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Notre-Dame de Paris di Victor Hugo: la vera storia di Quasimodo ed Esmeralda

19 Luglio 2019
Leggere Notre-Dame de Paris di Victor Hugo

Scrive Goffredo Fofi nell’introduzione a Notre-Dame de Paris di Victor Hugo:

“I personaggi di Hugo mi sono dunque familiari, appartengono alle mitologie della mia infanzia come quella di migliaia e milioni di persone di ieri, quando l’industria culturale non aveva ancora invaso disneyanamente e televisivamente ogni angolo del nostro spirito, impedendoci di rielaborare e sognare su poche, necessarie o superflue figure”.

Non faccio parte delle persone di ieri, del prima dell’industria culturale.
Il film Disney mi era piaciuto. Le sue immagini, vivaci e colorate, hanno volteggiato graziosamente per anni, nella mia memoria.

Poi ho visto dal vero la facciata di Notre-Dame e mi è sorto un dubbio.

Qual è la vera storia di Quasimodo ed Esmeralda?

Per avere una risposta era destino leggere, prima o poi, il romanzo di Victor Hugo.

Notre-Dame de Paris di Victor Hugo: classico, guida turistica e testo morale

Notre-Dame de Paris di Victor Hugo si apre, quasi subito, con gran fracasso. È il 6 gennaio 1482:

“Quel 6 gennaio, ciò che metteva in fermento tutto il popolo di Parigi, come dice Jehan de Troyes, era la duplice solennità, associata da tempo immemorabile, del giorno dei Magi e della Festa dei Folli. Quel giorno doveva esserci un falò alla Grève, l’erezione di un albero di maggio alla cappella di Braque e un mistero a Palazzo di Giustizia”.

Quasi subito perché il romanzo, prima di addentrarsi nel vivo della manifestazione, spende qualche pagina per illustrare gli eventi principali e la storia del luogo predisposto alla rappresentazione del Mistero e della sua morale.

Quanto basta al lettore, per rendersi conto che i veri padroni della narrazione di Notre-Dame de Paris sono i parigini descritti da Victor Hugo. Anzi, i veri protagonisti della storia sono gli stati d’animo e le opinioni e il pensiero comune di gente di diversa estrazione sociale. Gente che è stufa di aspettare la rappresentazione di uno spettacolo che tarda a palesarsi.

Tutta colpa dei nobili e dei signori della città, ancora non sono giunti a prendere posto in sala.

Gli studenti, appesi come scimmie alle finestre e ai capitelli del Palazzo di Giustizia, si divertono a punzecchiare ed acuire il fastidio della massa che pretende di essere intrattenuta, nel suo giorno di libertà.

Pierre Gringoire, il letterato al quale è stata affidata la rappresentazione teatrale che apre La Festa dei Folli è in angoscia, teme il fallimento della sua opera artistica.

La tensione è alle stelle, meglio andare in scena. È inutile temporeggiare. Gringoire ordina agli attori di cominciare e, compiaciuto, osserva come il pubblico o parte di essi, man mano si calmi disponendosi ad ascoltare.

È tutto quello che chiede e che Gringoire desidera come compenso del suo fare, che la sua opera venga seguita con attenzione.

L’incanto però si rompe all’arrivo di vescovi, signori della città, delegati del re. Catturano l’interesse del popolame il quale, ingrato, dimentica la rappresentazione del Mistero.

Gringoire non demorde, incita gli attori a continuare e lotta come può per riacquistare gli occhi e le orecchie del pubblico. È tutto inutile. Gli importanti ritardatari hanno più presa delle noiose allegorie teatrali che saltano completamente in aria quando uno degli esimi ritardatari propone di passare subito dell’incoronazione del Papa dei Folli. Carica assegnata, a sorpresa, al campanaro di Notre-Dame, Quasimodo.

Il gobbo, sordo, muto e deforme viene portato via in pompa magna dall’auditorio seguito, a mo’ di accompagnamento musicale, dalla banda ingaggiata da Gringoire per il suo Mistero.

“Che fosse un’accozzaglia di folli, ladri, mendicanti, che importa! Era pur sempre un popolo, e lui un sovrano”.

Gli studenti, dall’alto delle loro improvvisate postazioni, completano il danno annunciando a gran voce l’apparizione di Esmeralda. I pochi uditori rimasti escono completamente di scena.

Gringoire, sconfitto, solo e sconsolato, si aggira per le strade di Parigi in cerca di un luogo dove passare la notte. Approfittando del gironzolare di questo marginale personaggio, Hugo lascia passare le prime immagini della zingara e della sua capretta Djali, dell’arcidiacono Claude Frollo e del capitano Phoebus.

Personaggi che muovono i primi passi pensando di aver il pieno controllo sul significato di una scritta in greco riportata sulle mura di Notre-Dame e che, cancellata e dimenticata, si traduce con Fato.

