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Confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo: ha senso leggerlo, oggi?

28 Aprile 2023
Confessioni d'un italiano di Ippolito Nievo: sunto e considerazioni

In Idoli e ragione, Piovene parla di Ippolito Nievo come di un giovine che è stato in grado di scrivere un capolavoro con la saggezza di un vecchio.

D’altra parte si può malignamente pensare che l’immagine di un ventenne che si finge ottantenne sia una posa stilistica, pronta ad offrire il fianco alle voci che sminuiscono il valore dell’autore e della sua unica opera.

Per curiosità, o forse per farmene un’idea mia, questo mese mi sono immersa nelle realtà e nelle verità letterarie racchiuse in Confessioni d’un italiano domandandomi se abbia ancora senso leggerlo, oggi.

Confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo: sunto e considerazioni

Confessioni d’un italiano ha inizio nella cucina del Castello di Fratta abitato:

  • dal Conte che, per abitudine, indossa sul fianco una spada arrugginita e non si sposta né proferisce verbo senza aver il Cancelliere al suo fianco;
  • dalla di lui consorte, la Contessa che, nata a Venezia sotto l’illustre nome dei Navagero mal sopporta la condizione di aristocratica di campagna;
  • dalla dama Badoer, suocera della contessa, che vive confinata in una stanza;
  • dai figli Orlando, Rinaldo, Clara e Pisana che, rispettivamente, sceglieranno percorsi di vita contrari alle aspettative e agli interessi dei nobili genitori.

Poco avvezzi a frequentare la cucina, simili autorità non sembrano aver niente a che fare con l’orfano al quale, ormai ottuagenario, è affidato il compito di voce narrante.

La voce narrante ha nome di Carlo il quale dà inizio alle sue confessioni raccontando:

  • delle sue abitudini a disertare le lezioni del suo insegnante Fulgenzio;
  • dell’affetto e dell’ammirazione portati al vecchio maggiordomo Martino e allo stalliere Germano;
  • delle frustrazioni provate nel cercar di ottenere il primato nel cuore della Contessina Pisana e delle fantasticherie in cui si immaginava pronto a compiere imprese più eroiche e gloriose di quella di fare da girarrosto per ordine della cuoca.

Nell’attesa di crescere, Carlo racconta quanto sa dei suoi genitori e quello che non sa del mondo circostante. Quello di un Friuli in cui si accavallano diverse giurisdizioni che pur essendo poste sotto il dominio della Serenissima, si ingegnano su come derubare i propri padroni e, allo stesso tempo, spremere le risorse della popolazione al fine di riempirsi tasche e pancia.

Rimembrando questa fase, Confessioni d’un italiano racconta, dunque, delle mancanze e degli abusi – vissuti individualmente e condivisi collettivamente – commessi dalle giurisdizioni vigenti all’epoca e dalle forze preposte a regolare e mantenere l’ordine sociale in tema di istruzione, cura ed educazione alla Morale Pubblica e Privata:

“Io non sono bigotto: e non predico per il puro bene delle anime. Predico pel bene di tutti e pel vantaggio della società; alla quale la sanità dei costumi è necessaria come la sanità degli umori al prosperare d’un corpo. La robustezza fisica, la costanza dei sentimenti, la chiarezza delle idee e la forza dei suoi sacrifizi sono suoi corollari; […] non è la concordia che manca, è la possibilità della concordia la quale deriva da forza e da perseveranza. La scienza della felicità è l’arte della moderazione”

Queste e altre mancanze raccolte nelle Confessioni d’un italiano delineano l’indole di Carlo in tutte le sue parti. Un’indole portata a soddisfare, non dei desideri, ma le necessità che, a loro volta, andranno a formare le virtù e i valori idonei a fondare una società umana realmente equa, stabile e autosufficiente.

Definendo la natura della sua voce narrante, Ippolito Nievo ne disvela anche le inclinazioni e le potenzialità. In tal senso, non sorprende che Carlo raggiunga l’adolescenza sviluppando un’istintiva simpatia per personaggi apparentemente marginali come:

  • il dottorino di provincia Lucilio Vianello, con le sue idee filofrancesi e il suo celato amore per la Contessina Clara;
  • lo Spaccafuoco, un brigante che pare una sorta di Robin Hood all’italiana e
  • i figli di Antonio Provedoni (Leone, Leopardo, Bruto, Bradamante, Grifone e Aquilina).

Né sorprendono i motivi che lo allontaneranno dai personaggi più furbi e che per buona parte dell’opera sembrano destinati a mantenersi saldi, in posizioni di vantaggio, come il castellano di Venchieredo e il figlio Raimondo, Padre Pendola o l’avvocato Ormenta.

