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Curriculum Del Lettore di Lucy the Wombat: le letture di una Travel Blogger, dall’Australia

13 giugno 2018
Curriculum Del Lettore di Lucy the Wombat: le letture di una Travel Blogger, dall'Australia

Il Curriculum Del Lettore di Lucy the Wombat proviene da una Travel Blogger residente in Australia. Oltre al cosa fa e al da dove racconta, non ti posso dire da chi provengono le letture e i libri della mia ospite di oggi. Devo ammettere che la cosa non mi dispiace, per il pizzico di mistero che ne deriva.

Lo pseudonimo mi ricorda il personaggio letterario nato dalla penna di Elizabeth Strout ma questo non vuol dire che Lucy the Wombat non esista anzi, dal suo Curriculum Del Lettore si percepisce chiaramente quanto sia reale. Una persona vera che ha alle spalle esperienze che l’hanno segnata tanto profondamente da andare ad incidere anche sull’atto di leggere.

Con il senno di poi, chiederle di raccontarsi attraverso i suoi libri più cari è stato un po’ un rischio perché questa rubrica nasce per condividere i lati positivi della lettura mentre, prima d’ora, non avevo riflettuto sul fatto che questa azione può anche far rivivere momenti dolorosi e in fase di rielaborazione.

Lucy però è una lettrice in gamba e nello scrivere il suo Curriculum Del Lettore mi ha fatto un grande dono, mi ha offerto l’opportunità di condividere le sue esperienze e le sue letture con te, rispettando la condizione di mantenere celata la sua reale identità.

Ti soffermi a leggere anche tu?

Curriculum del Lettore di Lucy the Wombat: libri e letture dall’Australia

Una sera di due anni fa, a Parigi, per fare una pausa dai libri sono andata a sentire un concerto. Ho fatto in tempo ad assistere solo alla prima metà, poi qualcuno è entrato pensando bene di mettersi a uccidere le persone.

Ero nella capitale per occuparmi di testi, anzi de IL testo. Per contratto dovevo leggere, leggere, e in un secondo momento, scrivere. Invece, a spazzare via tutto è arrivato lo stress post-traumatico. Con il PTSD, leggere anche solo poche pagine lascia la mente stremata; non parliamo poi di ricordare cose, di riprendere la vita e le categorie di prima. Impensabile riprendere anche quel Testo, era andato. Puff.

Allora ho cambiato vita, continente e mi sono messa a scrivere, pezzetto dopo pezzetto, per raccontare tutte le parti della storia. Ma la lettura, quella vera, intensiva, compulsiva, quella devo ancora ritrovarla.

Quindi grazie di cuore, Rita, per questo invito a riavvicinarmi alla suprema pratica che forse, un giorno, riuscirò a ritrovare con quell’intensità.

Alcuni dei “miei” libri, in ordine cronologico:

Il libro delle parole italiane, inglesi e francesi di Richard Scarry. Capii subito che il mio mondo, oltre che multilingue, sarebbe dovuto essere proprio così: buffe e attente creature, ciascuna con il proprio ruolo e la propria occupazione, che abitavano in una miriade di città e ambienti diversi. Un mondo di joie de vivre e di amorevoli cure per la propria realtà. Il libro che per primo mi ha mostrato cosa ci fosse oltre il confine, linguistico, geografico, familiare: una molteplicità elettrizzante e rassicurante.

Favole al telefono e Tante storie per giocare di Gianni Rodari. Suggerivano che non solo con i contenuti si potesse giocare, ma anche con le forme. Sdoganavano l’essere insieme seri seri e nonsense, con esiti spiazzanti, irresistibili. Interiorizzai che, ogni tanto, stravolgere non era un vezzo, ma proprio l’unica mossa sensata. E che conservando uno sguardo abbastanza bambino avrei superato indenne qualsiasi cosa.

Piccole donne crescono di Louisa May Alcott. Mi mostrò in una sfera di cristallo colui che sarebbe stato l’uomo della mia vita: il professore tedesco che entrava nel cuore di Jo. Perciò, quando più tardi mi comparve accanto nella realtà, lo riconobbi subito (mi trovò lui, mentre ero assorta su Guerra e Pace). E poi, che gran gusto assistere a una personalità docile e accomodante come Meg impuntarsi, sabotare con classe le grette mire altrui su di lei, e vivere felice! Tié.

Gli incredibili X-Men, il fumetto. Mi teleportó in una bolla spazio-temporale rivestita di gioia e di costernazione: ebbi la prova di essere finita per errore nell’universo sbagliato, perché ero indiscutibilmente una X-Men, ma non avrei mai avuto modo di provarlo. Molti anni dopo, gli X-Men non avevano smesso di convalidare la mia tesi che questa storia della virtù a tutti i costi sia una gran balla, perché a volte la vita richiede degli sporchi tuffi in pozzi melmosi.

Una cosa simile me la disse anche Frankenstein, o il Prometeo moderno di Mary Shelley. Un testo che urlava che a volte l’umanità non sta dalla parte che ci si aspetta. Che a volte meglio freaks, ma con un’anima e nobiltà d’intenti.

