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Un cappello pieno di ciliege di Oriana Fallaci: tre saghe in una

30 Maggio 2023
Un cappello pieno di ciliege di Oriana Fallaci: una saga familiare, esistenziale, italiana

Pur essendo interessata al suo contenuto fin dalla sua prima, cartonata, pubblicazione, ho resistito a lungo prima di decidermi a leggere Un cappello pieno di ciliege di Oriana Fallaci.

A bloccarmi, le parole cappello e ciliege. Il primo, un accessorio che può assumere diverse fogge, come il pensiero e le opinioni che si esprimono e si cambiano in continuazione (e non sempre in meglio) il secondo, un frutto dalle molte valenze simboliche (e non tutte positive).

Insieme, queste due parole mi comunicavano rimprovero e rimpianto e, considerato che all’interno del romanzo vi sono tre saghe in una, leggerne Un cappello pieno di ciliege non è una lettura facile. D’altronde, nulla di ciò che Oriana Fallaci scriveva è facile da leggere però…

Un cappello pieno di ciliege di Oriana Fallaci: una saga familiare, esistenziale, italiana

Suddiviso in quattro parti, Un cappello pieno di ciliege ricostruisce – metodicamente e fin dove possono il tempo, le testimonianze documentate e l’immaginazione dell’autrice – la genealogia dalla quale Oriana Fallaci discende e che compone il quadro della sua singolare e specifica esistenza.

Parte prima, i Fallaci

A cominciare dalla linea paterna, i primi Fallaci documentati risalgono al Settecento e dacché hanno memoria appartengono alle terre del Chianti, tra Panzano e San Eufrosino di Sopra.

Umili contadini, vessati e terrorizzati dagli emissari di Dio, Luca e Apollonia sono i capostipiti della famiglia e, dei loro cinque figli, il destino di Oriana comincia con l’unico che sapeva leggere e scrivere, Carlo Fallaci.

Un avo che, perduta l’occasione di imbarcarsi sul Triumph di Filippo Mazzei e di far fortuna in America, si adatta a realizzare i sogni del padre rilevando un podere da lavorare per proprio conto.

L’arte di saper leggere e scrivere sarà provvidenziale per Carlo. Saranno le qualità che gli permetteranno di sposare Caterina Zani, un’eretica fedele alla memoria della nonna Ildebranda, la nonna arsa viva a Siena per aver cucinato carne in un giorno proibito.

Una donna incredibile, Caterina Zani, straordinaria tanto quanto era straordinario, all’epoca, che un uomo delle condizioni di Carlo Fallaci sapesse leggere e scrivere e possedesse di suo ben 11 libri di alta letteratura (le opere del Tasso, dell’Ariosto, di Boccaccio e di Dante, per intenderci). Una contadina ignorante che se ne infischia delle regole e delle imposizioni, che osò insultare apertamente Napoleone e affrontare i soldati francesi dediti al saccheggio sola, incinta e armata di un forcone. Incredibile e straordinaria ma ciò che di lei incanta è il fatto che si lega a un uomo che mantenne la promessa di insegnarle a leggere e a scrivere.

Un matrimonio sul quale nessuno avrebbe scommesso un centesimo è, dunque, un vera fortuna per l’autrice così come è una fortuna che la prova contenente il materiale dal quale attinge per ricostruire la saga di famiglia, la cassapanca di Ildebranda, sia giunta intatta fino al 1944. Fonti che acquisiscono un valore inestimabile man mano che la narrazione procede spiegando anche il contesto storico in cui gli avi Fallaci vivevano.

Pur rimanendo personaggi che non compaiono sui libri di storia malgrado il contributo dato a realizzarla, le storie di Carlo e Caterina insegnano molto su quali siano i valori a cui le relazioni tra uomo e donna, il matrimonio, la famiglia fanno riferimento.

Inoltre, la narrazione delle loro morti, inni all’amore e all’amor proprio, intenerisce e inorgoglisce:

“Le disse che moriva amandola più di quanto l’avesse amata in oltre mezzo secolo di matrimonio perché, col tempo, il suo amore s’era irrobustito come un buon vino vecchio conservato bene”.

“A 76 anni me ne vado con un bel pentolino di saggezza e sapendo due cose: che non ho nulla da farmi perdonare da te e dal tuo Dio e che costui non ha tempo per me. Né io per lui. Arrivo, Carlo, arrivo”.

La prima parte di Un cappello pieno di ciliege fornisce anche qualche indizio sul tipo di storia d’amore che Oriana Fallaci avrebbe voluto vivere ma che, si si ha letto Un uomo, assomiglia più a quella dei Launaro, del ramo materno della famiglia. Una coppia tragica e infelice che, all’autrice, ispira vergogna e paura.

