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Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach e la paura di imparare

4 maggio 2018
Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach e la paura di imparare

Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach è il libro scelto per questa settimana e che, leggendo in giro, risulta uno dei libri che hanno segnato intere generazioni.

Questa certezza, legata a un libro la cui storia assume le forme di un simbolo, un segno da seguire per determinare sé stessi e attingere alla ricchezza dell’esistenza, mi ha incuriosito portandomi a rileggerlo e oggi cerco di comprendere cosa mi ha colpito di più nelle parole scritte da Richard Bach.

Proviamo a volarci sopra?

Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach: planando su trama e impressioni

Il gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach è un libretto che si legge in poco tempo. Pur essendo sfuggente e sfumato come un sogno rimane impresso nella memoria e scende in picchiata nell’interiorità del lettore catturando i frammenti di libertà intrappolati in uno spesso strato di paure, condizionamenti esterni e interni, pensieri di ogni tipo.

Ogni lettore ha un modo diverso di approcciarsi a un libro così come sono diverse le situazioni narrate, che ne colpiscono l’immaginario. De Il gabbiano Jonathan Livingston sono rimasta attratta da due aspetti in particolare, la paura di imparare e le dinamiche di gruppo.

“La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più di ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo”.

Come si fa ad avere paura di imparare? È davvero possibile che l’aspirazione del singolo a sperimentare, ad andare oltre lo status quo, a non accontentarsi mai degli obiettivi raggiunti facciano paura?

Probabilmente sì e, quando un individuo segue il suo percorso senza allinearsi al pensiero comune non è ben visto dalla collettività perché non solo esce da quella che adesso viene definita zona di comfort ma rischia di scardinare leggi non scritte cambiando le carte in tavola a favore dell’inaspettato e dell’imprevedibile. Sarà per questo che Jonathan Livingston viene, ad un certo punto, scacciato dall’Assemblea Generale dei gabbiani.

Eppure, era convinto che ciò che stava imparando in solitudine fosse importante per il bene comune:

“Quando lo sapranno – pensava – quando sapranno delle Nuove Prospettive da me aperte, impazziranno di gioia. D’ora in poi vivere sarà più vario e interessante. Altro che far da spola tutto il giorno, altro che la monotonia del tran-tran quotidiano sulla scia dei battelli da pesca! Noi avremo una nuova ragione di vita. Ci solleveremo dalle tenebre dell’ignoranza, ci accorgeremo di essere creature di grande intelligenza e abilità. Saremo liberi! Impareremo a volare!”

Hai notato che ci sono delle parole ricorrenti? Sono molto belle perché fanno scattare qualcosa, sono la call to action del lettore introspettivo che vuole spiccare il volo e invitare anche gli altri a farlo.

Sapere, Nuove Prospettive, gioia, scoperta e consapevolezza che essere liberi è possibile perché il Creato è composto da creature dotate di grande intelligenza e abilità. Basta solo trovare il modo di sollevarsi dalle tenebre dell’ignoranza e utilizzare le leggi non scritte del gruppo non come dogma ma come cartine tornasole per delineare nuovi percorsi.

È semplice, la visione de Il gabbiano di Jonathan Livingston. Anche troppo, forse. Talmente tanto che il prezzo da pagare, all’inizio, è molto alto perché fatto di cadute, solitudine e dolore ma poi, poi passa e si torna.

Per un qualche strano motivo, per un sentimento universale alla quale tutti tendono ma che non si riesce a spiegare in tutta l’ampiezza del suo abbraccio, si torna sempre. Così come il lettore torna a Il gabbiano Jonathan Livingston e si commuove a rileggerlo lasciando che il contenuto si imprima un po’ di più, perché fa male e fa bene allo stesso tempo.

Fa bene perché per un momento riesci a vederti intero, completo, consapevole. Fa male perché ci si rende conto che, pur provando a raccontarlo e a condividerlo con gli altri, questa consapevolezza dell’individuo viene accolta dalla o dalle collettività in mille modi diversi.

C’è chi ne è spaventato, chi lo rigetta e ne denuncia la pericolosità, lo allontana, lo bandisce, lo deride o lo sminuisce. Questo fa male ma quel tanto che basta per portare Jonathan Livingston su un altro piano fino a quando non trova altri gabbiani che, come lui, sono giunti alle sue stesse parziali conclusioni perché non hanno avuto paura di imparare e non si sono accontentati di seguire la via più facile ma hanno provato a fare la cosa più semplice, seguire sé stessi e la propria natura.

Facile e semplice, spesso, sono considerati sinonimi ma questo non vuol dire che sono la stessa cosa. Picasso disse:

“A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita a dipingere come un bambino.”

Questa frase, pronunciata dall’artista spagnolo e riportata sui banchi di scuola dell’Istituto d’Arte, mi è tornata in mente mentre leggevo Il gabbiano Jonathan Livingston e il Curriculum Del Lettore di Alessandro Pagani. L’impressione che ne ricevo è che tutto torna, quando è il momento.

C’è poi un’ultima cosa che vorrei condividere con te, un pensiero molto soggettivo e che riguarda il processo di identificazione.

Spesso i lettori si identificano con i personaggi, tutto parte dal: – sono io, sono proprio come (inserisci il tuo personaggio preferito) – e non è né un male né un bene ma qualcosa che accade e che ci fa scendere in picchiata verso il cuore della narrazione sulla quale, inizialmente, si stava sorvolando blandamente.

Questo vorrebbe dire che i libri che hanno segnato intere generazioni sono quei libri che raccontano le generazioni che sono scese in sé stesse scontrandosi, anche, con sé stesse nell’atto di mettere a punto la manovra adatta per virare e cambiare traiettorie.

Secondo te, è così?

E poi, che fine ha fatto il gabbiano Fletcher?
Mentre leggevo Il gabbiano Jonathan Livingston me ne sono affezionata e lo penso spesso.

Autore: Richard Bach
Titolo: il gabbiano Jonathan Livingston
Titolo originale: Jonathan Livingston Seagull
Traduzione: Pier Paolo Paolini
Casa Editrice: Bur
Collana: Biblioteca Universale Rizzoli
Pagine: 108
Anno di pubblicazione: gennaio 1994
Prezzo di copertina (attuale e dell’ultima ristampa): € 10

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