La storia infinita di Michael Ende. L’ho letto diciannove volte e mezzo, poi ho smesso. Checché se ne dica, lo vivo come un libro realistico: un viaggio alla scoperta del vero sé e di quel che si vuole più in profondità, desiderio dopo desiderio, possibile solo spogliandosi di tutto ciò che si crede di sapere. Solo quando si è perso tutto, seppellendo i ricordi nei meandri bui del sottosuolo, solo allora forse una radice saprà riagguantarci, con un guizzo lucente. Un libro che è anche una prova che per far vivere le cose bisogna dar loro un nome, solo così ci apparterranno.

La famosa invasione degli orsi in Sicilia di Dino Buzzati. Conteneva parole pregevolissime quali “orsatto”, “veh!”, e “Salnitro”, di per sé ancor più stupefacenti della storia degli Orsi. E aveva il gran merito di lasciare da parte gli umani, per dedicarsi a una specie ben più meritevole.

L’isola di Arturo di Elsa Morante. Mi sbatté nelle narici l’odore dei limoni, dei raggi del sole, delle onde, del vento e dei non detti, più duri delle rocce di Procida. Tanto che anni dopo, quando per curare il mio PTSD una terapeuta un po’ eccentrica mi disse “si sdrai, mi descriva un luogo bellissimo che le è caro, ci torni per mostrarmelo” io le parlai di Procida, versando lacrime di pace e di sollievo. Ci ero andata persino in luna di miele, io, la grande esterofila. Mi avevano offerto delle arance appena colte e tutto era per sempre.

La Fedra di Racine. Perché i peggiori dolori, sciagure, maledizioni, spesso si annunciano proprio così: in rima e con grazia ieratica, possente, come un mostro marino, orrifico ma anche lui parte del verso.

I demoni di Dostoevskij. Un’involontaria apologia del sabotaggio – dell’altro, ma soprattutto del sé. La prova che con la giusta lucidità si può legittimare anche l’idea più insensata, e che forse è proprio in quei momenti che siamo più vivi. Una rivolta che poi Camus riprenderà, rendendola immortale.

Bouvard e Pécuchet di Flaubert. Ci sono questi due omini mediocri che per lavoro copiano cose, fanno cose per circondarsi di cose e accumulare altre cose, tant’è che per le troppe cose il libro si interrompe lì, nel bel mezzo di una frase, come un cavallo esausto, e va benissimo lo stesso. Un’ironia di cui nessuno mi aveva avvertita, e che compare così, tra un ampolloso atto manoscritto e un viale di siepi a forma di poltrone. Perché se devi canzonare qualcuno, fai in modo che se ne accorgano in pochi, e sarà grandioso.

Tentativo di esaurimento di un luogo parigino di Georges Perec. Un pomeriggio Perec si siede al tavolino di un bar e si cimenta nello stesso esercizio per cui mi sono dannata anch’io in real life: osservare Parigi scorrere, metterla nero su bianco nelle sue infinite pulsazioni, sovvertendo regole. Ovviamente, era un’impresa impossibile, senza fine. E quindi il libro, per forza di cose, si interrompe. Anche il mio: ho lasciato Parigi per l’Australia. Ma non prima di essermi andata a sedere allo stesso bar di Perec per tutto un pomeriggio, piangendo lacrime violacee di nostalgia e speranza.

Lo straniero di Camus. Ci si chiede: perché, nel suo momento più futile, Meursault non spara solo una pallottola, ma subito ne aggiunge altre quattro su di un uomo ormai morto, così, senza una ragione? Perché such is life, e non veniamoci a raccontare che tutto abbia un senso. L’Assurdo: l’Uomo e il Mondo separati in casa. Un libro che ha la risposta, seppur non quella che si vorrebbe sentire.

Lolita di Nabokov, in traduzione di Giulia Arborio Mella. Una lingua ancora più sconveniente della trama, oltraggiosamente audace, alata, la supremazia dell’uomo sulla propria condizione. Prendete il piacere più intenso che possa mai aver provato Humbert… il mio, nel leggere qualsiasi pagina del mio prezioso Adelphi, lo è stato di più.

Ulisse di Joyce. Lo divorai subito dopo il suo Ritratto dell’artista da giovane, in sei giorni; il settimo mi riposai. Era un periodo di smarrimento e Joyce mi si parò davanti, provvidenziale, a ricordarmi che c’erano ottime ragioni per stare al mondo, se qualcuno poteva scrivere in quel modo e ficcare l’universo intero dentro a un parallelepipedo di carta senza nemmeno ricorrere a un qualche ineluttabile volere divino.

Chiusi il libro sapendo di aver realizzato persino il mio sogno di essere una X-Men, perché le onde sonore del flusso di coscienza di Molly Bloom mi rimbombavano in testa, tangibili, corpose, e rimasero con me per ore, tanto rumorose da non lasciarmi dormire. Ero una telepate, grazie a un genio irlandese mezzo cieco. Il lunedì mattina mi iscrissi di nuovo all’università. Per combinazione mi sono laureata che era un Bloomsday e, ho pianto.

Lucy the Wombat

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