Tema libero

A cosa servono i libri? Riletture tra le righe

9 Settembre 2019
A cosa servono i libri? Domande da lettori

A cosa servono i libri?

È una di quelle domande assurde che fanno capolino in testa e che cercano una via d’uscita anche se le porte della ragione sono chiuse e le intimano di tornare al loro posto, tacciate per ovvietà.

Si può parlare di libri. Tutti i lettori possono fornire il loro parere sul perché si legge, offrire delle risposte e tutti sanno che sono strumenti di studio e argomento di conversazione che possono portare alla critica o all’elogio delle parole e metafore correlate.

Volendo, non è obbligatorio leggere così come non è obbligatorio indignarsi perché, secondo uno dei luoghi comuni più gettonati, si scrive di più e si legge di meno.

Tuttavia, a cosa servono i libri?

A cosa servono i libri? Dubbi e osservazioni

Chiedersi a cosa servono i libri non è la stessa cosa di chiedersi perché si legge.

Le motivazioni del perché si legge si sviluppano nei modi più svariati e vengono spiegate in veste di lettore, critico, giornalista, insegnante, professionista di vario tipo e natura.

C’è un’abbondanza informativa meravigliosa sul perché si legge e non è insolito trovare risposte anche sui privilegi e sulla piacevolezza della lettura che, da sola, ti consente di viaggiare, fantasticare, immaginare mondi migliori, peggiori, neutri ma comunque diversi dalla realtà o dalle realtà che ci circondano. Una ricchezza di libri, questa, che lascia senza fiato ed è a disposizione di tutti, gratis o a pagamento, come il web.

Tuttavia, a cosa servono i libri oltre che a svagare o insegnare?

Leggere o scrivere libri possono formare l’intelletto e affinare le capacità di giudizio, migliorare gli stili di scrittura. Aiutano ad assimilare e a focalizzare idee e pensieri potenzialmente interessanti e che possono trasformarsi in storie, racconti, campagne di comunicazione.

Se poi il quantitativo di letture diventa una scusa per vantare una presunta superiorità intellettuale rispetto ai non lettori o uno strumento di offesa o di difesa sul piano della comunicazione in cui gareggiano lettori, scrittori ed editori in nome della visibilità allora, tanto vale lasciarli da parte i libri. Non crederci più e dare ragione a Céline che, alla voce narrante del suo viaggio, fa gridare:

“Vi spiegano troppe cose. Bisogna capire!”

O, se proprio non si vuol perdere del tutto la speranza, rassegnarsi a far la parte del commissario Ingravallo presentato da Gadda alle prese con un intricato caso inerente i limiti della conoscenza, individuale e condivisa.

A che servono i libri, quindi? Mio pensiero personale è che i libri servono per:

  • capire come sono fatte le persone che li scrivono e che li leggono,
  • riconoscere le metafore adottate per descrivere dinamiche e contesti reali e che sfuggono alle logiche dell’immaginazione,
  • trovare un terreno comune tra la realtà del lettore e quella costruita dallo scrittore,
  • identificare e ricostruire la morale della storia, bella o brutta che sia,
    imparare a scegliere quando, come e perché certi libri meritano di essere scritti, letti o consigliati,
  • misurare lo stato di salute della cultura nella quale nascono, si sviluppano e si rivolgono.

I libri servono alle persone che ne sanno stimare il valore che veicolano. Non sono né saranno mai una tacca di merito per il lettore spettatore o per il cattivo lettore descritto da Nabokov.

Il lettore può anche essere provvisto di memoria e immaginazione tali da poter fruire in automatico di un dizionario di parole alle quali attribuire tutti i significati che vuole ma, se rimane sulla superficie dell’intrattenimento e del coinvolgimento emotivo, i libri servono a ben poco.

Leggere tanti libri non è un deterrente per evitare di cedere alla tentazione di presumere le intenzioni dell’autore pensando di saperla lunga sulle logiche di marketing adottate dalla casa editrice che lo promuove e gli dà voce. Tutto questo mette in secondo piano ciò che i libri dicono o tentano di esprimere.

Spesso basta una frase, una battuta banale, quattro parole disposte ad arte per dare alla narrazione o alle narrazioni un effetto sorprendente sul breve e medio periodo per dire che un libro è bello. Quando però quella frase, quella battuta banale e quelle quattro parole disposte ad arte vengono dimenticate allora, forse, non era poi tanto bello. Se, invece, emergono a distanza di anni e nei momenti più inaspettati o mentre si sta leggendo un nuovo libro ecco che entra in gioco il senso estetico del bravo lettore. Ci si domanda perché quei passaggi, rimasti inosservati sul momento, riaffiorano tra i cassetti della memoria in cui sono riposti i buoni libri. Se sorge l’intenzione di rileggerli allora potrebbe trattarsi di vere e proprie opere letterarie e la loro bellezza non è stata solo colta ma anche interiorizzata al punto da desiderare di tornare ad essi. La lettura è un processo soggettivo e non ha importanza capire perché e come si avvia, quello che è importante è rendersi conto che accade. Grazie a un libro.

I migliori libri sono quelli che instillano il dubbio nei pregiudizi del lettore colto o presunto tale. Tutto sommato servono a metterci di fronte ai noi stessi, con tutti i pregi e difetti che ci contraddistinguono. Per fare questo, non è obbligatorio che siano un prodotto di alta o bassa letteratura. Se dalla superficie del percepibile o del percepito trovano la strada per depositarsi sul fondo delle convinzioni scardinandole allora i libri sono utili per apportare un cambiamento oggettivo nel modo in cui costruiamo o destrutturiamo la realtà che ci circonda.

I libri non servono per confermare ma a mettere in discussione. Per questo sono pericolosi e proibiti. Ti cambiano e, a volte, sembra che facciano più male che bene ma è a questo che, secondo me, servono e sono sempre serviti i libri.

E per te? A che cosa servono i libri?

P.S. A proposito, questo è il mio ultimo post a tema libero anche se continuerò ancora per un po’ a parlar di libri, sul blog e in newsletter. 🙂

Photo Credits: immagine via Pixabay

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