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L’uomo che allevava i gatti di Mo Yan: un vecchio suggerimento di lettura

14 Febbraio 2022
L'uomo che allevava i gatti di Mo Yan: impressioni e sensazioni di lettura odierne

Ancora non pensavo di creare un blog sui libri che mi si consigliò di leggere L’uomo che allevava i gatti di Mo Yan nell’anno in cui vinse il Premio Nobel per la Letteratura.

È buffo ma sono passati esattamente dieci anni da quando mi è stato dato questo suggerimento di lettura e, se mi è tornato in mente oggi, forse era destino che lo leggessi.

L’uomo che allevava i gatti di Mo Yan: impressioni e sensazioni di lettura odierne

Prima di arrivare al racconto in cui Mo Yan narra de L’uomo che allevava i gatti, il lettore deve passare per otto racconti dai quali estrarre quei fili conduttori che gli servono per apprendere, dal punto di vista letterario, l’immagine della Cina vista dall’interno del suo premiato portavoce.

Da quest’ottica e rimanendo sulla superficie del testo, si può evincere che:

Il vecchio fucile

ha l’incipit più efficace dell’intera raccolta:

“Un fascio di luce dorata lo inondò mentre si toglieva il fucile da spalla con la mano destra priva di indice”.

Perché comanda subito al lettore di sospendere ogni giudizio critico per concentrare l’attenzione sulle azioni del cacciatore il quale, avvicinatosi a un gruppo di anatre, si appresta a soddisfare il desiderio e il bisogno essenziale di nutrirsi.

Al cuore della narrazione non vi è però il lato romantico e naturale della caccia ma la necessità crudele di utilizzare uno strumento mortale per garantire il proprio sostentamento. L’attenzione sul cacciatore si sposta sul suo fucile, testimone della storia familiare dell’individuo e dell’ingovernabilità dell’arma. Questa, infatti, non spara a comando ma solo in tragiche, fatali circostanze.

Le micronarrazioni che si intrecciano agli unici due momenti in cui il fucile ha svolto, in modo apparentemente casuale, la sua funzione si riuniscono nella forma complessiva del cacciatore, unico sopravvissuto della generazione narrante, che si interroga quale sia l’esatta sequenza da seguire e il momento da cogliere per capire perché l’ambiente che conosce e nel quale si muove è diventato talmente opprimente da rendere inadatto vivere come le anatre comuni, le stesse che non può né riesce ad uccidere e nelle quali, malgrado le leggende, non scorge nulla di divino.

Il fiume inaridito

è la strana, brutta storia di un bambino ritrovato morto, in seguito a numerose percosse, dagli abitanti del villaggio presso cui vive.

Mo Yan, concentra la sua arte nel riavviare il racconto in modo che il lettore possa vedere quali azioni e quali immagini hanno accompagnato un fanciullo a una morte precoce.

Il senso della narrazione è che, in vita, nessuno è degno di considerazione e che solo nella morte c’è qualche possibilità di attirare sull’individuo l’attenzione di cui ha bisogno per crescere con la collettività.

Storia molto amara ma affascinante per come, in appena cinque parole, si svela il vero soggetto narrativo.

Il cane e l’altalena

è la storia di due giovani che, traditi dagli ideali che propagandavano in gioventù e in seguito a un incidente, prendono due strade diverse per poi incontrarsi anni dopo.

È un racconto che parla di solitudine e di assenza di amore.

Un cane bianco con due macchie nere sulle zampe anteriori simboleggia la natura del legame che ancora unisce i due ed è l’unico mezzo rimasto loro per riallacciare la speranza di avere ancora una possibilità per ottenere l’ideale di vita al quale aspiravano.

Il finale induce a sperare un altro futuro, diverso dal passato e dal presente in cui la narrazione si svolge.

Esplosioni

è il racconto più articolato della raccolta e comincia con una violenta discussione tra padre e figlio riguardo alla decisione del secondo di far abortire la moglie, sposata su licenza del partito ma, di fatto, scelta per lui quando era a sua volta un bambino.

Lo scontro tra il nonno che vorrebbe il nipotino e il figlio che gli ricorda che ha già una nipotina è, in parte, determinato dalle leggi in tema di pianificazione delle nascite che concedeva alle coppie sposate di generare un unico figlio e, in parte, dalla mentalità arcaica, contadina che dava maggior valore al maschio piuttosto che alla femmina nel compito di perpetuare la specie umana e il nome della famiglia.

Il protagonista, padre e figlio insieme, intasca una prima “vittoria” per poi ingaggiare un altro scontro con la moglie incinta. In questa fase, il racconto illustra tutte le recriminazioni e le “strategie” adottate dalla consorte per non obbedire alla decisione del coniuge e tenersi il bambino. Anche in questa fase, il marito vince pronunciando un’unica parola alla quale la moglie si piega lasciandosi condurre all’ospedale per abortire.

Nell’attesa moglie e marito vedono una volpe braccata. Quest’ultima, secondo le leggende, simboleggia lo spirito della donna ed ha il potere di fabbricare le pillole dell’immortalità.

Alle credenze popolari si mescolano, in questa fase del racconto, i concetti naturali che regolano il tempo, lo spazio, la nascita, la morte, la vita e l’esistenza. Gli elementi narrativi si susseguono in molteplici micro esplosioni tra loro interdipendenti che causano, nell’individuo, stati esperienziali da far venire il capogiro.

Vien da chiedersi se l’uomo, il marito e il padre rimarrà fermo nella decisione privata di obbedire alle regole comuni o se cambierà idea compiendo un atto rivoluzionario disobbedendo e provando pietà per il genere umano.

