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I Buddenbrook di Thomas Mann: una lettura autoimposta

28 Settembre 2020
I Buddenbrook, Thomas Mann: un classico vacuo, permanente e inesorabile

Thomas Mann e la sua letteratura non sono semplici. Forse è per questo che diventa complicato anche solo sviluppare il desiderio di conoscere le tematiche approfondite e divulgate attraverso l’arte dello scrivere e la competenza del leggere.

Per quanto degno di stima e ammirazione, Thomas Mann è uno di quegli autori per i quali nutro un’istintiva e probabilmente irrazionale diffidenza. Tuttavia, in seguito a una rilettura della lettera che Bruna Athena gli dedicò ho affrontato e superato, per amore dei classici, le quasi settecento pagine dedicate alla:

“tragica decadenza di una famiglia borghese”.

I Buddenbrook è quindi un libro autoimposto, non raccomandato ma, una volta letto, rimane vivamente consigliato.

I Buddenbrook, Thomas Mann: un classico vacuo, permanente e inesorabile

I Buddenbrook sono riuniti nella sala dei paesaggi. C’è un clima di festa, stanno celebrando l’ingresso e l’inaugurazione della nuova dimora, simbolo del successo commerciale della famiglia.

Nonno Buddenbrook sta interrogando la nipotina su questioni religiose e, divertito dalla prontezza di spirito della bambina, così trascorre gli attimi che precedono l’arrivo degli ospiti. C’è solo una piccola questione nell’aria che preoccupa ma, per non turbare l’andamento della serata, viene rimandato a quando padre e figlio saranno finalmente soli.

Il primo grattacapo introdotto da Thomas Mann nella sua narrazione è portato avanti dallo zio Gotthold, primogenito della casata. Estromesso dagli affari per aver avviato una semplice bottega con la donna che ama e che ha sposato contro la volontà paterna, chiede aiuti economici che gli vengono fin da subito negati.

Nonostante questa prima crepa dell’apparente solidità economica e familiare della realtà descritta, Gotthold è una presenza costante e saltuaria nella narrazione e svolge il ruolo, apparentemente marginale, di memento etico-morale sul senso e il concetto della massima tanto cara ai Buddenbrook:

“Figliuol mio, attendi con zelo ai tuoi negozi durante il giorno, ma concludi soltanto quegli affari che ti consentano di riposare tranquillo la notte”.

Il rifiuto del capofamiglia a considerare le richieste del primogenito inducono, quindi, il fratello e il secondogenito ad adattarsi alla percezione che per esprimere amore e devozione filiale è necessario aderire totalmente a uno spiccato senso della proprietà sfoderando tutta caparbietà di cui dispone per preservare intatto il patrimonio accumulato negli anni, di generazione in generazione. Se egli aveva qualche inclinazione sentimentale queste vengono spazzate via dal dovere di calcolare rischi e vantaggi degli affari pubblici e privati.

La nomina a console e il matrimonio con una Kröger, donna appartenente a una famiglia che di nobile ha preservato solo i privilegi e i modi aristocratici, rappresentano dunque gli obiettivi più adatti e socialmente altolocati per aumentare il livello di credibilità e reputazione borghese che, per le scelte di Gotthold, rischiano di rimanere prive di prospettive volte a una crescita personale e professionale.

Con Buddenbrook padre comincia il processo di inaridimento familiare e il conseguente sgretolamento economico che si determina per come decide di gestire, secondo le consuetudini proposte e doverosamente assimilate, i quattro amati figli.

Antoine, la primogenita che tanto divertiva il nonno da bambina per la sua prontezza di spirito costituisce un primo problema da risolvere perché, in quanto provvista di bellezza, spigliatezza e amor di sé, ha un temperamento che mal si adatta a un matrimonio vantaggioso nel senso convenzionale del termine. In quanto sciocca e viziata verrà liberamente forzata a sposare il primo partito che chiederà la sua mano non per la dote ma per il suo aspetto “straordinariamente decorativo”.

