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La società dello spettacolo di Guy Debord: schema e riassunto

13 Settembre 2021
La società dello spettacolo di Guy Debord: una lettura guidata

Con un salto temporale non indifferente rispetto ai saggi precedenti, dedicati agli studi etnologici e ai motivi fiabeschi della mentalità primitiva, lo schema e il riassunto di oggi, per quanto parziale, sarà incentrato su La società dello spettacolo di Guy Debord:

“Un libro di culto che non ha mai smesso di essere tale, apparso troppo in anticipo sui tempi per essere capito sino in fondo, più citato e saccheggiato che letto veramente”.

La società dello spettacolo di Guy Debord: una lettura guidata

Considerate:

  1. le Avvertenze alla terza edizione francese in cui Guy Debord si compiace dell’esiguo numero di lettori critici che hanno compreso il testo e
  2. la Prefazione alla quarta edizione italiana, la prima ad aver tradotto con competenza l’intento del saggio di nuocere alla società spettacolare,

è necessario leggere La società dello spettacolo facendo attenzione all’Introduzione con cui Carlo Freccero e Daniela Strumia accompagnano il lettore verso i capitoli intitolati:

Avvertenze, Prefazione e Introduzione, infatti, sono i tre aspetti da tener presente per orientarsi nel discorso che Guy Debord avvia, in modo apparentemente frammentario per la composizione in paragrafi dei capitoli, per analizzare genesi e sviluppo de La società dello spettacolo.

La separazione compiuta

“La società non è un insieme di immagini ma una rappresentazione sociale fra individui mediata dalle immagini”.

È una considerazione con la quale Debord, agli esordi dell’era consumistica (La società dello spettacolo fu pubblicata per la prima volta nel 1967) riassume il come stava cambiando la percezione di realtà e il bisogno di essere rappresentati in armonia con essa in una concezione in cui emerge e domina una pratica diffusa volta a rappresentare il bisogno di avere un’immagine di sé per sembrare integrati al contesto sociale in cui si vive.

Le immagini che ne derivano, più che esprimere dei valori sociali, rappresentano possibilità pressoché infinite degli stili di vita al quale l’uomo può adattarsi fruendo di una vita simile a quella raccontata sugli schermi televisivi ma non aderente alla realtà sociale ed economica effettiva.

Gesti di ribellione e movimenti di contestazione di classe degli anni ’60 vengono integrati al mondo e all’industria dello spettacolo aumentando le possibilità di svago e limitando il margine di azioni possibili per soddisfare il bisogno, individuale e collettivo, di vivere in una società più equa, non ripartita in classi e sostenibile.

Veicolato dalla televisione, lo spettacolo favorisce l’inattività raccontando cosa la società può fare per migliorare le condizioni di vita senza però rappresentare ciò che è stato fatto per confermare la nascita di una realtà sociale veramente composta di individui liberi e uguali.

La libertà spettacolarizzata è una realtà illusoria. La separazione è compiuta perché inserita in una produzione circolare di isolamento alla quale nessuno, a prescindere dalla classe o dal grado di istruzione, trova modo di opporsi e al quale non può far altro che adattarsi.

La merce come spettacolo

“Lo spettacolo è l’altra faccia del denaro: l’equivalente generale astratto di tutte le merci”.

Secondo quanto compreso leggendo l’Introduzione, La società dello spettacolo cerca di individuare il momento storico esatto in cui economia moderna e ideologie socialiste (utopistiche e scientifiche) vengono integrate al sistema e alle strutture capitaliste emergenti creando così le condizioni in cui si inserisce, attecchisce e prolifera il concetto di consumismo.

La merce come spettacolo è una similitudine per illustrare, nelle sue strutture e dinamiche di base, il passaggio dalla produzione di beni di consumo destinata a una ristretta cerchia clientelare alla sovrapproduzione di beni in serie da smaltire su un mercato più ampio nel quale anche il lavoratore-produttore viene coinvolto.

