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L’impronta digitale di Lorenzo Tomasin e libri che lasciano il segno

11 Gennaio 2019
L'impronta digitale di Lorenzo Tomasin e libri che lasciano il segno

L’impronta digitale di Lorenzo Tomasin, edito Carocci e presentato a Pordenone Legge 2018 con la massima di uno storico dell’arte:

“L’umanista è colui che contesta l’autorità ma rispetta la tradizione”

è il libro della settimana e pone a confronto la cultura umanistica e tecnologica in un dialogo complesso ma, decisamente edificante fino a rivelarsi una lettura capace di richiamarne altre che lasciano il segno.

Approfondisci?

L’impronta digitale di Lorenzo Tomasin: di cosa parla, in breve

L’impronta digitale di Lorenzo Tomasin chiarisce subito su quali ambiti si struttura e si muove questo libro dialogo e che riguarda:

  1. l’istruzione,
  2. la ricerca umanistico-scientifica e
  3. le strategie culturali dei paesi avanzati

Il testo si pone in modo critico nei confronti della cultura dominante attuale, quella tecnologica, i cui concetti di base sono fondati:

  • sulla quantificazione del tutto (senza dati sei solo un’opinione come tante)
  • sulla passione alla visualizzazione piuttosto che sulla lettura e
  • sull’idea che il presente sia il centro della storia (presentismo).

Proseguendo in modo schematico, L’impronta digitale delinea, analizza e chiarisce ambiti di ricerca e punti critici nello spazio di sette brevi capitoli.

  • Prova di verifica su un ritaglio di giornale

Un tecnologo dichiara, in un articolo, l’utilità delle lingue classiche. L’impronta digitale analizza gli intenti comunicativi della frase e il testo nella sua interezza per poi spiegare perché l’informatica non è il latino del XXI secolo. Senza sminuire l’utilità pratica o mettere in discussione il valore che il linguaggio informatico ha acquisito nell’ambito in cui è nato e si è sviluppato.

  • Nuotare e navigare

Dal tecnologo che dichiara utili le lingue classiche si passa all’affermazione di utilità dell’informatica e delle tecnologie digitali. È un ribaltamento di proposizioni che fa emergere i rischi che si corrono nel dare priorità agli strumenti tecnologici e alla loro immediatezza facendo passare in secondo piano le più introspettive scienze umane.

“Le Digital Humanities si prestano a diventare territorio di applicazione di ricerche scientificamente superficiali e dimentiche dei precisi e solidi basamenti scientifici che le scienze umane si sono date nei secoli della loro elaborazione”.

  • Roghi di libri

Prende in considerazione la corsa alla digitalizzazione del sapere per conservare il patrimonio librario quando, invece, sembra esprimere il bisogno delle istituzioni predisposte a farlo, in primis le biblioteche, a ottenere i finanziamenti necessari per la loro sopravvivenza perché:

“L’idea sottostante è che ciò che è migliore, più utile o più vantaggioso per qualcuno, o in certi momenti, o in certi luoghi, debba necessariamente esserlo per tutti, sempre e ovunque”.

  • Il potere degli acronimi

Spiega come gli acronimi di matrice inglese diventano incolpevole vettore delle più innovative e raffinate forme di assolutismo e ottusità. La storia dell’acronimo STEM Education e del suo utilizzo in politica fa da modello di riferimento per rilevare le conseguenze di un uso grossolano delle parole le quali, contenendo più di quello che veicolano, possono generare una serie di interpretazioni e proposte che, invece di arricchire, sviliscono sia la cultura di appartenenza sia quella di riferimento.

  • Il genio delle lingue

Rimane nella sfera del linguaggio e sue implicazioni. Anche se cambia il modello di riferimento, il discorso è speculare ed equivalente al capitolo precedente e si aggancia all’idea che (emersa in superficie nella sezione intitolata Roghi di libri) sembra travolgere le basi della cultura umanistica portandola a una sorta di crisi di autostima e di sudditanza nei confronti della cultura tecnologica.

