimo libro di Michela Murgia, ogni volta che ci penso, risuonano lontani richiami a Infinite Jest di David Foster Wallace e a La vita simbolica di Carl Gustav Jung. La percezione è che ci siano delle assonanze in questi tre libri.

Assonanze date:

  1. dai linguaggi adottati per far emergere un certo tipo di realtà in un tempo molto vicino a quello attuale e ancora in scorrimento e
  2. dall’interrogativo su conscio – inconscio indagato da Carl Gustav Jung per sciogliere un dilemma inerente l’evoluzione dell’umanità. Dilemma che lessi a voce in una nota vocale registrata su Telegram il 3 marzo.

Lungi dal farne dei paragoni, sono libri che pongo in cima a questa classifica perché in essi vi sono scritte veramente delle cose importanti e hanno in sé gli strumenti adatti a decifrare il cosa è importante per comprendere, comunicare ed evolvere.

Al secondo posto di questo indice di gradimento, All’ombra del Matajur di Giuliano Citti

Una lettura casuale ma legata a quelli che per me e per chi me ne ha parlato sono i luoghi del cuore e:

“[…] una raccolta di racconti intrisa di una saggezza ancestrale corredata da illustrazioni estremamente espressive e rappresentative”.

Per ampliare la microrecensione condivisa sempre su Telegram:

“Sono storie che ponderano in modo molto intuitivo e istintivo le azioni necessarie per mantenere unita una comunità agricolo – venatoria in un contesto in cui non è facile vivere. Tali azioni, soprattutto quando implicano il togliere o il togliersi la vita, sono necessarie per preservare e rigenerare un ciclo esistenziale da rispettare sempre, nei tempi, nei passaggi e negli equilibri. In tal senso, ho amato particolarmente le storie Prasetar e La voce del salice ma, in verità, tutte le storie riportate sono intensamente vive, indimenticabili.

All’ombra del Matajur c’è però un racconto che ho scelto di inserire tra i preferiti della raccolta. Si intitola Il corvo e mi ha ispirato un forte senso di comunità e libertà, di amicizia e tolleranza”

Se dovessi affiancare questo libro di Giuliano Citti ad altre letture recensite sul blog, sceglierei I benandanti di Carlo Ginzburg (uno studio storico – antropologico sempre ambientato in Friuli) e La mente del corvo di Bernd Heinrich (uno studio sperimentale – etologico che osserva gli uccelli – lupo, fonte di narrazioni ataviche, con gli occhi della ragione e del cuore).

Sono tre libri che presentano affascinanti affinità, per me. Sarà questa la parola chiave del futuro, quella sulla quale concentrarsi per Essere presenti a noi stessi e agli altri rimanendo connessi al passato?

Al terzo posto, un libro strano, Metodi per sopravvivere di Guđrun Eva Mínervudóttir

Su Instagram ho scritto che:

“La struttura del romanzo è talmente ordinata, pratica (e funzionale) da risultare quasi asettica. Le ferite e i traumi narrati narrati paiono esposti sottovetro, abbondantemente sterilizzati ma non cicatrizzati.
[…]
La sfida di lettura è trovare i dettagli che danno profondità (e complessità) al romanzo. Ci sono, appaiono insignificanti e si riconoscono perché, nella loro insignificanza, ampliano lo spettro di interpretazioni e prospettive di decodifica della narrazione”.

Sono incline a pensare che la stranezza di Metodi per sopravvivere sia collocabile nella dicotomia data dai termini vivere – sopravvivere lasciando sostanzialmente intatti i paradossi che determina. Guđrun Eva Mínervudóttir ha scritto un libro che è decisamente unico.

Al quarto posto, Qualcosa c’inventeremo di Giorgio Scianna

Su LinkedIn lo presento come:

“[…] un bel romanzo. Sviluppa con semplicità la complessità del dolore”.

Leggendo Le 8 montagne di Paolo Cognetti, però, ho la mia prima, buona impressione si è attenuata.

Se dovessi scegliere tra i due, è altamente probabile che lascerei andare la narrazione di Scianna per percorrere quella di Cognetti. Sono libri che per tema e approccio ad esso possono accordarsi facilmente ma, dal momento in cui li ho paragonati fra loro, non posso dire o scrivere che sono belli uguali.

Al quinto posto, un libro per ragazzi: Draconis Chronicon di Manlio Castagna

Prima lettura del 2023:

“L’ho accolto come un romanzo da sorseggiare volentieri concedendomi il tempo di svagarmi […]

Prima di invecchiare su narrazioni che distinguono i libri in A e B, infatti, ogni occasione è buona per disconnettersi dal dovere di crescere […]”

In sintesi, è una fiaba romanzata o un romanzo fiabesco dal quale ho tratto quel tocco di leggerezza che, a distanza di tempo, mi è stato utile ricordare quando ho letto La morfologia della fiaba di Vladimir Ja Propp. Uno studio di difficile lettura che ho trovato interessante solo per il dibattito che crea tra l’autore e il non meno prestigioso collega, Claude Lévi-Strauss.

