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La strada che va in città di Natalia Ginzburg: letteratura ed esordi del passato

23 Marzo 2020
La strada che va in città di Natalia Ginzburg: letteratura ed esordi del passato

La strada che va in città è il romanzo breve con il quale Natalia Ginzburg esordì in letteratura.

Indicato da Cesare Garboli come un’opera aspra e pungente e, forse per questo uno dei libri più belli dell’autrice, mi incuriosiva leggerlo. Come se il suggerimento del critico letterario mi avesse convinta a tornare un momento indietro e vedere i punti di partenza che hanno condotto poi all’opera più celebre di Natalia Ginzburg, Lessico famigliare. Romanzo che mi piacque molto ma del quale, purtroppo, conservo vaga memoria.

La strada che va in città e i primi passi narrativi di Natalia Ginzburg

La strada che va in città è un racconto che Natalia Ginzburg scrisse sotto pseudonimo e che, a giudicare dalla prefazione, le ha richiesto molto lavoro di rifinitura e di affilatura per dargli quel taglio puro ed essenziale che cercava in sé e nella sua arte scrittoria:

“Quando ebbi finito quel romanzo, scopersi che se c’era in esso qualcosa di vivo, nasceva dai legami d’amore e di odio che mi legavano al quel paese; […] E pensai che questo significava scrivere non per caso. Scrivere per caso era lasciarsi andare al gioco della pura osservazione e invenzione, che si muove fuori di noi, cogliendo a caso fra esseri, luoghi e cose a noi indifferenti. Scrivere non per caso era dire soltanto di quello che amiamo”.

Con questo chiarimento la figura di Delia, collocata tra la famiglia e la comunità di campagna, rumorosa e affollata nei suoi interni e silenziosa e sussurrante negli esterni, si mette in movimento e procede verso La strada che va in città.

Delia è un’adolescente che desidera un vestito nuovo, un paio di scarpe e che è intenzionata a capire quale delle immagini che le attribuiscono meriti maggiore credito. Le opinioni del padre, della madre, del fratello e del fidanzato non sembrano sufficienti per convincerla a rinunciare alla sua libertà individuale. Una libertà che esercita andando a trovare la sorella Azalea, sposatasi e trasferitasi in città, o per aspettare che il cugino esca dalla fabbrica dove lavora per poi ascoltarlo parlare di libri e pensieri in riva a un fiume.

Per quanto breve e sintetica nello stile, La strada che va in città racconta, quasi al rallentatore, un percorso fatto di amore e odio senza dimenticare di inquadrare tutti i dettagli che caratterizzano questi due sentimenti. Natalia Ginzburg tiene in considerazione e in egual misura:

  • l’affetto sincero tra cugini e la rivalità tra sorelle,
  • il senso dell’onore al quale una famiglia fa affidamento e i contrasti di valori tra famiglie di differente estrazione sociale,
  • il comportamento adottato verso sé stessi e quello che l’individuo adotta per ottenere l’approvazione o il rifiuto della collettività.

In questo miscuglio che si divide tra amore e odio si inserisce una domanda sull’innamoramento che la protagonista porge all’unica persona che le vuole bene malgrado il suo essere una “povera ragazza” e che così risponde:

“Ma proprio si deve amare qualcuno? Si può non amare nessuno e interessarsi a qualcos’altro.”

Una risposta alla quale Delia dà istintivamente ragione e che la porta a non fare attenzione al suo pensiero e a quello altrui. Questa sua leggerezza di fondo la porterà poi a vivere la maternità come se fosse una disgrazia alla quale deve assolutamente seguire un matrimonio riparatore e una definitiva fuga in città. Una disgrazia che, secondo zia Santa, la rende brutta al punto da indurla ad imporsi sul fidanzato superficiale e scostante per costringerlo ad impegnarsi e a restituirle la bellezza perduta.

Alla fine, l’impressione che Delia ne esca un po’ sconfitta combacia con la critica e le osservazioni di Cesare Garboli e la percezione che il lettore ha di lei si ribalta. Fino all’ultimo, l’adolescente di campagna è sembrata bella nel suo vestito celeste fatto da sé e le sue scarpe nuove, anche se si vedeva brutta. È quando si sposa e va a vivere in città che il sapore del racconto, purtroppo, non sa di lieto fine. Qualcosa è stato perduto e Delia, per non pensarci, in un certo senso, sfiorisce.

Al di là della narrazione, quello che affascina dell’esordio di Natalia Ginzburg sono i retroscena che hanno influito sul successo de La strada che va in città.

Pubblicato sotto pseudonimo è un romanzo che non avrebbe avuto bisogno di questo stratagemma poiché aveva incontrato il favore di Eugenio Montale, poeta e intellettuale che, secondo quanto scrive Piovene, aveva un notevole occhio nell’individuare il talento e nel comprendere il genio. Scriveva all’amico Angelo Barile, in una lettera:

“Hai letto Natalia Levi (17 anni)? Se continua così sviluppandosi abbiamo finalmente quello che ci mancava. E che scrittura intelligente!”

È interessante la scelta dell’aggettivo e del segno d’interpunzione che il poeta adotta riguardo la scrittura di Natalia Ginzburg, intelligente!

La parola ricorda, l’esclamazione sorprende. Sufficiente, per riprendere Lessico famigliare quando si perderà interesse a leggere e a parlare di libri. 🙂

Lessico famigliare, Natalia Ginzburg: da rileggere

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