Sono immagini che, nella prima parte del romanzo, compaiono al lettore con parsimonia. Prima, con dovizia di particolari, le pagine si riempiono di spiegazioni sulla costruzione della cattedrale, sugli stili architettonici e sulla conformazione urbana di Parigi, su usanze, credenze e costumi dell’epoca in cui si svolgono i fatti, considerazioni d’autore. Per questi motivi, la prima parte di Notre-Dame de Paris funge anche da guida turistica e da compendio storico della Francia del XV° secolo.

Una prima parte un po’ difficile da seguire, in verità, sembra che Hugo stia vestendo i panni di Gringoire che lotta per richiamare l’attenzione sul Mistero che doveva andare in scena per il popolo di Parigi e per le sue orecchie.

Notre-Dame, romanzo di Victor Hugo

Facendo le veci del professore, Victor Hugo fa in modo che il libro di pietra e il libro a stampa siano tra loro complementari quel che serve per inquadrare con precisione il dove, il come e il perché il destino influisce e agisce sui personaggi della storia.

La prima parte, così laboriosa e articolata, è propedeutica alla seconda parte del romanzo e fa sì che le immagini e le relazioni che si sviluppano nella vera storia di Quasimodo ed Esmeralda diventino chiare e comprensibili.

Ci si rende conto, per gradi, come quello che appare diventa ciò che è e viceversa. In realtà, si riesce a distinguere che:

  • Esmeralda è una brava ragazza, buona di cuore e che tutto sommato si guadagna da vivere onestamente facendo affidamento sull’ingenua convinzione di essere voluta bene per la sua gentilezza o per la maestria adoperata per insegnare a Djali, la sua capretta, qualche innocente gioco di abilità. Non usa la sua femminilità per assicurarsi gioielli, abiti e una bella casa. Vive alla giornata, libera di esprimersi attraverso il canto o la danza. Comportamenti che però le si ritorceranno contro perché, per i più, non fanno altro che confermare l’opinione che sia un’incantatrice, una strega, una donnaccia, una pagana. Nessuno si ricorderà di quando offre da bere a Quasimodo, messo alla berlina sulla pubblica piazza per il diletto del popolo o quando sposa, simbolicamente, Gringoire salvandolo così dall’impiccagione presso la Corte dei Miracoli. Sono gesti che rivelano la sua vera natura ma, in quanto gitana, è impossibile che sia priva della malizia. Il suo destino è segnato, di sicuro è colpevole di qualcosa.
  • Phoebus, è un cavaliere con un’anima da mascalzone. Malgrado il linguaggio che ne tradisce la bassezza, l’immagine, il ruolo e il nome vengono accettati e dati per veri anche per la nobile fidanzata, delle sue amiche di pari e onorato grado sociale e per gli occhi innamorati della semplice e umile Esmeralda. La facciata del bel capitano regge malgrado le sue fondamenta siano marce.
  • Claude Frollo è un nozionista il cui peccato sta nell’aver utilizzato in malo modo il suo sapere e la sua acuta intelligenza per reprimere la passione di una vita non vissuta così come Pierre Gringoire, deluso e amareggiato per il fiasco della sua opera teatrale, è solo un letterato che ha riversato nell’arte niente più che un tiepido affetto, magra consolazione degli incompresi. La passione di Frollo, per quanto si sia sforzato di manipolare il destino altrui per trovare un po’ di ristoro nei suoi rimpianti, non troverà soddisfazione e l’arcidiacono pagherà per le colpe e i peccati commessi in malafede. Gringoire troverà consolazione nell’essere scelto da una capra e tirerà un sospiro di sollievo per aver trovato un espediente che lo solleva dall’assumersi un qualche tipo di responsabilità.
  • Quasimodo, fatto a metà. Deforme, di una bruttezza innaturale e provvisto di una forza demoniaca è provvisto di molti deficit: è sordo, muto, mezzo orbo e incapace a comunicare la sua metà interiore pur sapendo parlare e, quindi, esprimere i suoi sentimenti. Victor Hugo ne descrive l’esistenza ma non riesce a risolvere il mistero della sua nascita. Di Quasimodo il lettore sa solo che compare neonato a Reims e poi sotto le porte di Notre-Dame de Paris. Un bambino di quattro anni, piangente, chiuso in un sacco, non voluto. Le donne – popolane, religiose o di alto lignaggio – discutono il da farsi. Bruciarlo? Annegarlo? Pagare confidando che la provvidenza allontani dalla bella facciata della cattedrale tale bruttura? Come disfarsi di questa vita inutile? Frollo risolve il problema adottandolo non tanto per pietà o carità cristiana ma perché potrebbe, un giorno, rivelarsi utile per i suoi scopi. Nel frattempo Quasimodo vivrà rinchiuso a Notre-Dame e di Notre-Dame sarà l’anima che si esprime attraverso il suono delle campane.

Alle anime, disse Céline, piace la musica perché può dimenticare la sua triste e inquieta condizione. Un’anima può provare un momento di gioia e comunione con gli altri nel Giorno dei Folli e, tornando a Hugo, padrona di sé stessa.