Come in una reazione a catena, l’aumento di prodotti accessibili anche alle classi proletarie comporta una modifica dell’immagine del lavoratore-produttore a lavoratore-consumatore che, a sua volta, identifica nella merce che acquista qualcosa che, invece di soddisfare un qualche bisogno primario, lo rappresenta come un individuo integrato al contesto (o ai contesti) di benessere che vede.

La merce viene esaltata e astratta diventando un bene che rappresenta colui che la possiede come proprietario di uno stile di vita la cui agiatezza reale, pratica ed effettiva è illusoria tanto quanto è illusoria la realtà descritta in La separazione compiuta.

La nascita di nuove specializzazioni scientifiche (Debord menziona, ad esempio, la semiologia, la sociologia fino a sfiorare temi inerenti la cibernetica) e la crescita dei servizi compresi e associati al settore terziario collaborano a condizionare l’uso della merce in tal senso determinandone, di conseguenza, anche il valore.

Unità e divisione nell’apparenza

“Il concetto di spettacolo costituisce l’anello logico che salda il mondo delle merci al mondo dei media. Debord è il Marx del consumismo.”

Una volta individuato, nell’origine e negli andamenti, la nascita del mondo delle illusioni e osservato la conseguente epica delle merci in lotta per ottenere l’attenzione di una società di consumatori alla quale si associa, Debord si appresta a definire il concetto di spettacolo scrivendo che esso è:

  • unito e diviso ma concorde nel rappresentare per vero ciò che è falso e viceversa,
  • impossibile da scindere dalla storia dell’economia e da un’economia dell’abbondanza,
  • un movimento di banalizzazione e moltiplicazione di ruoli e oggetti tra cui scegliere.

A questa definizione l’autore arriva riscoprendo il marxismo e applicando le sue strutture analitiche della realtà alla realtà dello spettacolo e all’esaltazione delle merci.

Il viaggio, la macchina di lusso, vestiti, gioielli e tutte quelle merci con le quali di solito si identificava una classe sociale specifica sono tutti segnali che indicano come i media si predispongono a rappresentarle come prodotti “magici” che chiunque ha la possibilità di acquistare per soddisfare un desiderio di appagamento sociale dando un’immagine corrispondente alla classe sociale alla quale si vorrebbe appartenere ma con la quale non condivide il benessere materiale (impostura del soddisfacimento).

Il proletariato come soggetto e come rappresentazione

“Tutte le correnti teoriche del movimento operaio rivoluzionario sono uscite da un confronto critico con il pensiero hegeliano, in Marx come in Stirner e Bakunin”

Le argomentazioni volte a nuocere La società dello spettacolo e la sua superficie cercano in Hegel e in Marx le modalità con cui il pensiero consumista e l’era delle illusioni appare infrangibile.

In questo caso, l’Introduzione è poco d’aiuto per comprendere questo capitolo pur avendo avvisato il lettore della vasta cultura di cui Debord dispone e dell’abilità con cui utilizza le citazioni per impedire di essere frainteso o strumentalizzato dalla materia di discussione.

Ad ogni modo, la percezione è che La società dello spettacolo illustrata in questo saggio critico abbia integrato la stessa logica che, in passato, ha portato alla formulazione di teorie che ponevano una specifica classe sociale al centro di discussioni politiche, filosofiche e sociologiche che hanno prodotto un ventaglio di azioni ideologiche tra le quali si poteva scegliere per concretizzare e determinare una rappresentazione unitaria da integrare alla società moderna.

La differenza o la divergenza che sembra emergere dalla critica di Debord è che il discorso marxista che aveva Il proletariato come soggetto e come rappresentazione viene spostato al discorso spettacolare e modellato sull’immagine della borghesia che – non avendo alcun bisogno di essere integrata al sistema consumista e spettacolare che essa stessa ha contribuito a creare con successo – non offre alcun contributo al confronto dialettico complessivo.

