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Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald: una rilettura

6 Ottobre 2021
Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald e il sogno americano

La prima volta che lessi Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald mi deluse.

Mi sembrò un romanzo piatto e banale eppure, al di là del tempo, dei luoghi, degli oceani, continua a incantare ogni sorta di lettore.

Ciò che mi ha indotta a rileggere Il grande Gatsby è l’accostamento, ricorrente quando si parla di letteratura americana, che si fa tra Fitzgerald e Faulkner con l’invito, sottinteso, a esprimere una critica in cui sembra obbligatorio dichiarare una preferenza per l’uno o per l’altro.

Un invito, a mio parere, un po’ sgradevole al quale, però, ho pensato di rispondere rileggendo uno dei romanzi più celebri dell’autore dell’età del jazz.

Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald e il sogno americano

Con Il grande Gatsby, Fitzgerald inquadra prima di tutto la voce narrante, Nick Carraway.
Un uomo educato a non esprimere giudizi di sorta perché, come diceva suo padre:

“[…] ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu”.

Dopo i consueti preamboli e le presentazioni inerenti la sua storia personale, Carraway racconta al lettore come si è trovato, a 80 dollari al mese, a vivere in campagna avendo per vicini due milionari, Buchanan e Gatsby, con i quali entra in relazione in occasione di una cena per pochi e su invito di partecipazione a una festa per tutti.

La cena a casa Buchanan, dove Nick rivede una sua lontana parente, Daisy, e incontra Jordan, una famosa campionessa di golf, si svolge in modo convenzionale e si conclude quasi in contraddizione con il principio educativo della voce narrante.

Durante l’evento trapelano varie informazioni e sentiti dire che producono molteplici effetti tra i primi personaggi riuniti da Fitzgerald.

In queste pagine, Carraway viene impercettibilmente coinvolto in una serie di situazioni che condizionano il modo in cui questi sviluppa una certa curiosità nei confronti di Gatsby, un personaggio indubbiamente famoso ma considerato di poca importanza.

A fine serata è chiaro che Tom Buchanan rappresenta l’incarnazione dell’uomo di successo, che può permettersi di tutto come, ad esempio, fare discorsi razzisti facendoli passare per profondi ragionamenti scientifici, concedersi una o più amanti, comprare o viaggiare a seconda dei capricci della splendida, frivola e superficiale moglie.

Se appare perfido, prepotente ed egotista è solo perché, alla prima impressione, Buchanan viene descritto come un individuo che ha tutti i vantaggi materiali che si possono sognare per ostentare la realtà da privilegiato in cui è, di fatto, immerso.

Ad ogni modo, gli aggettivi dispregiativi associati a Buchanan più che una critica sembrano accennare ai criteri con cui Carraway esprime, con discrezione, una sua modesta opinione.

La critica si forma in seguito, quando la voce narrante parteciperà a una delle sfavillanti feste organizzate da Il grande Gatsby.

Non meno facoltoso di Buchanan, il vero protagonista del romanzo è anche più misterioso e, per questo, più affascinante. Da un nome menzionato di sfuggita, alla leggera, Nick viene trasportato verso un personaggio troppo di successo per non generare chiacchiere e dicerie che ne oscurano l’aura da sogno che lo circonda e che impara a conoscere in relazione all’unica donna che questi abbia mai amato.

In sintesi, Gatsby è un sentimentale. Ciò che lo rende grande è che la sua storia personale e il suo vero nome raccontano la tragica illusione di un uomo convinto di realizzare un sogno d’amore senza considerare che esso non è condiviso dall’innamorata. Ciò che rende grande, Gatsby, è che, da americano povero venuto su dal nulla, ci ha creduto fino in fondo a questo sogno.

In uno stile pulito, asciutto, scorrevole e incalzante, musicale quasi, Fitzgerald racconta una storia banale costruita da personaggi mediocri che non hanno consapevolezza della parte che interpretano ma che sono convinti di incarnare, nell’insieme, il sogno americano al quale Faulkner credeva ma per il quale, leggendo Privacy, sembrava aver perduto le speranze.

In tal senso, il paragone tra Fitzgerald e Faulkner non sussiste.
In fondo, seppur con stili e punti di vista diversi, raccontavano la stessa realtà e il come essa interpretava (o interpreta tuttora) la vaga, affascinante idea di cui è ammantata e che brilla di nostalgia.

Perché leggerli, dunque, con l’intenzione di esprimere una preferenza a favore dell’uno o dell’altro quando hanno saputo, con lo stesso materiale a disposizione, illudere e disilludere attraverso la letteratura?

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