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La possibilità di un'isola di Michel Houellebecq: un arcipelago di commenti
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La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq: un arcipelago di commenti

25 Ottobre 2019
La possibilità di un'isola di Michel Houellebecq: dall'umano al neoumano, commentari

La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq è un romanzo pubblicato nel 2005 in Francia e che sembra rielaborare l’idea di umanità espressa da Thomas Merton in un saggio del 1955 intitolato Nessun uomo è un’isola.

La frase che dà il titolo al pensiero dello scrittore e monaco statunitense si presta a varie interpretazioni e veicola un tipo di cultura che il libro di Houellebecq critica attraverso un arcipelago di commenti. Lascito di tre isole che, esistenti in scenari e tempi diversi, discutono sul senso dell’esistere, sull’idea di immortalità e sulle possibilità di sviluppo della società umana.

Quale, fra queste tre isole, si meriterà la vita eterna?

La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq: dall’umano al neoumano, commentari

La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq è un romanzo in cui, alla narrazione diaristica di Daniel 1, esponente dell’antica razza umana, si alternano i commenti dei suoi successori, clonati e geneticamente modificati, Daniel 24 e Daniel 25.

Dal diario di Daniel 1 si evince che si tratta di un uomo vissuto in un’epoca storica segnata e percorsa da tensioni sociali, crisi di valori e da un decadimento morale che si è tradotta in una ossessiva ricerca di palliativi per tenere in vita un’umanità malata, corrotta e completamente allo sbando. In questo contesto, Daniel 1 si vede come un artista di successo che ha fatto dei suoi sketch di pessimo gusto, accolti come il prodotto di una feroce critica sociale, la sua fortuna economica.

“Insomma, ero un buon professionista; solo un po’ sopravvalutato. Non ero l’unico. Ero, in effetti, un pungente osservatore della realtà contemporanea; mi sembrava semplicemente che fosse così elementare, che restassero così poche cose da osservare nella realtà contemporanea: avevamo semplificato tanto, sfrondato tanto, infranto tante barriere, tanti tabù, tante false speranze, tante errate aspirazioni; restava così poco, davvero.
[…]
C’erano le brave persone, coloro che […] non hanno né bellezza nella loro gioventù né ambizione in seguito né ricchezza mai; che aderiscono però con tutto il cuore (e persino per primi, più sinceramente di chiunque) ai valori della bellezza, della gioventù, della ricchezza, dell’ambizione e del sesso; coloro che formano, in un certo qual modo, il legante della salsa. Costoro, mi rincresce dirlo, non potevano nemmeno costituire un soggetto. Ne introdussi comunque alcuni nelle mie scenette per conferire diversità, un effetto di realtà; ma cominciavo seriamente a stancarmi. Il peggio è che venivo considerato un umanista; un umanista acido, ma pur sempre un umanista”.

Sul piano umano, Daniel 1 racconta della moglie abbandonata e del figlio, della seconda moglie Isabelle e della giovane amante Esther per descrivere la sua esperienza di vita segnata dall’egoismo cinico e irresponsabile, dalla paura dell’invecchiamento fisico e del calo del desiderio sessuale e dal totale annientamento della propria individualità. Un’isola affondata in quella che è una vera e propria discarica culturale senza possibilità di uscita se non quella di isolarsi nell’auto narrazione, nel disperato tentativo di ottenere un giorno la vita eterna, privata di tutte le sue contraddizioni e sofferenze.

Un’idea di felicità perpetua che Daniel 1 pensa di cogliere in una setta che, una volta liberatasi (in brutale maniera) dei rimasugli dell’amore libero e pacifista di matrice sessantottina, farà da base culturale di Daniel 24 e Daniel 25 ai quali, su istruzione del fondatore Vincent 1, è assegnato il compito di leggere le testimonianze degli antichi e stilare dei commentari perpetui.

I Daniel 24 e 25 descritti da La possibilità di un’isola vivono una vita a scadenza, con la sola compagnia del cane Fox (anch’esso clonato) isolati dal mondo esterno da una barriera elettrificata e interconnessi con gli altri cloni della società di neoumani costituitasi per accogliere i Futuri al fine guadagnarsi, una volta per tutte, l’eternità.