Parte seconda: i Launaro

Rimanendo nel primo ventennio del Settecento, la saga familiare ed esistenziale del romanzo si sposta a Livorno.

Francesco Launaro scruta l’orizzonte. Spera di veder lo schiavo riscattato Daniello, suo padre. Un povero pescatore rapito dai pirati algerini vent’anni prima. Non sa, Francesco, che il padre non rientra nel numero di persone concordate per mandare in porto uno scambio commerciale tra governi e che la pirateria fa comodo anche ai depredati e quando scopre quale fine abbia fatto il padre, sarà lui ad imbarcarsi sul Triumph al posto di Carlo Fallaci.

Francesco Launaro però non farà fortuna in America. Il suo scopo sarà la vendetta, quella di uccidere venti algerini. Uno per ogni anno di prigionia del padre e sarà proprio il padre della sua futura sposa, Montserrat, a offrirgli l’occasione che desidera.

Il duca e marchese Gerolamo Grimaldi è una goccia di sangue blu nella genealogia di Oriana Fallaci ma non può provarlo. La bellissima ava è il frutto di un matrimonio segreto, per l’aristocratico cicisbeo un:

“Rimedio ineccepibile per tre motivi. Primo: essendo valido per la Chiesa, gli permetteva di lavarsi la coscienza e mettere al mondo un figlio che non fosse frutto del peccato. Secondo: essendo non valido per la società, lo sottraeva a qualsiasi dovere civile o problema giuridico. Terzo: essendo clandestino, lo liberava dall’imbarazzo d’un legame pubblico e indegno del suo illustre nome”.

Un inganno per salvare la faccia di un uomo che manderà a morire migliaia di uomini sulle spiagge algerine senza peraltro perdere il favore delle corti europee e incassando dai suoi pari giusto qualche frecciatina d’opinione, più per invidia che per criticarne l’operato. Un inganno alla quale la moglie segreta si sottomette rompendo il silenzio solo quando, malata di tumore (il mal dolent) svelerà a Montserrat il nome del padre e a lui la consegnerà.

L’incontro padre e figlia non avverrà. Sarà fatale quello con Francesco Launaro e verrà sancito da un matrimonio sfarzoso, celebrato in pompa magna e dal quale nasceranno sei figli.

Un’unione di innamorati, sì ma dietro la quale si nasconde il nulla. Una storia d’amore di due persone ignare di sé, della loro invisibilità esistenziale e forse per questo incapaci di non sottostare o di evitare le nefandezze e le angherie che il mondo intorno a loro commette, sia via mare sia via terra.

Opposta alla coppia Carlo – Caterina, la coppia Francesco – Montserrat non è da condannare.

Nella seconda parte di Un cappello pieno di ciliege serpeggia la crudele ironia sotto la quale si nasconde un sentimento che assomiglia alla compassione che non viene dichiarato apertamente e dal quale l’autrice cerca di sviare l’attenzione parlando con rabbia e dispetto del mal dolent o risolvendo il mistero del libro che Filippo Mazzei regalò a Francesco ai tempi del Triumph e che mai lesse:

“Sor Mazzei, di delitti io ne ho commessi a quintali e di pene ne ho sofferte tante che non ho avuto né il bisogno né la voglia di leggere quelli e quelle del Beccaria”.

La seconda è la parte dei dubbi e degli interrogativi tanto quanto la prima è la parte dei valori e delle convinzioni di cui l’umanità è composta nel momento in cui si affaccia alla Vita.

Forse, la mancanza di azioni di cui andare fieri è il motivo che rende difficile all’autrice smettere il tono critico e giudicante per assumerne uno un poco più compassionevole e la verità che ha paura di raccontare, sempre forse, è quella di esporre i suoi avi alla condanna di aver osato sfidare la regola secondo cui un randagio non si mescola con un levriero. Tuttavia, Francesco e Montserrat l’hanno fatto.

Un’azione coraggiosa e non poi così comune per due esistenze segnate dalla schiavitù, dalla segretezza, dall’anonimato. Due nuvolette che preannunciano tempeste ben più spaventose di quelle già narrate e che preparano chi legge ad affrontare la parte in cui al ramo materno si innesta il patriottismo rivoluzionario dei Cantini, degli umilissimi, poverissimi e miserabili Cantini.

Parte terza:i Cantini

La disfatta dei Launaro non è totale. Il brutto e gobbo Michele, l’unico sopravvissuto, aspetta a Pisa, nel suo negozio di strumenti musicali, colei che sposerà e che discende dai Cantini e, nello specifico, da Giovanni, padre naturale e zio ufficiale di Giovanni Battista detto Giobatta.

Per l’autrice, sono gli avi giusti per saldare alla saga familiare ed esistenziale quella tutta italiana e che va dall’epoca delle invasioni napoleoniche alle lotte che precedono e si susseguono all’Unità d’Italia.

