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Due di due di Andrea De Carlo: Milano, l’amicizia e il tempo narrativo

21 Agosto 2020
Due di due di Andrea De Carlo: un affascinante romanzo polisindeto

Due di due di Andrea De Carlo è un altro dei libri consigliati spesso e indirettamente nei Curriculum Del Lettore che si sono avvicendati in questo blog.

Mi piaceva il tema dell’amicizia e di come, in una città caotica e sovraccarica di stimoli come Milano, si sia sviluppato un romanzo ancora vicinissimo alla contemporaneità e che si legge come un classico della letteratura italiana.

Intimista e distaccato, Due di due di Andrea De Carlo non è un libro che si legge tutto d’un fiato però ha un respiro narrativo che coinvolge e viene incontro al lettore che vuole solo una buona storia da ascoltare.

Due di due di Andrea De Carlo: un romanzo polisindeto

Due di due di Andrea De Carlo racconta di Mario e Guido, due quattordicenni scontratisi in una Milano indifferente ed estranea ai suoi stessi abitanti, e di come circostanze improbabili hanno fatto sì che tra loro nascesse un’amicizia che ha attraversato vent’anni di storia della città meneghina e italiana.

All’epoca dell’incontro-scontro la voce narrante ha un motorino e proviene da una famiglia piatta e borghese perennemente preoccupata per il suo avvenire, quando Guido apparirà nella sua stessa classe e siederà allo stesso banco qualcosa sembra essere destinato a cambiare.

L’amico che gli è capitato rappresenta fin da subito l’elemento innovatore dell’esistenza di Mario e la persona speciale che gli regalerà un po’ di varietà a uno stile di vita che si preannuncia monotono, omologato e meccanizzato.

Pur non conoscendo nulla del suo privato, Mario avverte e intuisce in Guido la persona in cui riporre fiducia per scambiare osservazioni e confrontarsi sulla visione che un individuo in formazione costruisce su professori e studenti, sulla scuola, sul mondo del lavoro e sulla vita in generale. Insieme cercano di capire, infatti, cosa significhi vivere e perché si sentono diversi e potenzialmente incapaci di integrarsi alla realtà e alle abitudini milanesi.

“A volte mi sembrava di essere a una distanza terribile dalla vita; di riuscire a sentirne solo echi e riverberi lontani: filtrati e adattati, doppiati e interpretati da altri prima di arrivare fino a me. A volte mi sembrava di essere in esilio […]”

In Due di due si delinea un disagio individuale che è anche collettivo e preludio alle lotte e alle manifestazioni politico-studentesche degli anni Sessanta.

Mario e Guido, lungi dall’essere un esempio di generazione perduta come si dirà in merito al romanzo che uno dei due scriverà, rappresentano due amici che desiderano trovare un modo per affrontare la realtà o, cambiarla adattandola a sé stessi e alle loro esigenze.

Un primo tentativo per trovare uno stile di vita adatto al loro carattere e alla loro personalità avviene nella scuola e all’interno dei sistemi di valori che, in essa, vengono insegnati attraverso lo studio di autori italiani percepiti “bolsi e gonfi di buone intenzioni” e discussi e contestati con credi e ideologie politiche provenienti dall’estero.

“Usavamo la scuola come un contenitore di grandi discorsi e la lasciavamo agonizzare tra i suoi relitti […] sembrava che tutto fosse scivolato su un piano di considerazioni teoriche e programmi a lunghissimo termine, alimentati da parole e gesti che non arrivavano mai a sfiorare la realtà. Bloccavamo alcuni meccanismi, e ne danneggiavamo altri, ma non riuscivamo a costruire niente al loro posto che si potesse vedere e toccare subito”.

Una consapevolezza che porta i personaggi di Due di due a fare altri tentativi abbandonando la scuola, iscrivendosi all’università per poi lasciare incompleto il corso di studi scelto e intrapreso, a viaggiare insieme, da soli o con la compagna del momento. A fare mille lavori diversi, drogarsi e fuggendo da una Milano sempre più vuota, fredda e ostile per poi stabilirsi in campagna o in una casa in riva al mare.

Guido e Mario tentano e ritentano, spesso falliscono. Tuttavia, quasi rassegnati della loro mancanza di talento e univocità rimangono convinti, da punti di vista diversi e speculari, che:

“Ci dev’essere altra gente che ha voglia di vivere al di fuori di tutte le scelte obbligate e se lo sogna ma non sa come arrivarci […] Mi fa impazzire pensare alle persone sensibili e piene di qualità che odiano il denaro e le industrie e le macchine e il potere, e perché sono sole pensano di essere malate, si sforzano di adattarsi alla realtà e se ne fanno scacciare”.

Sono passaggi, questi, che fanno di Due di due uno splendido corollario di fallimenti le cui conseguenze, tutto sommato, riescono a causare una breccia nel muro di indifferenza e mediocrità in cui sono costretti a stare e andare.

Nelle ultime pagine di un romanzo polisindeto che si pone come alternativa a ciò che viene scelto e selezionato a scuola emerge però una punta di amarezza e la paura del rassegnarsi che, come per magia, coglie con precisione l’inquietudine e l’irrequietezza che caratterizza la formazione umana dei personaggi raccontati.

“[…] i messaggi scorrono negli stessi contenitori, ognuno di loro viene consumato senza che lasci tracce. Puoi dire qualunque cosa, e si mescolano a milioni di informazioni che circolano ogni giorno. I sentimenti che vorresti raggiungere sono inattivati da troppi contatti a vuoto e troppi contatti superficiali, nessuno riesce più a rispondere”.

La convinzione che l’amicizia tra Guido e Mario sia destinata a non lasciare tracce e a non ottenere risposta rimane però legata ai personaggi e alla trama complessiva del romanzo.

Il fascino di Due di due è nel come Andrea De Carlo utilizza lo stile retorico per attirare l’attenzione del lettore e sospenderne il giudizio quel tanto che basta per dargli il tempo necessario per imparare qualcosa dai personaggi, dai contesti e dalle atmosfere, dalla trama e dagli intrecci e, alla fine, scegliere a quale aspetto della narrazione si vuole dare maggiore o minore importanza.

Consigliato o obbligato, è un libro che val la pena conoscere mettendo da parte analisi e interpretazioni critiche e considerare che, forse, uno degli obiettivi del leggere è trovare qualcosa di cui parlare senza schierarsi a favore o contro il messaggio veicolato nel romanzo e limitandosi, semplicemente, a comprenderlo.

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