I commentari contrastano con la narrazione dell’antenato umano per l’assenza di variazioni emotive. Ogni parola di Daniel 1 viene passata al setaccio, rielaborata, ricontestualizzata, codificata in una ripetizione continua di parole svuotate del loro significato. Le uniche variazioni apportate dai neoumani sono degli appunti scritti a mano, e quindi non interconnessi, lasciati da Daniel 24:

“Gli insetti si urtano fra i muri,
limitati al loro volo fastidioso
che non porta altra notizia
che la ripetizione del peggio”.

Daniel 25 li legge a sua volta e ne parla in rete, cercando di capire il motivo di tale curiosa anomalia fino a quando, come Marie 23 da New York, deciderà di abbandonare la postazione di isolamento per esplorare la realtà circostante. Una delle tante defezioni dalla comunità neoumana che, si sa per certo, non verrà impedita né arginata per il semplice fatto che nessuno se ne accorgerà, malgrado l’interconnessione costante con i propri simili e la tradizionale pratica di stilare un arcipelago di commenti.

Daniel 25, l’ultima isola, l’ultimo clone dello stesso individuo seguirà il percorso tracciato e documentato da Daniel 1 per pura curiosità; per osservare lo stato dell’arte del mondo esterno constatando con blanda soddisfazione l’ingegnosità dei primi umani testimoniata dagli oggetti e dalle abitazioni incrociate lungo il percorso.

I contatti con l’umanità rimasta fuori non ispira nessuna delle emozioni descritte dal suo predecessore. I selvaggi e la loro organizzazione sociale non ispirano né il riso, né il pianto così commentati da Daniel 24:

“Come il riso è giustamente considerato da Daniel 1 sintomatico della crudeltà umana, le lacrime di tale specie sembrano associate alla compassione. Non si piange mai unicamente su se stessi, osserva da qualche parte un autore umano anonimo. Questi due sentimenti, di crudeltà e compassione, non hanno evidentemente più molto senso nelle condizioni di assoluta solitudine in cui trascorrono le nostre vite”.

Al massimo, i neoumani provano un sincero disgusto per il degrado palese in cui i selvaggi vivono e per la loro organizzazione sociale che, nei tempi antichi, veniva regolata da un sistema di convenzioni e ipocrisie tradite e smascherate dai prodotti dell’ingegno umano.

Daniel 25 è libero e immortale ma nulla di tutto ciò che incontra o trova gli fa provare quelle passioni violente e le emozioni contrastanti lette nel racconto del suo antico predecessore. Attorno a sé, il nulla.

Un indizio lasciato da Marie 23 e tratto da un reperto ancora più antico potrebbe far cambiare idea sul pensiero condiviso che è giusto lasciare che l’umanità si estingua. Daniel 25 lo trova, lo legge ma non sembra più interessato a cogliere la possibilità che offre. Si adatta alla logica ineluttabile dei commentari raccolti nel romanzo di Houellebecq e che ha preso forma nel progressivo distacco assunto da Daniel 1 il quale, di possibilità, ne bruciò tre senza mai rendersene conto e soffrendo di questo.

Daniel 25 è un’isola perfettamente cosciente di sé, un individuo evoluto e aggiornato e, un nessuno eterno perché vuoto.

Questo è ciò che La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq racconta. Leggerlo non è gradevole però è un punto di vista letterario che, in una costruzione narrativa che corre su due estremi, offre una plausibile previsione sugli scenari futuri e lascia comunque un dubbio sul progetto complessivo che aveva in mente un personaggio apparentemente marginale come Vincent 1. Era a questo che voleva arrivare?

Autore: Michel Houellebecq
Titolo: La possibilità di un’isola
Titolo originale: La possibilité d’une île
Traduzione: Fabrizio Ascari
Casa editrice: Mondadori
Anno di pubblicazione: gennaio 2006
Pagine: 398
Prezzo di copertina: € 9.35 (su Amazon ed edito Bompiani)

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