Giovanni, povero e innamorato della sartina Teresa, si arruola nelle truppe napoleoniche. Servono soldi, per sposarsi. Una scelta che lo porterà a combattere in Spagna e in Germania, luoghi dai quali tornerà miracolosamente. Tuttavia, non sarà un bel ritorno.

Umiliato e vilipeso dalla sua stessa gente Giovanni, comunque, troverà modo di guadagnarsi da vivere facendo il vetturale. Mestiere che gli permetterà di ascoltare cosa bolle in pentola, quali pensieri e idee sovversive circolano nella tollerante Toscana retta da Leopoldo, rappresentante del casato Asburgico.

Da bonapartista per poter sposare la donna amata, Giovanni sceglierà di sposare la causa carbonara e veicolarne gli ideali. Ideali che vengono espressi anche da uno dei suoi clienti migliori, il marito di Mary Shelley, e sottintesi anche negli intellettuali che nella prima metà dell’Ottocento sostano volentieri in Toscana. Intellettuali come Alessandro Manzoni, Niccolò Tommaseo, Giacomo Leopardi, Pietro Giordani, Stendhal, Ugo Foscolo, George Sand.

“Non per nulla Alphonse Lamartine, allora ambasciatore di Francia a Firenze, avrebbe scritto nelle sue memorie: – Mai vidi tanto liberalismo come quegli anni in Toscana”.

L’ideale di un’Italia unita, egualitaria, liberata dalle dominazioni straniere affascina ma ben presto Giovanni si rende conto che qualcosa, in questa rivoluzione caldeggiata dall’alto e portata avanti da chi sta in basso, non quadra e sparisce. Letteralmente.

Spetta a Giobatta colmare questo vuoto. Il bellissimo Giobatta che, nel 1847, sposa la brutta, grassa, solare e di buon cuore Mariarosa per poi partire per la Prima Guerra d’Indipendenza nel 1848 e, come lo zio padre, tornerà defraudato della sua innocenza e della sua bellezza.

Da giovane, ingenuo e patriottico idealista, Giobatta si tramuterà in un furioso e violento rivoluzionario rosso avviando una parabola in cui il suo degrado fisico e morale si concluderà con un banale incidente.

Uno scempio che, eraso dalla memoria storica d’Italia, l’autrice riporta nei minimi particolari e con sdegno e rabbia racconta la facilità con cui è la storia stessa a dimenticare il prezzo pagato da quei nessuno che misero in pratica degli ideali da salotto.

Investito da una carrozza di passaggio, Giobatta si spegnerà nel 1861 (crudele ironia) lasciando orfani i discendenti che si uniranno al ramo materno dei Launaro avvicinandolo sempre più al ramo paterno dei Fallaci al quale, per completare l’albero genealogico, manca un ultimo innesto.

Parte quarta: le Ferrier

Con le Ferrier si torna al ramo paterno spostandosi però dalla Toscana al Piemonte.

Le Ferrier Marguerite, Jacqueline e Anastasia fanno parte del ramo valdese della famiglia di Torino. Sono alcune delle poche superstiti di una comunità ferocemente perseguitata dalla Chiesa Cattolica fin dal 1200.

Nell’Ottocento ancora preesisteva l’usanza di vietare il matrimonio tra cattolici e valdesi e, quella ancora più barbara, di portar via i neonati alle madri valdesi disgraziatamente nubili per educarli al credo cattolico e lasciarli morire di fame e stenti in un qualche orfanotrofio.

L’ultimo atto di Un cappello pieno di ciliege si apre con l’incontro e l’innamoramento tra il cattolico aristocratico polacco Stanislao, di stanza a Torino e in cerca di aiuti per liberare la Polonia dal giogo russo – austriaco, e la timida valdese Marguerite. Incontro dal quale, dopo una rocambolesca fuga a Rodoreto assieme alla Tante Jacqueline, nascerà la leggendaria e inesistente Anastasia.

Considerati i rischi corsi dalle due donne, la bisnonna di Oriana Fallaci, risulterà inesistente perché entrambe le identità con le quali verrà registrata (Jeanne Tron e Anastasia Ferrier) sono false, illegali. La fine delle persecuzioni e la conquista di uguali diritti per la comunità valdese permetteranno il rientro a Torino ma non lo svolgimento di pratiche volte a dare ad Anastasia un riconoscimento giuridico.

