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Alfons Mucha e la libreria Tarantola a Udine: la presentazione del libro dell’artista e del suo tempo

25 giugno 2018
Alfons Mucha e la libreria Tarantola a Udine: la presentazione del libro dell'artista e del suo tempo

Da piccola, sulle pareti del corridoio di casa erano appese le stampe di due opere di Alfons Mucha. Ritraevano due donne che per me erano creature provenienti da un mondo incantato.

A volte mi fermavo a guardarle e mi aspettavo che prendessero vita da un momento all’altro come nei quadri di Hogwarts, scuola di magia che ancora non esisteva nemmeno nella mente di J.K. Rowlings. Non sapevo chi era l’artista fino a quando non studiai l’Art Noveau alle superiori e non mi accorsi che il nome Mucha compariva sia sulle stampe sia sui libri di testo. Lessi, in quel periodo, anche L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera.

Poche settimane fa, mi è stato regalato il libro sulla storia di Alfons Mucha, scritto dal figlio Jiří e tradotto da Tiziana Menotti, presentato a Udine, presso la libreria Tarantola, giovedì scorso.

Ci sono andata, come per collegare i punti di una storia personale da trasporre su questo blog che segue un corridoio di riflessioni alle cui pareti sono appesi sguardi trasversali lasciati dalle tracce del tempo.

Ti fermi un attimo a leggere?

La presentazione nella presentazione: storie di artisti, di librerie e del significato di Tarantola

Quando andavo all’università, se non trovavo un libro, bastava andare da Tarantola perché girava voce che il libraio riuscisse a trovare l’introvabile.

All’ingresso, la cassa era antica e funzionante e quello che è ora un accogliente salottino letterario con la sala per le presentazioni adiacente era un magazzino stracolmo di libri. Una libreria in stile La storia infinita, per intenderci.

A Udine la libreria Tarantola è uno di quei luoghi che sai per certo che non scompariranno mai perché fanno parte integrante della vita del lettore e del territorio in cui è nato eppure, c’è stato un tempo in cui sembrava che stesse per scomparire.

L’idea che una delle più antiche librerie d’Italia smettesse di esistere ha fatto sì che, al contrario, resistesse mantenendo la sua identità indipendente e il suo ruolo culturale, di luogo dove trovare ciò che è ignoto o dove potersi riunire per presentare libri come quello su Alfons Mucha.

Prima di cominciare a narrare l’artista e il suo tempo, il mediatore dell’evento ha chiesto al libraio di raccontare la storia dell’insegna della Tarantola realizzata dall’artista di strada Luciano Lunazzi.

In breve, la libreria nasce grazie a una famiglia di bancherellari che portava i libri in giro per l’Italia. In ogni luogo in cui si insediava, apriva una libreria.

Il logo dell’attività non rappresenta un ragno ma una tarantola muraria che nel centro Italia equivale al geco. Ecco svelato quindi il mistero del perché l’animale rappresentato riproduce le forme della salamandra. Secondo le credenze che ruotano attorno ad essa, la salamandra sarebbe in grado di resistere e spegnere il fuoco e simboleggia il rinnovamento.

Un rinnovamento racchiuso anche nella vita e nell’attività artistica di Alfons Mucha che a 27 anni si trova in una Parigi ristrutturata, rinnovata, vivace e creativa.

Il contesto in cui si trova si colloca nel post rivoluzione industriale e il mediatore della presentazione del libro specifica che a quel tempo si aveva l’esigenza di creare prodotti a basso costo ma di alta qualità, per contestare il livellamento generato dall’avvento della produzione in serie. È in questo frangente, quindi, che nasce la pubblicità ed è in questo frangente che si inserisce Alfons Mucha il quale, peraltro, riscaldava lo studio con una stufa chiamata salamandra. Che curiose coincidenze, vero?

Presentazione libro Alfons Mucha

Alfons Mucha, l’artista e il suo tempo: la presentazione del libro

La presentazione del libro di Alfons Mucha è stata interessante ma a tratti troppo zelante nel fornire tutte le nozioni necessarie per far comprendere ai lettori il contesto e i tempi in cui si muoveva l’artista.

L’inizio, infatti, è stato caratterizzato da un lunghissimo elenco di date e invenzioni nate durante l’epoca industriale, come la nascita dei grandi magazzini o il concetto di packaging o le caratteristiche delle varie tecniche di stampa e, in particolare, della litografia.

A parte questo, gli appunti che ho preso su Alfons Mucha cercano di fissarne la personalità e il metodo di lavoro.

L’immagine dell’artista che a pochi mesi gattonava per casa con una matita appesa al collo che decide di abbandonare gli studi per dedicarsi all’arte è suggestiva e profetica.

Mucha fotografava di continuo tutto quello che poteva stimolare la sua creatività o ispirarlo. Le immagini raccolte non erano usate per essere pubblicate o per fissare un ricordo ma per comporre i suoi quadri.

La macchina fotografica era un vero e proprio strumento di lavoro così come lo è lo smartphone o, lo sta diventando, per raccogliere, selezionare, rielaborare e comunicare la propria arte o attività/servizio.

Dalla presentazione del libro su Alfons Mucha si immagina una persona brillante, originale, di successo e lo era o, meglio, lo è diventata con il primo gennaio del 1895 quando realizzò il suo primo manifesto per Sara Bernhardt.

Un cartellone enorme, realizzato nell’ultima settimana del 1894 e affissa per tutte le strade di Parigi anche se il primo pensiero del tipografo che si occupò di stamparlo, appena vide l’opera, esclamò:

“Mon Dieu, è fatto male! Sara mi caccerà!”

Il fatto male, con i suoi colori tenui e la sua linearità, sorprende il pubblico al punto tale che le persone andavano di nascosto a staccare i manifesti di Mucha per portarseli a casa e incanta l’attrice poiché in essi, più che la sua bellezza, era stata colta la sua interiorità, la sua anima.

Quel manifesto segnerà l’ascesa di Alfons Mucha come artista che però aveva idee sull’arte che non lo rendevano molto amato. Diceva, infatti, che l’arte non poteva essere internazionale ma nazionale e non apprezzava di essere incasellato in una corrente artistica, né che il suo stile venisse emulato in altri paesi europei. Per lui questo era copiare, che senso ha copiare l’arte altrui?

Forse era per questo che negli ultimi anni della sua vita Alfons Mucha farà avanti e indietro tra America e Europa cimentandosi nella pittura ad olio, più lenta e faticosa per un creativo con il gusto del designer, per poi creare grazie all’incontro con un milionario americano slavofilo una mostra dedicata al ciclo di quadri chiamato Epopea Slava.

Una mostra che fu inaugurata a New York nel 1921 e visitata da 600 000 persone nel primo giorno, ora conservata a Praga, e che voleva essere un dono ai luoghi dai quali ha tratto la sua voce artistica e la sua originalità e che non ha mai dimenticato.

Ancora non ho letto la storia di Alfons Mucha ma pensavo, se fosse vissuto adesso? Sembra, infatti, che avesse anche un certo talento nella narrazione che emergeva nelle sue lettere che suo figlio Jiří, scrittore, raccolse in un libro ma dov’è l’utile in tutto questo?

E tu, invece, cosa avresti pensato? Anche a te sarebbero venute queste associazioni tra passato e presente ricavandone una possibile metafora con la quale orientarti?

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