Thomas, per il suo carattere tranquillo, posato e moderatamente sensibile, è l’erede designato per portare avanti le ambizioni economiche e sociali dei Buddenbrook e dare nuovo slancio agli affari con l’intenzione di aumentare sempre più il capitale iniziale. Compiti e responsabilità che si assumerà con lodevole spirito di sacrificio ma, sebbene sia il personaggio principale del romanzo di Thomas Mann, mai raggiungerà la gloria che, di solito, è riservata ai protagonisti.

“Ci saranno sempre uomini che hanno il diritto di occuparsi di sé, di osservare minutamente le proprie sensazioni, poeti che sanno esprimere con bellezza e sicurezza la loro privilegiata vita interiore e che in tal modo arricchiscono il mondo sentimentale degli altri. Ma noi non siamo che gente d’affari, le osservazioni che facciamo su noi stessi sono straordinariamente poco interessanti […]”

Christian, per quanto intelligente, imprevedibile e teatrale non è sufficientemente versatile per rappresentare gli scopi di unità e di armonia familiare desiderati. Ci si abitua così a considerarlo un elemento che, al massimo, diverte o spaventa. Le sue buffonerie, attuate per destare le attenzioni mai ricevute, mai verranno prese seriamente.

Infine, l’ultima nata, Klara verrà accolta con gioia e moderato affetto per il suo modo di esistere tranquillo e silenzioso e, a differenza della sorella, sarà esentata dalle aspettative matrimoniali riposte fin dall’inizio in Antoine.

Ai fratelli Buddenbrook si aggiunge la docile e affamata compagnia di Klothilde, una cugina del ramo povero della famiglia accolta in casa con un finto gesto di prodigalità per acquisire quella superiorità morale che, per gli affari e le relazioni sociali, non guasta mai ed è sempre utile per accattivarsi la superficiale approvazione dell’opinione pubblica.

In sintesi, sono figli che, gestiti come proprietà senza tener conto dei caratteri, delle personalità e dei sentimenti che li contraddistinguono come componenti di una famiglia agiata e rispettabile, non sono mai stati importanti per i genitori se non come strumenti per accrescere la convinzione che è il nome a dare importanza alle persone che lo portano.

Un nome, quello dei Buddenbrook che diventa un fardello sotto il quale, con una eccezione, cade la disgrazia di aver distorto nel tempo la massima del suo fondatore e che, invece di essere compresa, viene sostituita da un’altra rivelazione:

“Il successo è ciò che conta. Il rispetto degli altri per le nostre sofferenze ce lo procura soltanto la morte, che nobilita anche le sofferenze più meschine”.

Un ben amaro e sconfortante lascito per Hanno, l’ultimo della stirpe e il solo personaggio realmente interessante perché sarà il primo a sviluppare una sensibilità musicale che, assente nella storia della famiglia, non saprà sfruttare a suo vantaggio. Sensibilità che, tuttavia, gli servirà per intessere una relazione di sincera amicizia con Kai, ultimo discendente di nobili decaduti, e mantenere vivo il legame con la madre Gerda, nobile anch’essa, violinista di talento e con un’idea ben precisa su musica e arte:

“In musica ti sfugge il senso del volgare che hai per altre cose… ed è questo il criterio della comprensione dell’arte”.

Una frase che dovrebbe far riflettere sulla vacuità delle vicende che hanno determinato l’ascesa, il declino e la caduta de I Buddenbrook e dei valori che hanno rappresentato allontanandosi in senso permanente dalla massima con la quale volevano farsi onore nel mondo. E un pensiero, quello di Thomas Mann, che si traduce in un classico, purtroppo o per fortuna, inesorabile.

Autore: Thomas Mann
Titolo: I Buddenbrook
Titolo originale: Buddenbrooks. Verfall einer Familie
Traduzione: Anita Rho
Casa editrice: Einaudi
Collana: Einaudi Tascabili Classici
Pubblicazione: aprile 2014 (in biblioteca)
Pagine: 689
Prezzo di copertina: € 15.00

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