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Curriculum del lettore di Luca Pantarotto: stratigrafia di un lettore

29 Maggio 2019
Curriculum del lettore di Luca Pantarotto: stratigrafia di un lettore

Il Curriculum Del Lettore di Luca Pantarotto, Community e Social Media Manager NN Editore, è una delle letture che, da tempo, desideravo leggere e ospitare su questo blog e che si ricollega ai libri percorsi da Elisa Ponassi, traduttrice e blogger de La lettrice rampante.

Sono due persone e figure professionali strettamente legate tra loro, nella vita e nel lavoro. Insieme e, con coerenza, percorrono storie e personaggi da far conoscere a tutti coloro che a loro volta esplorano il mondo della carta stampata, per mestiere o per curiosità.

Il Curriculum Del Lettore di Luca Pantarotto è un bell’esempio, critico e virtuoso, capace di tramandare, divulgare e leggere parte delle ricchezze e dei valori racchiusi e veicolati nei libri e nei prodotti culturali in genere e che, oggi, condivido con te. 🙂

Curriculum Del Lettore di Luca Pantarotto: intrecci e letture, fumetti e libri e

  • INFANZIA

Per me i libri sono stati, dacché ho memoria, un elemento integrativo naturale dell’ambiente familiare.

Fin da quando ero bambino, dovunque mi girassi, c’erano libri. I miei genitori sono sempre stati lettori e le librerie di casa stavano tutte quante proprio in camera mia. Mi piacerebbe dire che questo mi abbia aiutato a sviluppare una passione precocissima per la lettura, la carta stampata e la magia delle storie, spalancando la strada a quel frenetico periodo di letture voraci e disordinate con cui in genere iniziano tutte le biografie dei lettori più selvaggi. In realtà non ho memoria di essermi avvicinato ai libri fino almeno agli otto anni e, anche in quel caso, è stato un incontro intenso, sì, ma piuttosto breve e destinato a non avere conseguenze per almeno un altro paio di lustri.

Però leggevo un sacco di fumetti. Sono stati quelli, in effetti, il mio primo vero contributo all’aumento dell’entropia cartacea domestica.

Ogni settimana, più o meno dai sette ai dodici anni, mi facevo comprare il nuovo numero di Topolino e, in aggiunta a quello, tutto ciò che casa Disney si inventava per riempire il più possibile le edicole: il Mega Almanacco, il Tascabilone, gli spin-off delle avventure di Paperinik, gli albi dedicati alle storie di zio Paperone, di tutto.

Pensandoci adesso, anzi, mi rendo conto di quanto sia stata abile la mia famiglia a foraggiare quella mia passione riuscendo al tempo stesso a evitare il tracollo economico. Anche perché, a un certo punto, i personaggi Disney sono stati prima affiancati e poi sostituiti dai supereroi Marvel e lì sì che erano dolori: parliamo di una quantità di acquisti mensili che variavano da un minimo di cinque a un massimo indefinibile, ma di sicuro superiore ai quindici.

Quanto a quel primo, breve incontro di cui dicevo prima, be’, sì, è stato senz’altro quello il mio primo vero battesimo letterario, ed è stato officiato da un autore che, temo, forse oggi non si legge più come una volta: Jules Verne.

Non ricordo bene come mi sia capitata per le mani la mia prima copia di Ventimila leghe sotto i mari ma ricordo benissimo l’effetto che, a otto anni, mi fece mentre lo leggevo sul copriletto blu oceano del grande letto dei miei: una sensazione molto simile a quella che, nel film tratto da La storia infinita, si legge negli occhi di Bastian mentre, pagina dopo pagina, ci si addentra negli sterminati paesaggi del regno di Fantàsia.

Nel corso di quella prima lettura (ne sono seguite poi, negli anni, parecchie altre) la storia del capitano Nemo e del Nautilus si è impressa nel mio cervello con la potenza dell’imprinting, così come, di lì a poco, il secondo Verne che mi regalarono: Viaggio al centro della terra.

Per me la letteratura è ancora adesso quella cosa lì: un’esperienza così straordinaria che, alla fine, ti lascia la sensazione di non aver più bisogno di cercare nulla, perché hai già trovato tutto quello che ti serviva.

Sarà per quello che, dopo aver letto Verne, non ho praticamente aperto un libro per i successivi, vediamo, dieci anni? Forse anche qualcosina in più. A parte i libri di scuola, ovviamente, ma anche quelli il minimo indispensabile: c’è sempre stata un sacco di roba bella in tv, perché perdere tempo a studiare?

  • TRA PRE-ADOLESCENZA E POST-MATURITÀ

Tra i quindici e i venticinque anni, più o meno, la mia situazione di non-esattamente-lettore si complica. In quel periodo mi trovo a vivere un paradosso piuttosto incomprensibile. I libri continuavano a essere presenti nella mia vita, certo, e io stesso ne compravo parecchi, anzi sempre di più con il passare degli anni. Romanzi, classici italiani, qualche classico greco o latino di cui le lezioni a scuola mi lasciavano curiosità. Solo che non li leggevo. Li sfogliavo ogni tanto, mi piaceva piluccare qualche parola qui e là, cogliere qualche suggestione, compiacermi della loro presenza, fantasticare su me stesso che leggevo centinaia di libri e diventavo un’autorità venerata in qualche settore peregrino.

