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Proust Alla ricerca del tempo perduto: La prigioniera

18 Gennaio 2021

Quinto volume Alla ricerca del tempo perduto, La prigioniera è il primo romanzo pubblicato dopo la morte di Marcel Proust e rallenta il tempo narrativo portando agli estremi dell’immaginazione, se non oltre, l’introspezione data allo spazio narrativo incentrato quasi esclusivamente sulla figura di Albertine.

In questo libro ci si prepara, dunque, alla fuga dal tempo iniziato Dalla parte di Swann e che non sembra riuscire a cristallizzare e ad annullare le composizioni emotive che coesistono attraverso le idee che il Narratore ha del doppio, dell’arte e della menzogna.

Proust e La prigioniera: sintesi e impressioni

La prigioniera, diventata tale da una frase in cui Albertine conferma le sue inclinazioni lesbiche, inizia a convivere con il ruolo dell’amante non amante geloso, egoista e possessivo interpretato dal Narratore.

La nuova sistemazione viene predisposta in modo da celare agli occhi della società rivelatasi in Sodoma e Gomorra la natura di un’unione che per molteplici e contrastanti motivi non può essere ufficializzata, né anche solo lontanamente sospettata.

“Ero riuscito a separare Albertine da chi le era stato complice e ad esorcizzare così le mie allucinazioni; ma se si poteva farle dimenticare le persone, abbreviare le sue infatuazioni, il suo gusto del piacere era a sua volta cronico, e non aspettava forse che un’opportunità per darsi nuovamente corso”.

Per evitare di cogliere tali opportunità, le frequentazioni di Albertine vengono limitate solo ad Andrèe, amica comune alla coppia sin dai tempi dell’adolescenza, sorvegliate dall’autista personale del Narratore e incanalate in luoghi privi di fascino e d’ispirazione umanistica o mondana.

Si creano, all’interno e all’esterno di tale convivenza, degli spazi di isolamento e di solitudine che dovrebbero calmare l’ansia e la paura del tradimento e favorire il lavoro artistico-letterario concepito durante l’infanzia e costantemente procrastinato. Spazi che però si riempiono di congetture che indeboliscono l’impalcatura narrativa (e difensiva) del romanzo.

“Troviamo innocente desiderare, e atroce che l’altro desideri. E questo contrasto fra ciò che riguarda noi e ciò che riguarda colei che amiamo non si riferisce soltanto al desiderio, ma anche alla menzogna. […] È, la menzogna, il più necessario e il più utilizzato fra gli strumenti di conservazione. Eppure, abbiamo la pretesa di bandirla dalla vita di colei che amiamo; e la spiamo, la fiutiamo, la detestiamo ovunque”.

La prigioniera, per quanto isolata, non è sola in questo circolo vizioso che sta soffocando e avvelenando un’esistenza. Ve ne sono altre, di coppie, che stanno vivendo menzogne analoghe come quella tra Morel e la nipote di Jupien e quella, formatasi a Balbec, tra Morel e il barone di Charlus. Coppie che, prossime alla separazione, si incrociano fra loro allo scopo di evitare il punto di rottura che, puntualmente, si verificherà nel salotto dei Verdurin.

Ricordare come è avvenuto il matrimonio tra Swann e Odette, scoprire le circostanze della morte di Bergotte e la costante corsa alla menzogna perfetta per non perdere presa su una realtà che si fa sempre più stretta è la strategia che La prigioniera adotta per distrarre sé stessa e il lettore dalle interpretazioni angoscianti e claustrofobiche che le intenzioni del romanzo ispirano.

“La menzogna, la menzogna perfetta, sulle persone che conosciamo, sui rapporti che abbiamo avuti con loro, sul nostro movente (da noi formulato ben diversamente) in quella determinata azione, la menzogna su ciò che siamo, su ciò che amiamo, su ciò che proviamo nei confronti dell’essere che ci ama e che crede di averci resi simili a lui perché ci bacia di continuo, questa menzogna è una delle sole cose al mondo che possano aprirci delle prospettive sul nuovo, sull’ignoto, che possano spalancare in noi dei sensi addormentati per contemplare universi che non avremmo mai conosciuti”.

La prigioniera, che sia Albertine o il Narratore stesso, controlla ed è controllata dunque da una bugia che, per non essere smascherata si lascia andare a un momento di distensione reso possibile da una sonata di Vinteuil eseguita da Morel in una serata patrocinata dal barone di Charlus e ospitata da madame Verdurin. Serata in cui, all’assenza di Albertine che avrebbe voluto essere presente, si sostituisce il compagno geloso che diventerà testimone e fautore di due scenate che fanno precipitare i fragili equilibri del tessuto narrativo intrecciato da Proust e che si concretizzano in un’umiliazione pubblica e in una riconciliazione fittizia.

L’andamento del romanzo cambia, da metaforico si fa via via più criptico e simbolico pur non rinunciando ai riferimenti autobiografici di cui tutta l’opera è pervasa.

Compresa, infine, la sua effettiva situazione, Albertine ammutolisce.
Decadono le regalie e le illusioni usate da Morel, dal barone di Charlus, dal Narratore stesso per tenere insieme legami e valori appartenenti a un passato che non si vuole accettare come tale. Ciò che era un bene prezioso da tutelare e nascondere fino ad annullarne i criteri che lo rendevano prezioso di per sé diventa un peso che impedisce all’individuo di realizzare propositi che vanno oltre i luoghi, le regole, le abitudini e le convenzioni attraversati da Combray a Parigi e appresi nella frequentazione dei rappresentanti di ogni classe sociale, dalla più umile alla più elevata.

L’innamoramento del Narratore verso la complessità e le contraddizioni del vivere svanisce lasciando su di esse una generale indifferenza ed è in quest’ultimo stato d’animo, preludio al sonno dell’intelletto, che si chiude La prigioniera che annuncerà, al risveglio del padrone (o dei padroni?) la storia di Albertine scomparsa confermando, inoltre, l’abitudine di chi legge che le reazioni previste dal Narratore tendono ad avere effetti interpretativi diversi da quelli dati dalle spiegazioni scritte nel corso della ricerca.

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