  • Stoltezza dei letterati

Riprende il tema dei pregiudizi, incontrati anche ne La disputa felice e si concentra sulle dinamiche che, invece di avvicinare, hanno portato a un allontanamento dialettico tra cultura tecnologica e umanistica. Quest’ultima, inoltre, è chiamata ad assumersi le proprie responsabilità, nel senso di uscire da una sorta di autoisolamento difensivo per trovare nuovi parametri di comunicazione con la cultura dominante.

“Molte persone di cultura si sono progressivamente conformate agli schemi mentali e alle gerarchie assiologiche più convenienti alle abitudini di chi ritiene utile marginalizzarli, restando vittime di una forma raffinata di quella che gli psicologi hanno chiamato sindrome di Stoccolma”.

  • Dell’obsolescenza

Discute sul tema del tempo chiarendo e spiegando quello che nel post In bilico tra tempo connesso e tempo disconnesso era una rudimentale riflessione personale, scaturita poco dopo la lettura di due libri di diverso genere. In questa parte, Lorenzo Tomasin cita un saggio di Asimov, Homo obsoletus che prevede il dominio della macchina sull’essere umano. Previsione poi ridimensionata in un più rassicurante auspicio che faccia delle moderne tecnologie:

“il mezzo per far passare l’umanità dallo stadio di isolamento a una maturità collaborativa”.

L’unica via possibile, indicata da L’impronta digitale, resta quindi quella della conciliazione conseguente a un dialogo edificante, dal quale trarre esempi ed esercizi per imparare a comprendere la realtà che stiamo vivendo senza per forza arrendersi a una delle due culture che si preferisce visualizzare, per comodità, fra loro avversarie e contrapposte .

In tal senso, il libro invita il lettore a raccogliere tutte le competenze acquisite (e in acquisizione) e a metterle in pratica per formare una linea di pensiero ponendo come obiettivi il compito di:

  • far dialogare i due poli contrapposti individuati nella massima dello storico d’arte,
  • concentrarsi sul modo corretto di argomentare nel corso di una conversazione e
  • mantenere alta la soglia dell’attenzione sul discorso complessivo.

Leggere L’impronta digitale mi ha ricordato Miracoli e traumi della comunicazione di Mario Perniola.

Un testo che lessi con curiosità, a partire dalla copertina:

“[…] L’incessante vociare di una comunicazione schiacciata su un presente senza senso storico sembra non lasciare alcuna traccia di conoscenza per il futuro”.

In questo libro si parla di traumatismo mediatico, conseguente la Seconda Guerra Mondiale, e di come ha preso piede, dal Dopoguerra agli anni ’80, il miracolismo comunicativo. Seppur collocato in una fascia temporale antecedente a quella affrontata ne L’impronta digitale, il libro di Perniola appare in linea e pertinente nella critica dei concetti base della cultura dominante (presentismo e passione per la visualizzazione a scapito della lettura) che ha fatto fiorire stili e approcci comunicativi in grado di logorare il pensiero umanistico e sue peculiarità socio-culturali.

“L’imperialismo della pubblicità ha logorato a tal punto il prestigio del sapere da rendere obsoleto un messaggio unidirezionale e imperativo”.

Le sottolineature, i punti interrogativi e le glosse a matita sono le tracce della promessa futura di approfondire le tematiche trattate e, se possibile, conciliare l’impostazione umanistica con le abilità comunicative (e suoi strumenti) ricercando una sintesi fra di esse, imparando a rispettare la tradizione e a contestare l’autorità quando e se serve.

Di certo, sono libri che lasciano il segno, vero?

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2 Comments

  • Reply Lorenzo Tomasin 13 Gennaio 2019 at 11:16

    Grazie per l’attenzione e la puntuale lettura. Un saluto cordiale

    Lorenzo Tomasin

    • Reply Rita Fortunato 13 Gennaio 2019 at 14:12

      Grazie a lei, per il libro e per il gentile commento, sono importanti. 🙂

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