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Sirene di Elisabetta Moro: un saggio sul mito dall’antichità ad oggi

30 Marzo 2020
Sirene, la seduzione dall'antichità ad oggi di Elisabetta Moro

Presentato a PordenoneLegge 2019, Sirene è un saggio edito Il mulino con il quale l’antropologa culturale Elisabetta Moro mette insieme i suoi studi e le sue ricerche sul mito e sulla seduzione che esso ha esercitato ed esercita dall’antichità ad oggi.

“Il canto delle sirene ci seduce come la voce dell’amante natura che sembra volerci parlare, per poi voltarci le spalle incompresa. E tornare a inabissarsi nel suo mistero”.

Sempre uguali e sempre diverse, il canto delle Sirene ispira dunque l’ultima lettura di un mese dedicato alle voci femminili e al loro modo di narrare la realtà, i suoi cambiamenti e le sue contraddizioni.

Sirene di Elisabetta Moro: le sembianze del mito e il suo canto costante

La sirena è, secondo Elisabetta Moro, una delle figure mitologiche più longeve.

Un mito che malgrado abbia cambiato spesso sembianze e caratterizzazioni ha attraversato la storia critico-razionale rimanendo coerente e identificabile solo e grazie al suo canto costante e indecifrabile. Diverse dalle arpie, dalle erinni, dalle chimere o dalle gorgoni, le sirene sono figure mitologiche femminili a metà tra l’umano e l’animale il cui fascino identitario e seducente si concentra appunto nella voce e nell’abilità ad usarla per attrarre gli uomini verso una conoscenza completa e illimitata. Questo è quanto anticipa Elisabetta Moro nell’Introduzione che si apre con una citazione tratta da uno dei testi di Michel Foucault, Il pensiero del fuori:

“È per questo che le sirene seducono, non solo per ciò che fanno udire, ma per ciò che brilla nella lontananza delle loro parole.”

Una considerazione che fa da filo conduttore in un libro che recupera l’origine del mito confrontando l’Odissea di Omero con Le Argonautiche di Apollonio Rodio e che ne ricostruisce le dinamiche che ne hanno permesso la memoria e la trasmissione nella storia dell’Occidente.

Sirene nel mito, sirene nella storia d’Occidente

Il primo capitolo di Sirene è dedicato a due episodi tratti dalla narrazione antica: quello in cui Ulisse, legato all’albero maestro della sua nave ascolta le loro voci e ad esse resiste decretandone la morte per suicidio e quello in cui Orfeo gareggia con loro traendo poi in salvo Giasone e gli argonauti.

Le interpretazioni di entrambi gli episodi restituiscono un’immagine di un mito crudele, spietato e deviante il cui canto ha mera funzione di condurre, chi lo ode o lo ascolta, alla morte e all’oblio. Ulisse ed Orfeo riescono ad avere la meglio sulla natura e diventano quindi gli eroi che sono stati in grado di contrapporsi al destino dell’umanità.

La resistenza di Ulisse è resa possibile grazie ai suggerimenti di Circe. La maga conoscendo l’origine delle Sirene, vergini trasformatesi in uccelli con volto di fanciulla per poter sorvolare i mari in cerca di Proserpina rapita da Ade, consiglia al re di Itaca di farsi legare e di tappare le orecchie dei suoi uomini con la cera: come se avesse intuito che sarebbe stato inutile fermare il progresso e compreso l’importanza di dare all’eroe la possibilità di conoscere la verità sui limiti dell’esistenza e della condizione umana.

Ulisse è il simbolo dell’intelligenza astuta e dell’immaginazione sconfinata che supera la conoscenza profonda della vita e della morte della quale le sirene si fanno custodi e intermediarie mentre Orfeo rappresenta le abilità e le arti dell’uomo, è il cantore che supera le sue rivali nell’arte delle illusioni e si sostituisce ad esse con altre parole e altri sortilegi.

Sono episodi che, per come vengono riletti e approfonditi, fanno un po’ dubitare su chi siano in realtà i vincitori e chi gli sconfitti. Il suicidio delle sirene, più che una resa alla superiorità dell’eroe e dei valori che veicola, è l’ultimo atto di ribellione in cui il mito si contrappone al logos divenendo, per paradosso, fondatore di città prospere, complesse e ricche di umanità. Tra queste sirene suicide, la più celebre è Partenope, la fondatrice di Napoli.