La metà di Quasimodo, quella che non si vede, sembra racchiudere la natura intima dell’essere umano e che si rivela in tutta la sua bellezza quando salva Esmeralda dalla forca e, nella sua tenerezza e determinazione, nel proteggere l’unica persona che ha avuto pietà di lui. Un destino indeterminato che, alla fine, abbandonerà la cattedrale per abbracciare la sua scelta e tutto ciò che ha amato.

In confronto al Notre-Dame de Paris di Victor Hugo le immagini della versione Disney sbiadiscono e perdono tutto il loro fascino fiabesco diventando un falso, un prodotto d’intrattenimento banale e scontato ispirato a un’opera dall’architettura complessa che non distoglie l’attenzione sulle immagini ma le osserva, le contempla e ne spiega cause, effetti e conseguenze.

Sembra che il romanzo si assuma il compito di esprimere e raccontare ciò che realmente volevano Quasimodo ed Esmeralda: essere amati e protetti per quello che erano.

Per 512 pagine il destino che si presenta in lettere greche poi cancellate e dimenticate ha provato a dar loro diritto d’asilo, a far sì che i loro sogni si determinassero.

Tuttavia, il popolo opinionista, la codardia dei soldati, l’opportunismo di studenti e intellettuali e la volontà di un re che deve far quadrare i conti di corte approvando spese e distribuendo cariche convergono nel risolvere il problema secondo la logica del:

“[…] punire il popolo per ciò che ha voluto e fare ciò che vuole”.

Si chiude il libro e i dubbi sorti di fronte a Notre-Dame de Paris un po’ si sciolgono. La storia di Quasimodo ed Esmeralda forse non è vera ma, grazie a Victor Hugo, diventa un po’ più chiara.

Si guarda la copertina del romanzo e mi ricordo, vagamente, di aver visto i Gargoyle della cattedrale e di aver provato poi a individuarli dal basso, girando attorno alle mura dell’edificio.

Mi preoccupava la possibilità che spiccassero il volo o che chiudessero gli occhi, distraendosi un attimo. Chissà se Victor Hugo, con Notre-Dame de Paris, non ci abbia pensato immaginandone le fatali conseguenze.

Che strano l’effetto delle opere d’arte.
Sarà questo il mistero della loro bellezza?

Autore: Victor Hugo
Titolo: Notre-Dame de Paris
Traduzione: Donata Feroldi
Casa editrice: Feltrinelli
Collana: Classici
Pubblicazione: Edizione VI, giugno 2014
Pagine: 512
Prezzo di copertina: € 11

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2 Comments

  • Reply Loredana Gasparri 19 Luglio 2019 at 12:08

    All’adattamento Disney (che mi era piaciuto molto) io ho aggiunto anche Notre Dame de Paris, il musical di Riccardo Cocciante che, pur essendo patinato in qualche parte, ha espresso bene le molte facce di questo romanzo. Lo lessi anni fa in lingua originale e ancora non so dire se mi sia davvero piaciuto. So che mi ha indispettito non poco, e certi personaggi, come Phoebus e Frollo, li avrei visti volentieri sotto una schiacciasassi. Soprattutto il capitano infingardo… però non avrei risparmiato anche un ceffone a Esmeralda. Sbuffo sempre un po’ davanti a questi personaggi femminili che pendono totalmente dalle labbra del primo bipede maschile, in attesa di essere validate da lui… e che non vogliono rendersi conto che una validazione non arriverà mai. E non perché non vogliano elargirla… da questa razza di bipedi non puoi aspettartela, perché non ci arrivano. Non capiscono che è quello che la donna aspetta… si fermano solo alle manifestazioni esterne.
    Mi ricordo anche un grande affresco di popolo, crudele e sanguinario, anche quando sta aspettando di essere divertito e allietato. Forse le grandi folle, delle grandi città, mi fanno questo effetto.

    • Reply Rita Fortunato 20 Luglio 2019 at 10:45

      A parte la rappresentazione teatrale, che non ho avuto modo di vedere, concordo con il tuo pensiero, Loredana.
      Certo è che, alla fine, anche Phoebus e Frollo hanno avuto quello che meritavano. L’impulso di dare un ceffone ad Esmeralda l’ho avuto anch’io ma poi mi sono trattenuta, se avesse aperto gli occhi sarebbe stata salva ma, forse, avrebbe perso tutto il fascino incantevole che la caratterizza. La madre di lei, mi ha fatto tanta tenerezza e anche se è un personaggio marginale nella storia, è un elemento che rende molto bene l’immagine crudele e sanguinaria che ti è rimasta del popolo rappresentato da Victor Hugo.

      Ultimo appunto, mi ha colpito la giovane età dell’autore stesso all’epoca in cui scrisse Notre-Dame e, letto il libro, ne sono rimasta affascinata. 🙂

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