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La società dell’incertezza di Zygmunt Bauman: di sicuro, un libro da leggere

14 settembre 2018
La società dell'incertezza di Zygmunt Bauman: di sicuro, un libro da leggere

Ti è mai capitato di entrare in libreria alla ricerca di un titolo specifico e di uscirne fuori con un altro, sempre dello stesso autore?

A me è capitato con La società dell’incertezza di Zygmunt Bauman e, sai la cosa strana? Ancora mi chiedo come ho fatto ad individuare, a colpo d’occhio e con sguardo distratto, il sottilissimo dorso nero incuneato e seminascosto dagli altri libroni posti a scaffale.

Una volta estratto, La società dell’incertezza mi ha confermato di essere il libro giusto. È che non era in lista e, visto che non era in lista, l’ho letto.

Approfondiamo il discorso?

L’età dell’incertezza di Zygmunt Bauman: introduzione all’umanità e alle sue paure

Dopo Elogio della letteratura la figura di Zygmunt Bauman e quanto ha lasciato attraverso i suoi libri ha attratto la mia curiosità e attenzione portandomi a voler leggerne di più.

La società dell’incertezza è un’introduzione all’umanità e alle sue paure ed è un libro da leggere, sottolineare, rileggere, far depositare, fin quando non sarà pronto per essere compreso, se si vuole avere una certa idea dell’umanità e del percorso che sta prendendo.

A partire dall’introduzione, La società dell’incertezza di Zygmunt Bauman colloca il lettore a un bivio esistenziale, una strada conduce alla felicità l’altra alla libertà. Il disagio della civiltà di Sigmund Freud viene scelto come elemento per operare una prima distinzione sui tempi e i modi adottati per raggiungere l’uno o l’altro ideale.

Nel paragrafo intitolato L’ultima parola spetta alla libertà sembra che l’autore informi il lettore sulla scelta adottata, dopo aver chiarito la differenza tra età moderna e postmoderna e disagi conseguenti:

“Il disagio della modernità nasceva da un tipo di sicurezza che assegnava alla libertà un ruolo troppo limitato nella ricerca della libertà individuale.

Il disagio della postmodernità nasce da un genere di libertà nella ricerca del piacere che assegna uno spazio troppo limitato alla sicurezza individuale”.

Un ribaltamento che rende ancora più incerta la possibilità di essere felici o di essere liberi perché qualsiasi sia la strada intrapresa ciò comporta la perdita o la rinuncia all’uno o all’altro polo a cui ogni essere umano aspira in egual misura.

Mi sono venute in mente le fiabe di bambina, quelle da vissero felici e contenti e mi è sorto un dubbio. Non ricordo se ne ho mai letta o vista una finisse con il vissero liberi e felici, perché? Perché, probabilmente, o si ha l’una o si ha l’altra e non sembra possibile avere entrambe se non affrontando il tema dell’identità che nel primo capitolo, Da pellegrino a turista, è presentato come un problema:

“Il principale motivo d’ansia dei tempi moderni, collegato all’identità, era la preoccupazione riguardo alla durabilità; oggi riguarda invece la possibilità di evitare ogni impegno. […] L’identità come tale è un’invenzione moderna”.

E dall’età moderna a oggi questa identità viene ricercata, identificata, costruita o distrutta in percorrenza. Nello spazio e nel tempo l’essere umano si è trasformato da pellegrino:

“Il mondo dei pellegrini – i costruttori di identità – deve essere ordinato, determinato, prevedibile, assicurato; ma soprattutto, deve essere un mondo nel quale le impronte sono impresse per sempre, in modo che le tracce e i documenti dei viaggi passati siano preservati e tenuti stretti”

a turista inquieto e in bilico tra due poli:

“Il bisogno di casa […] non è l’unico sentimento del turista: l’altro è la paura di essere legati alla casa, di essere legati a un posto con l’uscita sbarrata”.

Nel mezzo, La società dell’incertezza delinea altre figure che si sono affacciate nel percorso dell’umanità e sono quelle del flâneur e del vagabondo. Assieme al pellegrino e al turista fanno da indicatori dello stato di organizzazione o disorganizzazione della società in cui vivono e si spostano, di quanta felicità o libertà è a loro concessa e quale tipologia di straniero produce. Quest’ultimo è l’argomento del secondo capitolo che in prima pagina afferma che:

“Tutte le società producono stranieri. […]
Il procedimento seguito per tracciare i confini e disegnare le mappe cognitive, estetiche e morali, stabilisce fin dall’inizio gli individui destinati a rimanere ai margini o fuori dagli schemi di un’esistenza ordinata e dotata di senso: gli stessi che in seguito saranno accusati di causare i disagi più fastidiosi e insopportabili. […]
Lo straniero semina incertezza nel terreno in cui dovrebbe crescere la certezza e la trasparenza”.

