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Le case del malcontento di Sacha Naspini: scacchiera di un romanzo

7 Giugno 2021
Le case del malcontento di Sacha Naspini: un noir ben giocato

Le case del malcontento di Sacha Naspini è un libro il cui punto di forza per dare significato alle mosse dei suoi personaggi d’inchiostro sta nel come è predisposta la coralità che lo caratterizza e che toglie il controllo narrativo all’ego di uno o più protagonisti chiamati, per costruire una storia con una sua logica di fondo, ad assecondare o contrastare le vicende narrate.

Lo scenario in cui Le case del malcontento si colloca è quello, dunque, di una scacchiera e la trama, accennata sul retro di copertina, è fornita dai giocatori decisi a non dichiarare né resa, né vittoria, né salvezza.

Le case del malcontento di Sacha Naspini: un noir ben giocato

Le case del malcontento di Sacha Naspini si sviluppa secondo uno schema composto da 29 capitoli.

In questi 29 capitoli, circa 23 personaggi si muovono per intrecciare le trame di un romanzo giocato sul dietro le quinte di vite apparentemente placide e tranquille, rose dalla noia, dalla frustrazione e dalle chiacchiere.

Di queste storie private, quelle della vedova Isastia, Adele Centini, e della zitella Giovanna Ginanneschi acquisiscono un’importanza non riconosciuta ma abbastanza rilevante per innescare i moventi che spiegano il perché il ritorno di Samuele Radi crea scompiglio a Le Case, borgo millenario in Maremma, facendo venire a galla macabre e oscure verità.

Alle due voci narranti chiamate a reggere il gioco narrativo, si accompagnano quelle di altri personaggi che, nella loro caratterizzazione, presentano delle sfumature pirandelliane che,
senza far caso a chi ascolta, trascrive o legge, svelano gli altarini di una comunità decisamente variegata dove, tra voci e sussurri, è possibile:

spiare Don Lauro mentre ruba i soldi della questua per alcolizzarsi e poter dormire la notte o del medico Salghini, sempre pronto a mentire sulle cure di pazienti che, per cortesia professionale, accompagnerebbe ben volentieri al camposanto,
ascoltare le ragioni dell’albergatrice sul perché tutto stia andando in malora pur avendo da lavorare o quelle che impediscono il barista, il bottegaio e il tabaccaio di lasciarsi alle spalle i rimpianti di gioventù e, in generale,
scoprire il cosa viene rubato o occultato per poter sopravvivere al destino inutile di un disegno imperscrutabile che avvelena più anime di quante ne restano.

La normalità, a Le case, è attenersi a una visione anaffettiva della realtà le cui uniche premure viste e concesse sono quelle di non fare il bene dell’altro ignorando le rimostranze di una coscienza ridotta all’osso.

“Per sciacquare la coscienza a questo posto non basterebbe la lava dell’inferno. Ogni sasso è pregno di un male che ormai è sceso nel cuore della rupe, e ora più che mai mette in piazza tutta l’essenza […]”

La normalità a Le case del malcontento è il non chiedersi il perché il dolore e la rabbia vissute non trovano pace e, in un tacito assenso, si preferisce far congetture su Samuele o Eleonora con lo scopo di far uscire allo scoperto una gioventù posta sotto attacco da compaesani mostrificati dall’invidia, dalla gelosia, dal rancore e dallo spirito di rivalsa in cui si sono impantanati quando a essere giovani erano loro.

Il tutto viene inglobato in un apparato narrativo che racconta di una comunità refrattaria all’empatia, al perdono e alla compassione. In tal senso, gli intrecci de Le case del malcontento si presentano inverse a quelle intessute da Domenico Dara in Breve trattato delle coincidenze.

L’amore è inaspettato perché non c’è nessun postino disposto a leggerne le lettere e trovare un modo che giungano a destinazione e la coralità del romanzo è data da uno stile che, scartabellando tra le letture passate e conservate anche al di fuori di questo blog, ricorda molto quello adottato da Orhan Pamuk in Il mio nome è rosso.

In breve, Le case del malcontento di Sacha Naspini è scritto in modo magistrale incorporando magnificamente la metafora degli scacchi per spiegare una delle logiche con cui è possibile comporre un romanzo coerente alla morale sottintesa e allo stato d’animo che si è scelto di descrivere. Vedere il re e la regina rimanere in piedi, tra le tante anime cadute, non spostano però di un millimetro la convinzione di aver letto, semplicemente, un noir ben giocato.

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