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Colloqui di pace di Tim Finch: un romanzo riflessivo

17 Dicembre 2021
Colloqui di pace di Tim Finch: un romanzo riflessivo

Per concludere le letture del 2021, Colloqui di pace di Tim Finch mi sembrava il più adatto per riaprire le pagine pubblicate con le Edizioni e/o.

Pagine che, nel complesso, avevo abbandonato dopo aver letto, con interesse e coinvolgimento, quelle riguardanti l’amata, odiata e ampiamente discussa quadrilogia di Elena Ferrante, L’amica geniale.

Colloqui di pace mi è parso subito, inoltre, un romanzo riflessivo, adatto a narrare con quali criteri si costruisce un dialogo con sé stessi e con gli altri, a prescindere dalla carica sociale e professionale che si ricopre per vivere.

Colloqui di pace di Tim Finch: narrativa diplomatica

Colloqui di pace è la narrazione in prima persona di un diplomatico incaricato di presiedere i negoziati tra due parti disposte a cercare un accordo per porre fine alle ostilità di cui sono causa e conseguenza.

Adottando, all’inizio, la metafora della montagna e del trekking, il narratore descrive in cosa consiste il suo lavoro, come lo svolge e fino a che punto è in grado di mantenere il distacco emotivo necessario per gestire le tensioni e le strategie messe in atto in un dialogo che andrà a influire sul risultato – personale, professionale, sociale e umanitario – che si vuole raggiungere a beneficio della comunità internazionale.

Si capisce subito la complessità del lavoro di Edvards Behrends, questo il nome del protagonista non protagonista del romanzo, e delle procedure che applica per favorire il processo di riconciliazione tra parti in lotta abituate a reagire cercando di ottenere più vantaggi possibili da quello che viene considerato più un compromesso che un accordo. Sono aspetti contrari ai Colloqui di pace che il narratore accetta, conosce e racconta come aspetti imprescindibili della natura umana e che interseca ai diritti e ai doveri che, in quel frangente, sono in trattativa. Per superarli, il diplomatico svela alcuni trucchi del mestiere, quelli che gli riescono meglio:

“Quello in cui sono bravo, dunque – mi rendo conto che sto ripetendo più o meno lo stesso concetto – è ottenere qualcosa dando l’impressione di non aver fatto un granché. E anche se non ti danno un premio per questo lavoro, senza di esso non esisterebbero premi”.

L’impressione che si ha leggendo queste riflessioni è che il compito per il quale è stato ingaggiato sia difficile, impegnativo, gravoso ma non impossibile da svolgere. Di ciò, il narratore ne è cosciente abbastanza per integrare in esso anche le confidenze che rivolge alla moglie Anna immaginando, malgrado la sua assenza, le risposte che si aspetta da lei.

Un marito che si confida con la moglie dà al romanzo sfumature di romanticismo che diventano ammirazione per come il diplomatico continua con le sue mansioni pacificatrici nonostante il lutto, il dolore, la vedovanza trovando da sé un modo per soddisfare il bisogno, anch’esso profondamente umano, di parlare per sentirsi ascoltato e di comprendere come procedere a vivere in pace.

L’incontro con Max, l’unico interlocutore rimasto in vita con il quale il narratore può concedersi di essere sé stesso, segnala una prospettiva di lettura dei Colloqui di pace che non è scontata perché aggiunge qualcosa in più in queste due storie, sentimentale e professionale, intrecciate come il tiglio con la quercia.

“Quello che voglio dire è che tu hai buone intenzioni, compi buone azioni, riesci a compierle. Forse, un altro modo per dirlo è che sei un uomo fortunato.”

Il verbo riuscire, in corsivo nel testo, è un dettaglio che va oltre la comprensione della figura di Anna come fonte d’amore dalla quale trarre le energie per svolgere con tatto, finezza e coscienza l’arte della diplomazia ad alto livello.

Il verbo riuscire è il pezzo che anticipa la parte in cui si narra il come è stato tolto al narratore il legame che lo teneva unito alla moglie e al suo lavoro e introduce ai perché e ai sentimenti che costituiscono i criteri con cui apre nuove vie verso la confidenza e la condivisione di una pace reale e produttiva.

Il verbo riuscire, in questo contesto e a narrazione inoltrata, coglie il senso della sintesi che Colum McCann scrive in apertura del libro:

“Con umorismo e malinconia, l’autore tesse un resoconto confidenziale di ciò che significhi negoziare la pace, sia con gli altri sia con sé stessi.”

A fine lettura, Colloqui di pace di Tim Finch compie un piccolo, meraviglioso miracolo. Quello di cui il narratore e chi ascolta i suoi pensieri hanno bisogno per concludere un accordo che non sappia di compromesso per riuscire ad andare avanti e proseguire con l’ascolto, la parola, la lettura.

Autore: Tim Finch
Titolo: Colloqui di pace
Titolo originale: Peace Talks
Traduzione: Silvia Castoldi
Casa Editrice: Edizioni e/o
Pubblicazione: 30 settembre 2020
Pagine: 187
Prezzo di copertina: € 17.00

Le recensioni di ParoleOmbra, ottobre-dicembre 2021

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