Il neonato abbandonato

ha almeno due collegamenti diretti e dichiarati con le precedenti narrazioni, Il cane e l’altalena ed Esplosioni, con qualche reminiscenza proveniente da Il fiume inaridito.

Il protagonista trova, in mezzo a un campo di girasoli, una creatura che non sa se tenere o lasciare perché:

  1. se decide di allevarla come sua, rischia di essere multato per contravvenzione della politica del figlio unico e subire il malanimo della famiglia;
  2. se la riporta dove l’ha trovata, invece, rischia l’accusa e l’arresto per infanticidio.

La situazione presentata dal racconto è critica e il dialogo con l’ostetrica incontrata in Esplosioni apre una finestra in cui autore e lettore si interrogano sui compiti e sulle responsabilità che l’uomo deve assumersi e onorare quando decide di interrompere il ciclo di chi attende di dare la vita, quando vuole salvaguardare la vita stessa, quando può lasciare che essa continui o quando, ancora, è importante avere ben chiaro cosa va sterilizzato e cosa no.

Il tornado

è la storia di un nonno, di un nipote e di un ciuffo d’erba.

Essenziale e perfetto, immagino e sento che questo sia un racconto sul quale non serve dire nulla se non invitare il lettore a soffermarsi e contemplare questa perla narrativa prima di procedere al di là dei tempi e degli spazi che racchiude.

La colpa

è la storia di due fratellini che gironzolano nei dintorni del loro villaggio raccontandosi storie su numeri da circo e vecchie leggende sugli spiriti delle tartarughe.

La spedizione dei fanciulli, innocente nella prima parte del racconto, volge in disgrazia nella seconda. Alla vista di un fiore rosso, la fiaba che condividevano si infrange.

Il seguito di questo racconto costringe il narrante a prendere contatto con la sua realtà e a cercare di elaborare un senso di colpa che gli si attribuisce ma che non prova e che allontana da sé sostituendo il fratellino perduto con l’animale che avevano incontrato all’inizio della loro avventura.

Tra i racconti, La colpa è forse il modello narrativo più affascinante per illustrare la capacità dei bambini di vedere le più sottili efferatezze e le più segrete meraviglie lasciando l’impressione che la perdita di questa abilità sia un peccato per il progredire animistico e spirituale dell’umanità.

Musica popolare

è una storia d’amore tra una locandiera e un musicista, cieco e vagabondo, che, sviluppandosi, contribuisce ad aumentare i guadagni del piccolo centro commerciale in cui la vicenda si svolge aumentando, così, anche il senso di benessere di commercianti, contadini, lavoratori.

Lo stile di vita agiato porta però i concorrenti della ristoratrice ad avanzare pretese sul musicista, centro di guadagno di cui, tra tutti, a beneficiarne di più è stata proprio la donna che l’ha accolto in casa a costo della sua reputazione.

Temendo di perdere l’uomo di cui è realmente innamorata, la locandiera gli chiede di sposarla ma questi rifiuta.

La storia d’amore finisce in un canto corale che sottolinea la ricchezza e la delicatezza della Musica popolare che, coerente al tema, sfuma via con tutte le variazioni emotive che l’autore esprime attraverso l’uso delle parole e che la collettività vive quotidianamente da tempi immemori.

L’uomo che allevava i gatti

è il racconto di Daxiang, cugino del narratore che si era arricchito addestrando gatti per dare la caccia ai topi nei villaggi. Il suo successo attira l’attenzione dei quadri del partito che lo ingaggiano per godersi lo spettacolo ma gli avvenimenti non seguono il programma stabilito dai committenti.

Notoriamente i gatti sono simbolo di comunicazione e gli otto esemplari di Daxiang svolgono bene questa funzione perché hanno imparato a vivere in simbiosi con l’uomo che li coordina.

La narrazione del fallimento dei capi del partito che pensavano di poter impiegare uomini e gatti per i loro scopi è la narrazione del fallimento di una propaganda avviata tra gli anni Cinquanta e Ottanta del Novecento che doveva portare, in Cina, una Rivoluzione culturale di cui tutti avrebbero beneficiato. Gli esiti di tale campagna sono stati diversi e, nell’insieme, deleteri.

L’uomo che allevava i gatti racconta, con estrema sintesi, trent’anni di storia ed è l’emblema con cui Mo Yan descrive sé stesso, la collettività, la cultura della Cina antica e moderna.

Essenziali, crudeli e delicati, amabili ed emblematici sono gli aggettivi che utilizzerei per definire questo libro nel suo complesso e per evocare, anche, le sensazioni provate leggendo, in questi giorni, L’uomo che allevava i gatti di Mo Yan.

Con un po’ di malinconia, lo lascio depositare nella memoria, assieme al suggerimento datomi per prestargli attenzione e alla curiosità di sapere quali altre impressioni emergeranno quando sfoglierò le stesse pagine tra dieci anni ancora o quali saranno le tue, se deciderai di leggerle adesso, prima o dopo questo post.

Autore: Mo Yan
Titolo: L’uomo che allevava i gatti
Titolo originale: Lao qiang, Ku he, Bai gou qiuqianjia, Baozha, Qi ying, Da feng, Zuiguo, Minjian yinyue, Yang mao zhuanyehu
Traduzione: Maria Rita Masci
Casa editrice: Einaudi
Pubblicazione: 2015
Pagine: 256
Prezzo di copertina: € 10,80

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