Pur di esistere, continuando a nascondersi, Anastasia si farà notare per la sua bellezza e assoluta mancanza di prudenza e:

  • si iscriverà al corpo di ballo del Teatro Regio (le ballerine erano considerate fanciulle che, per gli uomini, anche delle classi sociali più colte ed elevate, era un dovere molestare);
  • stringerà amicizia con Giuditta Sidoli (l’amante di Giuseppe Mazzini);
    leggerà libri proibiti e licenziosi (Dumas, Baudelaire, Flaubert) o scritti da donne sotto pseudonimo maschile (George Eliot, George Sand, Currer Bell);
  • bacerà sulle labbra la salma di Cavour;
  • si lascerà sedurre da un esponente dell’aristocrazia talmente in alto da non poter essere nominato (un segreto che muore con l’autrice);
  • partorirà e abbandonerà la figlia Giacoma a Cesena e fuggirà in America (grazie a un passaporto falso);
  • parteciperà ai funerali di Lincoln (ed era pure vicina di casa dell’uomo che l’assassinò);
  • attraverserà lo Utah armata di Smith & Wesson;
  • diventerà (quasi) la settima moglie di un Mormone;
  • imparerà a barare al gioco a Salt Lake City e a gestire una casa di piacere di lusso a San Francisco;
  • rientrerà in Italia, a Cesena, per riprendersi la figlia dopo 14 anni di assenza.

L’ultimo atto di Un cappello pieno di ciliege è stordente. L’ammirazione per Anastasia svia l’attenzione sull’Italia, a cosa le accade dopo tante lotte e sangue sparso per unirla.

L’Italia del 1878 è sì un’Italia che sta guadagnando terreno in termini di infrastrutture e trasporti e invenzioni (telefono, elettricità, acqua calda) ma è anche l’Italia in cui alle lotte risorgimentali si sono sostituite le lotte sindacali alimentate da una cattiva politica dove vince il più furbo, il più arrivista, il più sciacallo.

È un’Italia cinica ed egoista, un’Italia che abbandona sé stessa e si arricchisce sostituendo i soldi agli ideali con la convinzione che la fiducia, il rispetto, l’amore e l’amor proprio guadagnati da Carlo Fallaci e Caterina Zani possano essere comprati.

Un’Italia da fine Ottocento che Anastasia interpreta magnificamente.

È una parte del romanzo in cui non provo ciò che l’autrice raccomanda all’inizio, ironia e pietà. Sentimento che giunge all’ultimo, troppo tardi, nell’unico sacrificio che Anastasia compie per chiudere degnamente una saga familiare, esistenziale, italiana.

Un cappello pieno di ciliege di Oriana Fallaci: alcuni pensieri

Superato il rimprovero e il rimpianto che l’ultimo romanzo di Oriana Fallaci mi ispirava a partire dal titolo, Un cappello pieno di ciliege è un libro che dà molto da pensare.

In questo libro, il concetto di destino non sembra poi così imprevedibile. Presenta, piuttosto, parecchie specularità, schemi che si ripetono seppur con qualche variante e senza mai toccare un registro epico o grottesco.

L’ironia alla base delle vicende dei Fallaci, dei Launaro, dei Cantini e dei Ferrier si basa su ciò che non è dato sapere – condizione che è comune a tutta l’umanità fin da quando si è scoperta umana – sul proprio passato, presente e futuro.

Anche se si interroga su ciò che non sa, l’essere umano non è in grado di prevedere o determinare il suo destino perché è troppo impegnato a viverlo. Se non fosse così, l’umanità che ama, combatte, soffre e che si riscatta o si svilisce a seconda dei casi non esisterebbe. Rimarrebbe ferma in un limbo a cui Oriana Fallaci ha sempre guardato con orrore, la Morte.

Un cappello pieno di ciliege è un libro fortemente individualista ma non vi è in esso un vero e proprio culto della personalità da parte dell’autrice.

Nel bene e nel male, nel bello e nel brutto, Oriana Fallaci accoglie con gratitudine e ammirazione i suoi avi, dai più lontani ai più vicini nel tempo, e li integra alla sua personale vicenda esistenziale. Ciò spiega anche il contesto delle frasi e delle lapidarie massime a lei riconducibili quando informava e forniva la sua opinione sulla questione femminile, sulla politica, sull’amore, sulla religione, sulla guerra, sull’impegno civile e sociale e tanto altro ancora.

Aveva sempre qualcosa da dire, Oriana Fallaci, e mentre le diceva rimaneva coerente con sé stessa e con i suoi avi assumendosi, con disciplina inflessibile, i conti lasciati in sospeso delle esistenze che, inconsapevoli ma decise, hanno garantito per lei e a non sprecare l’eredità umana che le hanno scritto nei geni.

Infine, leggere Un cappello pieno di ciliege mi ha dato da pensare che, forse, sapere non è potere e non rende liberi ma rende più forti e resistenti verso le umane debolezze e fragilità.

In quest’ottica, Oriana Fallaci mi incute meno timore e soggezione e con sollievo realizzo che anche per quest’anno ho letto uno dei suoi libri. Sono soddisfazioni, 🙂

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