Esautorando il senso storico e minimizzando il carattere rivoluzionario del movimento operaio o l’idea che Marx aveva di esso, la borghesia assume un’immagine trionfale in cui si mostra come classe sociale che ha saputo superare le idiosincrasie del passato sviluppando una vasta gamma di comportamenti e modelli di pensiero che creano l’illusione di vivere in una società civile fondata sull’esercizio della ragione.

Tempo e storia

“La vittoria della borghesia è la vittoria del tempo profondamente storico, perché è il tempo della produzione economica che trasforma la società, in permanenza e da cima a fondo”.

Lo spostamento di soggetto e rappresentazione dal proletariato alla borghesia sembra spiegare, dunque, in che modo si è determinato il trionfo della seconda che, con La società dello spettacolo, diventa la classe sociale protagonista, l’unica che sia riuscita a dominare il tempo e la storia di una società illusoria ma concretamente statica.

Per società statica sembra che Debord intenda contesti e strutture di potere in cui il tempo è immobile e del quale l’individuo prende coscienza del suo movimento in base alla successione storica fornita da chi, fino all’era pre-industriale, ne deteneva il controllo in quanto proprietà privata tenuta separata dalla coscienza collettiva rappresentata, in passato, dalle masse contadine.

Modello che permane anche nell’età moderna e industriale e che malgrado il formarsi delle masse proletarie si fonde con il ciclo di produzione capitalista lasciando la borghesia, in quanto specialista del possesso di cose, al centro.

Per paradosso, la borghesia si impone nel tempo attraverso il tempo gettando le basi per la società della merce come preludio alla società dello spettacolo.

Il tempo spettacolare

“Il tempo pseudo-ciclico non è in realtà che il travestimento consumabile del tempo-merce della produzione”

Appurato in che modo cambia la concezione di realtà trasformando il lavoratore in consumatore e la merce in valore sociale secondo una logica che sposta l’attenzione dialettica dal proletariato alla borghesia, La società dello spettacolo si appropria anche della concezione ciclica, storica o naturale che sia, del tempo e della sua gestione.

Il tempo biologico del sonno e della veglia diventa accessorio, una cadenza con la quale vengono intervallate le fasi in cui il lavoratore produce e si fa merce che si consuma e auto-consuma sempre nello stesso ciclo di produzione moderna.

Di fatto, il lavoratore-produttore è, passando per la fase di transizione del produttore-consumatore, giunto allo stadio di spettatore che lavora per vivere un vita che non vive completando il processo di alienazione dalla realtà che non è solo individuale ma collettiva.

La programmazione del territorio

“Lo spettacolo non è un’utopia, un sogno da realizzare. […] È un incubo”.

Ottimizzato il tempo, il sistema capitalista e la produzione in serie delle merci si appropria del territorio e lo modifica in base alle esigenze produttive.

La programmazione del territorio è un capitolo in cui Debord fa un paragone molto simile a quello eseguito con in Il proletariato come soggetto e come rappresentazione utilizzando l’epoca medievale come criterio comparativo.

Nel sistema delle corporazioni medievali, la qualità artigianale della merce veniva preservata dalle barriere regionali e da restrizioni che ne limitavano la circolazione all’interno e al di fuori dell’opposizione città/campagna. Realtà che comunque, per quanto distanti, venivano coinvolte nel processo produttivo rimanendo autonome e comunicanti.

Nel sistema capitalista, la merce è libera di circolare ovunque e la quantità prodotta destinata al consumo di massa viene assorbita esclusivamente dal contesto urbano modificato e ricostruito come spazio unificato del libero mercato.

Ciò che è posto a controllo e a regolamentazione non è più lo spostamento di prodotti artigianali al di fuori delle barriere geografiche e legali note alle società del passato ma la stessa geografia umana che, equiparando gli esseri umani a beni di consumo, si ridefinisce attraverso la costruzione di spazi sociali comuni (supermercati) e di percorsi di collegamento alle campagne (autostrade) facilmente raggiungibili con l’automobile, mezzo acquistato per consumare il tempo libero dal lavoro destinato ad essere inglobato nelle dinamiche che favoriranno la nascita del turismo di massa.