Non è che non leggessi proprio niente, eh. Ho avuto, sì, qualche periodo di innamoramento completista: tipo, intorno ai diciotto anni ho letto quasi tutte le opere di Hermann Hesse. Tra i venti e i ventitré ho vissuto, una dopo l’altra, una fase Eco e poi una fase Borges, entrambe piuttosto intense.

In generale, però, alla quantità di acquisti non corrispondeva nessun relativo aumento di letture: i volumi si ammassavano gli uni sugli altri e poi stavano lì, a prendere polvere. Davvero, a me bastava guardarli, tutti ordinati sui loro ripiani, in file precise, soddisfacendo disposizioni quasi geometriche: sembravano quasi una stratigrafia della mia vita, ogni strato un periodo più o meno lungo di interesse per qualcosa. Qualcosa che poi, ovviamente, non avevo mai letto. E poi un bel giorno ho capito.

Il fatto è che nasceva tutto da un equivoco: ero cresciuto con l’idea, un po’ vaga e del tutto arbitraria, che i libri mi interessassero per leggerli, quando invece quello che mi attirava era proprio l’idea di raccoglierne il più possibile. Mi ero illuso di essere un lettore. In realtà stavo diventando un accumulatore compulsivo; o, se vogliamo dirlo con una parola socialmente più accettabile, un collezionista.

Anche lì, ripensandoci oggi, parte della colpa è stata di Verne, del capitano Nemo e della sua biblioteca sottomarina: ventimila volumi, tutti decorati dalla stessa rilegatura, ordinati in eleganti scaffali di palissandro nero e rinchiusi per sempre nella pancia del Nautilus. Il mio immaginario, alla fine, è sempre stato quello: i libri come oggetto, le grandi biblioteche, i labirinti di scaffali, le fortezze di carta che mi avevano sempre affascinato e di cui, quasi senza accorgermene, avevo seguito le tracce negli anni.

Una volta compreso questo, avevo compreso tutto. Mi trovavo finalmente libero dalla pressione sociale da sempre legata alla lettura, che lega l’utilità del libro al semplice, banale ed effimero scopo di essere letto.

Libero da quell’ansia di diventare una persona migliore, di accrescere le mie conoscenze, di vedermi spalancate davanti infinite strade di scoperta: da tutti quei dogmi assurdi, insomma, che, prima di diventare il cavallo di battaglia delle campagne di promozione della lettura, vengono ripetuti ossessivamente da generazioni e generazioni di insegnanti, dalle elementari all’università. Libero da tutto. E soprattutto libero di accumulare libri senza il senso di colpa di doverli pure leggere. Ecco perché, forse, solo a questo punto ho iniziato a leggerli.

  • ADESSO

Adesso leggo con una certa costanza, da poco più di una decina d’anni. Pensandoci ora mi rendo conto dell’ironia della sorte: a ventisette anni in un certo senso mi sono ritrovato al posto di quello stesso capitano Nemo da cui tutto era partito. Avevo un sacco di libri e potevo leggere più o meno quello che volevo. E così ho iniziato a fare quello che le persone normali fanno intorno ai dieci anni: ho preso un libro dallo scaffale e ho cominciato a leggerlo. Ricordo bene qual era: Il grande sonno di Raymond Chandler.

Lo ricordo anche perché, proprio in quell’occasione, ho inaugurato l’abitudine di segnarmi in un taccuino i titoli di tutto quello che leggo, mese per mese e anno per anno.

Ripercorrendolo ora ci trovo più o meno di tutto: Gabriel García Márquez, C.S. Lewis, libri sulla storia di Atlantide, la storia della guerra del Peloponneso di Tucidide, Harry Potter, Lansdale, i romanzi horror della defunta Gargoyle Books (e soprattutto i libri di Gianfranco Manfredi), Tolkien, saggi su Berlusconi, Lovecraft, di tutto.

Finché, nel 2013, mi accorgo che la maggior parte di quello che leggo ormai viene dall’America. A un certo punto quella massa di letture disordinate si era incanalata, senza che io me ne accorgessi, lungo una traiettoria ben precisa. Mi ritrovavo in quell’immaginario ricco e indefinito, in quella continua ricerca di sé, in quell’aspirazione a cercare di descrivere quel gran casino che è la vita umana sulla terra nella sua inafferrabile e assurda complessità. Mi attirava quell’interesse per la contemporaneità, l’ironia disincantata con cui gli americani riuscivano a descrivere la deriva di un mondo sull’orlo del tracollo, le quinte di cartone che tengono in piedi la nostra luccicante scenografia di convenzioni, tutto quello su cui io non avevo mai davvero posato lo sguardo. Il mio primo approccio con questo nuovo modo di raccontare il mondo lo devo a Jonathan Franzen e all’unico bel romanzo che abbia mai scritto: Le correzioni. Da lì sono partito per mettere ordine in quello che leggevo, e oggi leggo quasi solo letteratura americana. Per ora, almeno.

Ma compro ancora più libri di quanti riesca a leggerne. Del resto, se i libri mi interessassero solo per leggerli, andrei in biblioteca.

Luca Pantarotto,
Community & Social Media Manager NN Editore

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