Al sesto posto menziono Il bosco delle volpi impiccate di Arto Paasilinna

Lo cito per due semplici motivi: in primo luogo, per chiudere la parentesi leggera aperta con Draconis Chronicon e, in secondo luogo perché ha dato il via alla collezione dei libri Iperborea dedicati al filone fiabesco.

Tornando al libro di Paasilinna di quest’anno, su Instagram e Facebook scrissi che:

“Lo schema narrativo è il solito.
Si inizia con un soggetto irregolare (in questo caso, il gangster Oiva Juntunen) che fugge in un luogo isolato per non dover condividere con altri ciò che ha legittimamente rubato.

Al primo soggetto irregolare se ne aggiungeranno altri come il maggiore alcolizzato Remes e la novantenne in fuga dalla casa di riposo, Naska componendo una trama che sembra destinata a complicarsi e rischiare l’impasse quando, invece, fluirà in una narrazione regolare, piacevole e uniforme.

Si ha la sensazione che, per quanto ci si possa addentrare nella solitudine e nell’incanto della natura selvaggia, l’elemento umano non sia in grado di integrarsi ad essa rinunciando totalmente alle comodità e al bisogno della compagnia dei propri simili.

I contesti naturali descritti però hanno qualcosa di magico. Il loro potere non è cambiare la natura umana ma far sì che quest’ultima senta nostalgia per il senso di armonia e di intima connessione che prova quando è totalmente immersa in un ambiente selvaggio e incontaminato.

Ritrovare, leggendo Il bosco delle volpi impiccate, la capanna in mezzo ai boschi della Lapponia di cui il romanzo parla diventa quasi una necessità.

Ha l’effetto di alleviare il senso di contraddizione tra natura umana e mondo naturale e fa sorridere sapere, alla fine, come se la cava in tal senso Cinquecentino, il volpacchiotto, testimone di questa narrazione, una volta rimasto di nuovo solo, nei boschi”.

Per approfondire le storie e i temi scritti da Arto Paasilinna, su ParoleOmbra ci sono anche:

Al settimo posto indicherei L’eredità di Villa Freiberg di Romina Casagrande

“[…] ambientato in Alto Adige, si sviluppa su due tempi narrativi:

il passato, per narrare ciò che accadde in questa regione e ai suoi abitanti durante l’invasione fascista e nazista indagando su uno dei tanti aberranti progetti con cui gli Herr del tempo intendevano purificare l’umanità e

il presente che, necessario e funzionale al passato, è coordinato da Bess alla quale, con l’aiuto di Flora, Nino, Thilde e Albert, spetta il compito di dare voce alle verità delle storie personali di Benjamin, Emma, del generale Enea, di Frau Anna, di Peter, Annika e Ursula.

Leggendo L’eredità di Villa Freiberg ho apprezzato:

  • i piccoli gesti di scambio e condivisione di oggetti attraverso i quali i personaggi si salvano fra loro ricostruendo i legami che li rendono umani nel senso buono del termine (un barattolo di pensieri felici, un sassolino ben levigato, una pallina di cuoio consunto, lana e ferri per creare maglioni colorati e sciarpe portafortuna)
  • lo stile di scrittura quasi maieutico dell’autrice nel far emergere un complesso insieme di sentimenti ed emozioni (paura, rabbia, dolore, sensi di colpa, orgoglio) dei personaggi, perdonabili e non.

Sono doti autoriali che compensano la percezione che l’abbondanza di similitudini, tratte dall’ambiente naturale per dare risalto alle storie umane, siano un limite alla lettura perché:

  •  indugiano sulla contemplazione rallentando l’andamento narrativo
  • tendono a dare l’idea che i personaggi si spostino (o vengano spostati) ma siano poco interagenti con i contesti/gli spazi descritti.

Nel bene e nel male e al di là delle mie considerazioni soggettive, L’eredità di Villa Freiberg veicola con reale cura la voce e il messaggio delle storie che narra e per questo gli auspico con tutto il cuore di trovare un posto sicuro nelle librerie di chi lo leggerà”.

A pari merito con il romanzo di Romina Casagrande, colloco sempre al settimo posto anche Cosa mi dice il mare di Lorenza Stroppa:

“Incentrato sull’amicizia tra l’impulsiva Corinne e la razionale Blanche questo romanzo racconta di come il loro legame si forma e si spezza nel mare in cui sono solite tuffarsi o dal quale raccolgono ciò che restituisce.

Della storia affascina la resa del tempo come:

Le sveglie che scandiscono ricordi che non passano perché sepolti sul fondo del mare e non nella concreta terra,

la metodica raccolta di oggetti modificati dal mare per poter percepire lo scorrere del tempo e

l’ossessione per i numeri esatti e incorporei usati per mantenere la calma in momenti di crisi e tempesta.

Dettagli che si sincronizzano tra loro creando uno spazio liquido in cui è impossibile nascondere i sentimenti, immersi o sospesi che siano.