Nel bene e nel male, sono i punti di riferimento che Carlo porterà con sé fino a quando, completati gli studi a Padova verrà chiamato a Venezia per conoscere il padre, scoprire di essere un Altoviti e di avere, per questo, il privilegio di entrare nell’albo d’oro dei patrizi veneziani.

Tale prestigioso riconoscimento avviene però in un periodo storico in cui la Serenissima ha perso molte delle credenziali che l’avevano resa una potenza politica e commerciale tra Occidente e Oriente e che, adagiata sulla sicurezza di essere ancora quello che non è più, accoglie le notizie della Rivoluzione Francese con beata e incosciente indifferenza.

Un privilegio, lo scoprirsi Altoviti, di cui Carlo godrà poco e del quale si compiacerà altrettanto poiché il periodo di tirocinio come Cancelliere a Fratta, la morte del vecchio maggiordomo Martino e la scoperta di un taccuino di quest’ultimo, hanno mutato l’animo della voce narrante che, dalle imprese eroiche sulle quali fantasticava, si è incamminata verso la ricerca dei doveri da assolvere per guadagnarsi, come individuo sociale, il riconoscimento, per sé e per gli altri, dei diritti veicolati e reclamati al suono della parola rivoluzione.

L’arrivo di Napoleone Bonaparte e dei francesi che, ufficialmente, porteranno valori e ideali repubblicani e democratici ma che, ufficiosamente, prenderanno possesso di una nazione e dei suoi beni per sancire le alleanze che servono per formare un impero, alimenteranno la perseveranza di Carlo Altoviti nel continuare un percorso che lo porti a vivere e divenire cittadino italiano:

  • rispettando il volere del padre avventuriero che più volte gli raccomanda di rimanere – mente, cuore e corpo – in Patria;
  • partecipando a tutte le lotte contro le forze, interne ed esterne, che premono e resistono a sentimenti, pensieri e volontà che precedono, per poi convergere, le lotte per ottenere l’Unità d’Italia. Sentimenti, pensieri e volontà che, sebbene confusi ed embrionali ai tempi dell’incontro con Amilcare Dossi all’Università, si chiariranno man mano che entrerà in relazione con figure storiche e letterarie di non poco rilievo come, per citarne alcuni e in ordine cronologico-narrativo, Ugo Foscolo, Ettore Carafa e Guglielmo Pepe;
  • rinunciando a una carriera prestigiosa e remunerativa pur di dimostrare integrità morale e coscienza civile;
  • accettando con forza d’animo le opinioni negative di amici politicamente più impegnati di lui e le calunnie di chi si è dichiarato, per invidia, suo nemico.

In una frase, la voce narrante delle Confessioni d’un italiano non proviene da un passivo testimone, né da un protagonista di grandi cambiamenti storici ma da un individuo che questi cambiamenti li attraversa impegnandosi a mantenersi presente e attivo in tutto ciò che concerne le cose pubbliche.

Confessioni d’un italiano, inoltre, non si limita a narrare “solo” le storie, grandi e piccole, d’Italia.

Carlo, infatti, si apre al lettore anche per quanto riguarda il privato narrando la sua storia d’amore per la Pisana. Una storia non meno turbolenta, confusa e movimentata della storia del popolo italiano e non poi così diversa dalle storie d’amore che si possono leggere in Dante Alighieri o Torquato Tasso.

Nel romanzo di Nievo, la Pisana è sempre al centro dell’attenzione. Questo perché appare sempre cangiante e Carlo ne parla come di una donna che è sempre stata, fin da bambina, bellissima, intelligente, civettuola, bizzarra, umorale, passionale, pietosa, generosa, gelosa, capricciosa, orgogliosa, opportunista, allegra, volubile, spensierata, collerica, bugiarda e imprevedibile e che, a tratti, ricorda l’Angelica dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto.

La parabola individuale della Pisana è uguale e diversa ai riferimenti letterari ai quali è accostata e rimane fedelmente coerente con l’immagine culturale di Carlo che da donna amata e desiderata ma mai posseduta del tutto la trasforma in una vera e propria allegoria d’Italia, metafora dell’amor di patria.

Vita pubblica e vita privata in Carlo procedono come se fossero la stessa cosa rappresentando un cuore che ha lottato per non sentirsi mai solo e abbandonato e mostrano, infine, come si sente un vecchio che può dire, serenamente:

“Ed ora vivo coi miei figli e con i figli dei miei figli, contento di aver vissuto e contento di morire”.

In conclusione e per quanto riguarda le mie personali considerazioni, Confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo è un libro che ho avuto piacere di leggere e pensare che sia un’opera mai sentita e quasi dimenticata in favore dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, mi sembra un po’ un peccato.

Non è un’opera da sottovalutare e credo che l’unico modo per stimarne il valore sia leggerlo (non imporlo) nelle scuole nostrane.

In definitiva, è un romanzo che ha senso leggere, oggi?

Secondo me, sì.
Secondo te?

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