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La biblioteca perduta di Carlo Vecce e i libri di Leonardo Da Vinci

9 Agosto 2019
La biblioteca perduta di Carlo Vecce e i libri di Leonardo Da Vinci

Visti i disegni esposti alla Galleria dell’Accademia di Venezia il passo successivo è stato leggere La biblioteca perduta di Carlo Vecce, per saperne qualcosa di più sui libri di Leonardo Da Vinci. Un uomo senza lettere, un autodidatta del sapere e una delle menti più poliedriche che siano mai esistite.

Per quanto straordinarie fossero le intuizioni leonardesche è ormai appurato che, per quanto ricca sia tuttora la sua eredità, tanto è ancora rimasto incompiuto. A partire dalla biblioteca perduta e, nel libro della settimana, ricostruita da Carlo Vecce.

La biblioteca perduta di Carlo Vecce: codici, libri e disegni di Leonardo Da vinci

Ciò che affascina dei disegni di Leonardo, oltre alla precisione dei dettagli o la delicatezza di tratti e sfumature, è come riproducono, in entrambi i lati, studi diversi.

Su un verso del foglio, volti umani e studi anatomici e, sul retro, strani macchinari e progetti. Solo dai disegni si scorge, in filigrana, il continuo passaggio dell’artefice da un campo di studi e l’altro. Metodo e caratteristiche che si riscontrano anche in quanto riportato da Carlo Vecce ne La biblioteca perduta.

Appassionato di tutto, Leonardo Da Vinci incanta per la sua spiccata curiosità trasversale coltivata e perfezionata con gli strumenti del tempo, i libri.

“Una biblioteca racconta molte storie, oltre a quelle che tutti i libri si portano dentro […] Una biblioteca può essere come un autoritratto, un’autobiografia.”

Recita la Premessa sui libri di Leonardo che, abbinata al Prologo, spiega al lettore i motivi e i metodi adottati da Carlo Vecce per ricostruire La biblioteca perduta.

Suggestivo il riferimento a La tempesta di Shakespeare e, nello specifico, a quando Prospero cerca, nella fuga, di salvare i libri di cui è in possesso. Volumi che costituiscono il suo tesoro più prezioso che, idealmente sovrapposti ai codici leonardeschi, sono:

“considerati scrigno prezioso di una conoscenza iniziatica e sapienziale, venivano letti e interpretati alla luce deformante del mito del precursore […]”

Tra questi, i manoscritti adottati per ricostruire la biblioteca perduta di Leonardo Da Vinci:

  • il codice Atlantico,
  • il codice Trivulziano,
  • il codice Leicester e
  • i codici Madrid I e II

sono i più citati. Servono per orientare il lettore, un po’ filologo un po’ bibliografo, nell’immaginare oggettivamente il dipintore che affiancò Il principe nella costruzione di macchine da guerra, rivaleggiò con Michelangelo e affascinò, in occasione della Mostra Leonardesca di Milano nel 1939, il collezionista americano Elmer Belt e il prossimo autore da leggere per questo blog, Carlo Emilio Gadda.

Capitolo dopo capitolo si evince che Leonardo aveva una vera e propria passione per le liste.

Appuntava tutto, in parte o sul retro dei suoi disegni. Idee, intuizioni, libri, persone che confluivano in progetti da realizzare e che, ad un certo punto, rivelano il suo interesse per le lettere.

Elenchi in cui compaiono gli scritti di Leon Battista Alberti, Dante, Petrarca e i testi da acquisire per imparare il latino, decifrare il lascito degli antichi, capire come togliere tra l’uomo e le lettere il senza.

Liste che raccoglievano gli strumenti più adatti per imparare a comunicare, ad esprimere sé stesso e per essere in grado di sostenere qualsiasi tipo di conversazione, soprattutto con chi poteva procurargli il libro che cercava in un dato momento. Un modo come un altro per distogliere l’attenzione dall’inclinazione leonardesca al lasciare molte opere incompiute e al non restituire i libri presi in prestito perché gli piacevano troppo e continuare, indisturbato, con la sua ricerca personale.

Se per Petrarca i libri furono uno strumento per raggiungere il successo e stima, fama e gloria portando a compimento una visione complessiva del mondo e dei suoi abitanti da condividere con i posteri per Leonardo erano un’ancora di salvataggio, punti di vista privilegiati per osservare la composizione del mondo e del suo essere in relazione ad esso, in tutti i suoi dettagli. I collegamenti tra uomo, arte e natura e la meccanica che li caratterizza per regolare un moto armonico e perpetuo rappresentavano, forse, il cuore della sua ricerca.

Capire, assimilare, comprendere. La biblioteca perduta di Carlo Vecce rappresenta, in un certo senso, la vita interiore di un’esistenza che, desiderosa di conoscere, si è adattata alla vita pratica ricercando nei libri un modo per esprimere le sue scoperte e un mezzo per assicurarsi quel che bastava per il sostentamento e la sicurezza sua e dei suoi allievi e amici.

Coltivando i talenti che lo rendevano gradito ai contemporanei come l’eleganza nel vestire, la predisposizione ad osservare e a conversare e rimanendo coerente alla cultura di appartenenza (mercantesca) Leonardo si è adattato al suo tempo e ai suoi cambiamenti cercandone una o più chiavi di lettura. O forse, socializzando, leggendo, scrivendo, disegnando o dipingendo, voleva solo conoscere meglio sé stesso o scoprire perché la Natura, umana e non, riesce sempre a trovare un modo per sorprendere e meravigliare, malgrado ogni cosa sia destinata a perire.

Recita il verso shakespeariano riportato nella premessa del libro di Carlo Vecce:

“I Knowing I Loved My Book…”

Quanto basta per ricostruire una biblioteca perduta eppure, indimenticabile.

La biblioteca perduta e i libri di Leonardo Da Vinci

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