La società dello spettacolo segue anche qui un percorso d’indagine speculare in cui dimostra che il sogno utopico dell’uguaglianza sociale, dell’economia sostenibile e della libera circolazione delle merci è in realtà un incubo (urbano).

La negazione e il consumo della cultura

“La cultura è la ricerca dell’unità perduta. In questa ricerca dell’unità, la cultura come sfera separata è costretta a negare sé stessa”.

Anche il concetto di cultura, un tempo indipendente per quanto correlata alla dimensione comunitaria che si organizzava in società del mito, viene modificato e adattato alle logiche e alle leggi con cui La società dello spettacolo si costituisce e prospera.

In un’opposizione fra tradizione e innovazione, la bilancia delle dinamiche culturali pende a favore della seconda.

La cultura, nell’adattarsi al cambiamento della concezione di realtà, di umanità, di tempo, di spazio e di storia dell’era moderna e capitalista, perde la sua indipendenza e la sua autonomia intellettuale e diventa, dunque, merce ridefinita dai linguaggi comuni alla società spettacolare atta a ristrutturare le conoscenze storiche pregresse per veicolarla in una pseudocultura che, negandolo, ha perso di senso e di valore comunitario.

L’ideologia materializzata

“In una società in cui nessuno può più essere riconosciuto dagli altri, ogni individuo diviene incapace di riconoscere la propria realtà. L’ideologia è a casa propria; la separazione ha edificato il suo mondo”.

È una delle frasi con la quale Debord sintetizza l’intero discorso critico di cui è composto La società dello spettacolo e L’ideologia materializzata è il capitolo conclusivo di un testo critico che ha analizzato ogni aspetto del sistema spettacolare utilizzando come termini di confronto e di paragone citazioni tratte da:

  • Feuerbach (e nello specifico dalla Prefazione alla seconda edizione de L’essenza del cristianesimo) per La separazione compiuta;
  • Lukàcs in Storia e coscienza di classe per La merce come spettacolo;
    «Bandiera Rossa» Pechino, settembre 1964 per Unità e divisione nell’apparenza;
  • Inchiesta parlamentare sull’insurrezione del 18 marzo 1871 per Il proletariato come soggetto e rappresentazione;
  • Shakespeare, Enrico IV per Tempo e storia;
  • Baltasar Graciàn, Oracolo manuale e arte di prudenza per Il tempo spettacolare;
  • Machiavelli, Il principe per La programmazione del territorio;
  • Ruge, Lettera a Marx, marzo 1843 per La negazione e il consumo della cultura;
  • Hegel, Fenomenologia dello spirito per L’ideologia materializzata.

Ai Commentari sulla società dello spettacolo, Guy Debord appone una citazione tratta da L’arte della guerra di Sun Tzu come a dichiarare che è pronto e disponibile al confronto critico con i lettori di un libro che ha incontrato pochissimi lettori che ne hanno compreso il contenuto e che hanno tentato di confutare le modalità analisi con cui è stata composta.

Malgrado l’ammissione di compiacimento dichiarato nella Prefazione dopo aver constatato che la sua teoria critica risulta inattaccabile, l’autore accompagna ad essa la formulazione di alcune delle conseguenze pratiche che gli aspetti criticati avranno o potrebbero avere sul piano storico, sociologico e culturale futuri fornendo ulteriore materiale di lettura da mettere in discussione.

Arrivata fino in fondo e sulla base di un’impressione personale, leggere La società dello spettacolo di Guy Debord come un’azione individuale che si contrappone al sistema seguendo gli stessi criteri critici e argomentativi sulla quale si regge, fa un certo effetto e, tuttora, intimorisce.

La società dello spettacolo di Guy Debord: schema e riassunto

Autore: Guy Debord
Titolo: La società dello spettacolo
Titolo originale: La Société du Spectacle
Traduzione: Paolo Salvadori
Casa editrice: Baldini&Castoldi
Pagine: 254
Pubblicazione: gennaio 2008
Prezzo: € 7.90

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