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Intervista a Flavia Trupia: domande e risposte per la retorica

13 Febbraio 2019
Intervista Flavia Trupia (immagine Brand Festival)

L’intervista a Flavia Trupia, esperta di retorica, nasce dall’idea di Rossana Cavallari di condividerla su questo blog, in vista della terza edizione del Brand Festival.

Conscia che tra le ombre delle parole che dispongo su questo spazio web si annidano alcuni rudimenti di retorica, l’idea di Rossana mi è parsa luminosa invitandomi a formulare delle domande da rivolgere a Flavia Trupia.

Ne è emersa un’intervista che può rischiarare nozioni pregresse sulla retorica per presentarla nel suo aspetto più oggettivo e, persuasivo.

L’aspetto più affascinante di questo contenuto è che attorno alla sua realizzazione si sono mossi tre soggetti.

C’è chi ha lanciato l’idea e proposto uno spazio per realizzarla, chi ha formulato le domande e offerto tale spazio e chi ha fornito le risposte e condiviso il suo sapere. Sembra quasi un dialogo, questa intervista.

Manca solo una cosa, chi darà valore al post di oggi leggendolo e, cioè tu.

Curioso?

Intervista a Flavia Trupia: luci e ombre, per la retorica

  • Cos’è la retorica, in breve?

La retorica è convincere, perché serve a persuadere i nostri interlocutori; è capire perché ci dà una chiave di lettura della comunicazione di oggi; è vaccino, perché chi conosce le sue strategie non è immuno-depresso nei confronti delle malìe del populismo, della manipolazione e della supercazzola sempre imperante; è cura perché insegna a insegnare e a negoziare.

  • Retorica reale e retorica online, cosa cambia?

Il web è il paradiso delle fallacie, ossia di quei ragionamenti che sembrano logici ma non lo sono affatto perché contengono un errore nascosto.

Qualche esempio?

La fallacia della brutta china, quella che ci porta erroneamente a trarre conclusioni considerate catastrofiche anche se le premesse non le giustificano. Qualche esempio: – con tutti questi migranti, finiremo tutti musulmani; non possiamo accogliere tutta l’Africa in Italia -.

Sempre in tema di migrazioni, che è uno degli argomenti più presenti online, una considerazione tipica è: – aiutiamo quelli che vengono dall’altra parte del Mediterraneo e non aiutiamo il disabile che sta sul nostro pianerottolo -.
È la fallacia della falsa dicotomia, perché pone un dilemma artificiale, che non esiste necessariamente nella realtà.

Non c’è motivo, infatti, di escludere a priori una politica che prenda seriamente in considerazione entrambe le categorie. Queste semplificazioni funzionano nei social media. Ma allo stesso tempo, sempre online, abbiamo esempi incredibili di ottima retorica, come il fenomeno ted.com.

Senza la Rete, gli oratori di TED avrebbero avuto un pubblico di centinaia di persone, Invece, oggi, le loro parole arrivano a milioni di utenti.

  • Quali sono le figure retoriche più efficaci in comunicazione e perché?

La figura retorica che funziona sempre è l’enumerazione a tre punti. Ce lo insegna Steve Jobs nel suo famoso discorso Siate affamati, siate folli del 2005:

“Oggi voglio raccontarvi tre storie che mi appartengono. Tutto qui. Niente di particolare. Solo tre storie”.

Il tre è il numero magico della retorica. Pensiamo anche allo slogan fascista:

“credere, obbedire, combattere”.

Non bisogna stupirsi se troviamo lo stesso espediente retorico in contesti completamente diversi. La retorica è uno strumento. L’etica è e rimane nelle intenzioni dell’oratore.

Intervista a Flavia Trupia, esperta di retorica

Flavia Trupia, perlaretorica.it

  • Quali sono le figure retoriche più abusate e perché?

Tutte le figure retoriche possono essere usate o abusate.
La retorica ci piace quando non avvertiamo la sua presenza.
Molti dicono: – come parla bene papa Francesco, quanto è semplice…
Francesco è un fine retore e usa moltissime figure retoriche. Ma lo fa con gusto e misura e l’orecchio dell’uditorio non se ne accorge; pur apprezzando la sua efficacia comunicativa, che deriva esattamente dalla retorica.

Per rispondere alla domanda, posso dire che la figura retorica secondo me più abusata è la preterizione: – parlo fuor di retorica…
Chi lo dice sta usando una figura retorica.
Per non parlare di: – premesso che non sono razzista…
Anche io, ora, ho usato una preterizione per raccontare che cos’è una preterizione. Doppio salto mortale.

  • A ogni linguaggio la sua retorica. Un esempio in contesto e uno fuori contesto?

Le aziende usano moltissimo l’itanglish. I manager parlano un curioso pidgin, un miscuglio tra italiano e inglese che trovo molto buffo. Peccato che il loro intento non sia quello di far ridere, perché ci riesco benissimo.

Chiarisco che non sono una purista. I dibattiti sulla verginità nostrana non mi hanno mai appassionato. Se nel marketing si usa la parola brief, per intendere il documento che fornisce le indicazioni per fare una campagna di comunicazione, non ci trovo nulla di male.

Quello che trovo fuori contesto è dire: – ci vediamo next week – solo perché suona più efficiente. Se vuoi fare buona impressione su di me, dimmelo in sanscrito!

  • Qual è la sua figura retorica preferita?

La simploche, che è l’unione dell’anafora e dell’epifora. Frasi che riportano, all’inizio e alla fine, le stesse parole o leggere variazioni di esse. L’ha usata John F. Kennedy nel suo discorso a Berlino del 1963:

“Ci sono molte persone al mondo che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista. Che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono il comunismo è l’onda del progresso. Che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono, in Europa come altrove, che possiamo lavorare con i comunisti. Che vengano a Berlino. E ce ne sono anche certe che dicono che sì il comunismo è un sistema malvagio, ma permette progressi economici, Lass’ sie nach Berlin kommen. Che vengano a Berlino”.

Mi piace perché ha la forza di un rap, di una canzone.

  • Momento confronto. Se ParoleOmbra fosse una figura retorica, quale sarebbe? E il Brand Festival?

ParoleOmbra è un ossimoro, perché le parole sono le luci del discorso, ma possono essere anche le ombre, facendo luce – attraverso l’ombra – sulle profondità delle realtà che descrivono.

Il Brand Festival è uno straniamento perché si parla di brand in modo molto poco convenzionale, come spesso sono i brand di successo.

Flavia Trupia,
PerLaRe – Associazione Per La Retorica
www.perlaretorica.it

Photo Credits: immagine in evidenza via Brand Festival

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