Poche righe sotto a questo passaggio Bauman fa un riferimento a George Orwell e poi seguono pagine dedicate alle strategie adottate per annullare – o per assimilazione o per esclusione – ciò che costituisce una mina vagante, un problema, una minaccia alla costruzione di un’identità sociale solida, condivisa e condivisibile fino ad arrivare a suggerire al lettore una via per ripensare il concetto di umanesimo perché:

“La possibilità di una sana convivenza umana dipende dai diritti dello straniero e non dipende invece dalla questione a chi spetti – lo stato o la tribù – decidere chi sono gli stranieri”.

Una volta definite le caratteristiche dello straniero, come viene prodotto e poi scartato, La società dell’incertezza continua nel capitolo intitolato Lo straniero rivisitato e rivisitante. Parla di città costruite a misura di turista, sempre a caccia di stranezze e nuove esperienze da vivere in sicurezza, a debita distanza da ciò che è identificato come strano e straniero.

L’età dell’incertezza di Zygmunt Bauman: introduzione all’umanità e alle sue paure

Tra i tanti passaggi, è molto affascinante il modo in cui Bauman spiega il concetto di distanza stessa e sul ruolo che gioca nella visione che si ha dello straniero, sia dall’esterno sia dall’interno:

“La distanza apre un territorio assolutamente ambivalente, è il luogo del pericolo ma anche della libertà”.

Bauman suggerisce la possibilità di riporre le armi adottate per annullare lo straniero e cercare un sistema che ne consenta la convivenza:

“L’ideale di una città felice non si nutre di soluzioni radicali ma richiede l’impegno a stipulare un compromesso, che si ponga come obiettivo un sottile equilibrio tra opportunità e pericoli e tentare di stabilire un ‘accomodamento concordato’ tra domande conflittuali”.

Il quarto e penultimo capitolo è intitolato Un catalogo delle paure postmoderne. Bauman riprende il libro di Freud e condivide con il lettore le tre forme di paura dell’umanità, quelle che causano sofferenza, ansia, dolore e che sono determinate:

  1. dal decadimento fisico,
  2. dalle minacce del mondo esterno,
  3. dalle nostre relazioni con gli altri.

A queste si aggiunge l’unica certezza e la “madre di tutte le angosce” ovvero, la paura di morire, la paura della fine senza possibilità di inizio.

Inquietudini che non possono essere controllate ma che si è tentato di inserire e regolamentare in quelle che Bauman definisce le fabbriche dell’ordine o organizzazioni panottiche e dalle quali provengono anche quelle figure delineate da Moscovici ne Le rappresentazioni sociali che, di per sé non avevano cattivi intenti se non cercare: “la felicità del maggior numero di individui”.

La società dell’incertezza prosegue rendendo presente al lettore che:

“La riproduzione delle condizioni di vita sociale non è più conseguita con strumenti societari e collettivi ma è in gran parte privatizzata, sottratta al dominio delle politiche statali e delle decisioni pubbliche”.

A quanto pare, quegli elementi che facevano da mediazione e fornivano un certo grado di sicurezza sono venuti a cadere e ciò ha innescato un processo di autoaffermazione e autoformazione individuale.

Per paradosso, autoformazione individuale che, se non viene concretizzato, alimenta la paura dell’inadeguatezza e del vuoto causato dall’avvento di una società in cui si è più liberi di perseguire la strada della realizzazione personale ma anche più insicuri, perché privi del sostegno necessario a costruire una felicità collettiva che si cerca di compensare attuando varie forme di controllo sul corpo.

L’ultimo capitolo, Il corpo come compito, parla delle nuove dipendenze a cui l’umanità è soggetta e che assume per compensare o calmare tutte le ansie e le paure, vecchie e nuove, acuite da La società dell’incertezza.

“Nel nostro mondo postmoderno, la mentalità moderna si è allontanata dalle coordinate fornite dall’ideale di una verità universalmente fondata e accettata; la nostra è una mentalità insicura dei propri fondamenti, della propria legittimazione e funzione”.

Questo vuol dire che siamo così incentrati e ossessionati dai nostri desideri da aver perso di vista quelli che sono i nostri reali bisogni? Se sì, cosa si può fare per trovare un equilibrio fra le due cose?

Nel dubbio, credo che leggerò altri libri di Zygmunt Bauman. E tu?


Autore: Zygmunt Bauman
Titolo: L’età dell’incertezza
Traduzione: Roberto Marchisio
Casa editrice: il Mulino
Collana: Biblioteca paperbacks
Anno di pubblicazione: aprile 2017
Pagine: 149
Prezzo di copertina: € 12

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2 Comments

  • Reply Stefania Ciocconi 14 settembre 2018 at 14:16

    Mi sembra una lettura impegnativa ma molto valida per farci riflettere anche su noi stessi e su come ci poniamo verso gli altri e la società.

    • Reply Rita Fortunato 16 settembre 2018 at 16:52

      Sì, in effetti lo è, Stefania ma è una lettura che merita di essere affrontata proprio per le motivazioni che tu hai espresso. 🙂

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