Prima e dopo Omero: questioni sireniche, questioni d’ibridazione

Il secondo capitolo del libro, dopo aver definito chi sono le sirene in base al canto e in rapporto con la natura umana, si occupa di esplorare le contraddizioni inerenti l’immagine che ne è stata data nel corso del tempo e perché la sua simbologia è più aggregante e costruttiva che distruttiva e dispersiva. Si riprende quindi il tema delle sembianze, del come sono state descritte e come si presentano le sirene.

Se per l’Occidente antico le sirene erano metà donne e metà uccello, per l’Oriente esse sembrano aver sempre avuto la coda di pesce a immagine e somiglianza della dea Siria il cui ruolo politico e sociale all’interno di una comunità è quello di:

“dare visibilità a un étnos che non c’è […]”

determinando un paradosso che, secondo il testo di riferimento adottato da Elisabetta Moro:

“darà all’estraneità permanente la possibilità di apparire integrata”.

Il paragrafo che più affascina di questa parte di Sirene è quella che contestualizza la voce nel silenzio e che identifica il mito dandole un corpo libero di seguire il suo destino, senza che la storia ne modifichi l’essenza o la natura.

Mutevoli nel canto e concrete nel silenzio, le sirene comunicano in entrambi i modi e, sebbene costrette a ripetere sempre gli stessi movimenti che vanno da un polo all’altro, mantengono la promessa di condurre l’eroe alla vera conoscenza e, allo stesso tempo, si difendono e si ribellano a una visione del mondo unica e predefinita. Paradossi e contraddizioni che, una volta affrontato il secondo capitolo, cadono e si dissolvono in un altro tipo di equilibrio dove le sirene:

“[…] da creature pericolose diventano con la fondazione delle città, figure totalmente positive”

La metà umana e quella animale, quindi, si fonde rendendosi accettabile e comprensibile per l’immaginario collettivo.

Sirene d’autore e Le sirene nella società dello spettacolo

Terzo e quarto capitolo di Sirene concludono l’excursus nel mito offrendo altri punti di vista sul come è stato riletto e rielaborato dall’Ottocento a oggi.

Sirene d’autore menziona e mette a confronto Andersen e Disney e di come alle sirene è stato dato il ruolo di eroine: per veicolare ideali e valori borghesi a favore di un cupo e rigido moralismo da una parte o, dall’altra, per recuperare il fascino e la natura cosmopolita che le ha rese simboli positivi e fondativi.

Tomasi di Lampedusa, Kafka e Malaparte, invece, diventano quelle figure intellettuali e autoriali che si sono impegnate a riscattare le sirene dalle sovrastrutture immaginarie, percettive e di giudizio che le hanno fatte oscillare in simbolismi o completamente negativi o potenzialmente positivi. Tomasi di Lampedusa ha esaltato il canto della sirena e la seduzione che induce a ricercare e a coltivare l’amore per la conoscenza, Kafka ha posto l’attenzione sul potere del silenzio nel mostrare l’eroe e le sue velleità in una luce più mortale e meno grandiosa di quanto sia in realtà e, infine, per Malaparte, la sirena e il suo aspetto metà umano e metà pesce non è altro che un mezzo con il quale parodiare il pregiudizio e il senso di superiorità morale di una cultura rispetto a un’altra.

Le sirene nella società dello spettacolo racconta in che modo il mito è sopravvissuto fino a diventare un elemento indispensabile sul quale la cultura dell’intrattenimento fa leva per inventare e giocare con la memoria e le percezioni di un immaginario collettivo da sempre attratto da queste creature affascinanti e inspiegabili. Spesso i risultati sono grotteschi e inverosimili eppure l’idea che porta a discutere e a speculare sull’esistenza o la non esistenza delle sirene piace e, appunto, intrattiene e diverte alleggerendo la noia che realtà banali e mediocri ispirano.

Alla fine, il libro e lo studio di Elisabetta Moro definisce le sirene, indica per loro un ruolo fondativo e ne cataloga le abilità che le caratterizzano contestualizzandole nel tempo e nella storia e, allo stesso tempo, evita di confinarle in un unico senso logico. Le lascia nel mito, libere di esercitare il loro fascino seduttivo e indimenticabile.

“Le sirene continuano ad affiorare alla superficie della contemporaneità dai gorghi del nostro immaginario proprio perché restano i simboli della fluidità dell’essere”.

Appare chiaro che la longevità del mito è tale proprio per la sua complessità e diversità. Un aspetto del femminile che la sirena non si preoccupa affatto di nascondere o di uniformare a questa o a quella sembianza umana e che, paziente, esiste nel momento in cui distogliamo l’attenzione dal pensiero comune per prestare ascolto a un altro tipo di sapere.

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