La lotta tra umano e disumano, giusto e sbagliato rimane invariata però l’idea del mare che non perdona ma calma e colma le forze di cui l’elemento umano ha bisogno per lasciarsi andare al perdono ha il suo perché (ed è molto bello)”

L’eredità di Villa Freiberg di Romina Casagrande e Cosa mi dice il mare di Lorenza Stroppa sono libri contemporanei. Romanzi che trattano con delicatezza i temi del disumano e della violenza di genere al fine di riportare in letteratura il Perdono e la Pietà.

Sentimenti che, forse, cercava anche Oriana Fallaci nel ripercorrere la sua storia familiare in Un cappello pieno di ciliegie senza però riuscirci del tutto.

Probabilmente perché per stile e personalità si era interamente votata alla ricerca di Verità e Giustizia e alla sistematica denuncia degli abusi e soprusi degli uomini di potere. In un mondo in cui “le donne non contano” però, i tempi del Perdono e della Pietà ancora non sono maturi e, in tal senso, la rabbia di Oriana ha il suo perché.

All’ottavo posto, Scacco a Dio di Roberto Vecchioni

Non mi ha entusiasmato e riporto, con pochissime integrazioni, la micro recensione dedicatagli:

“Si tratta di un registro in cui si riporta un’immaginaria conversazione fra Dio e il suo primo consigliere, Teliqalipukt.

L’Onnisciente desidera che gli si raccontino delle storie umane. Richiesta alla quale segue una carrellata di figure storiche (maschili) realmente vissute che hanno cercato risposte e soluzioni a domande esistenziali e ai dissidi interiori su:

• verità,
• finzione,
• vita,
• amore,
• libertà,
• fede,
• …

Non mi sono sembrate storie di ribelli di chi vuol essere altro da sé.

Semmai, storie coerenti ai destini del proprio sé e conformi alle virtù, ai valori e ai disvalori umani rappresentati.

Stile ironico, lettura piacevole, frasi twittabili.

Scacco a Dio non mi ha entusiasmato ma, come libro digressione, ci voleva”.

In breve, mi è parso un romanzo nostalgia il cui messaggio sottinteso è che non ci sono più gli uomini di una volta.

Senza nulla togliere alla cultura e ai pregi intellettuali di Roberto Vecchioni, preferisco le Confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo. Gli uomini di una volta sono lì dentro e, in certi passaggi, anche al di fuori del romanzo, nell’adesso (e con i valori sballati).

Al nono posto, un non – romanzo, Da grande di Giulio Xhaët

Su LinkedIn l’ho trovato:

“un libro interessante perché completa i contenuti condivisi dall’autore su #Instagram nel corso degli ultimi due anni e perché presenta degli inserti disegnati che possono apparire meramente decorativi ma che, in realtà, fissano con chiarezza il concetto degli argomenti di volta in volta trattati.

Da Grande, inoltre è particolare per il modo con cui sviluppa la trattazione.

Più che ragionevole (non fornisce alcuna regola fissa o formula per il successo) mi è parso ragionato sui possibili percorsi che chiunque può intraprendere per capire chi potrebbe diventare abbracciando in modo univoco i talenti, le passioni e le aspirazioni della persona che legge o che, come suggerisce l’autore, potrebbe trovarsi in una zona arida della sua vita.

Tra i pregi stampati in Da Grande, una nota bibliografica divisa per capitoli. Verificare la sua presenza è una delle mie fissazioni perché è su questo dettaglio che tendo a stimare quello che considero un valore aggiunto per un libro di carattere divulgativo.

Tra le cose che ho apprezzato di meno: i modelli, gli schemi, i diagrammi che illustrano i processi logici dei ragionamenti. Sono parti che tendo istintivamente a saltare pur riconoscendone il compito di facilitare la lettura.

Rimanendo sul soggettivo, Da grande mi è parso una sorta di manuale per bambini sperduti.

Con la dicitura “manuale per bambini sperduti” non è mia intenzione ridimensionare il bacino di lettori ai quali Giulio Xhaët si rivolge.

Peter Pan di James Matthew Barrie è il riferimento letterario che più volte mi è venuto in mente man mano che leggevo.

Lo adotterei come metafora per definire (citando un altro romanzo che racconta più di quello che arriva) “cosa è” Da grande o, semplicemente, per consigliarne la lettura senza preoccuparsi dal dove e a che età si parte”

In aggiunta a queste considerazioni che rimangono invariate penso che, dopo Da grande, non leggerò altri libri di Giulio Xhaët. Non di questa tipologia, almeno.

Se l’autore sarà così audace da cimentarsi nuovamente nei pericoli e nelle insidie dello scrivere romanzi non lo escluderei dalla lista letture.
Sia mai che possa risultare un lavoro in stile Charles Dickens (leggevo David Copperfield in contemporanea a Da Grande).

Giunti alla fine di questo indice di gradimento e citati quasi tutti i libri e le letture del 2023 resta, su ParoleOmbra, Io sono un gatto di Natsume Soseki. Un romanzo importante ma, anche, crudele.

Prossime letture?
Le scopriremo nel 2024.

Se non ci si legge prima, che lo spirito del Natale sia clemente con tutti quello che lo meritano o ne hanno bisogno. 🙂

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