Interviste

Casa editrice, domande e risposte: intervista a 96, Rue De La Fontaine

30 aprile 2018
Casa editrice, domande e risposte: intervista a 96, Rue De La Fontaine

Le domande e le risposte alle case editrici continuano e questa è la volta di una conversazione con Sergio Calzone di 96, rue de-La-Fontaine Edizioni nata grazie a uno scambio di mail con uno dei suoi autori, presto ospite su questo blog con il suo Curriculum Del Lettore.

Caratteristiche distintive dell’intervista di oggi è la celerità con la quale Sergio Calzone ha risposto alle domande inviategli e la schiettezza con cui ha argomentato ogni risposta permettendomi di sbirciare ancora una volta cosa comporta lavorare in una casa editrice.

Che ne dici, vieni anche tu a dare un’occhiata nel mondo di 96, rue de-La-Fontaine Edizioni?

Come funziona una casa editrice: le risposte di Sergio Calzoni su 96, rue de-La-Fontaine Edizioni

  • Un po’ di storia dell’editoria: ci racconta come è nata la 96, rue de-La-Fontaine Edizioni e perché?

96, rue de-La-Fontaine Edizioni è nata nel settembre 2015 e da un moto di indignazione. Mi ero appena allontanato, sdegnato, da una casa editrice che avevo contribuito a far nascere e che si comportava malissimo con gli autori, oltre che con me.

Non cercavo vendette, si capisce, ma volevo creare qualcosa che potesse corrispondere a questo motto: “Promettere soltanto ciò che si può mantenere e mantenere tutto ciò che si promette”.

Non è difficile: basta, udite!, essere onesti e comportarsi come tali.

Credo che il tempo mi abbia dato ragione ma, si capisce, non sono io a doverlo dire: lo dicono i duecento autori che ci hanno cercati nell’arco di due anni e mezzo.

  • Una giornata tipo in casa editrice è?

Si dedica molto tempo ai rapporti con gli autori, rispondendo alle mail, senza troppo spazientirsi se qualcuno di essi scrive anche 7-8 volte in un giorno. Poi, come sappiamo, un buon 40% del tempo è dedicato alla burocraziacontabilità-timore-di-sbagliare-moduli-in-buonafede. È questa una vera piaga di ogni piccola impresa che deve stornare un tempo infinito per queste cose, sottraendolo al lavoro che la caratterizza. Si deve comunque valutare ogni giorno qualche testo, anche se l’afflusso è tale, che inevitabilmente si crea una massa crescente di testi in attesa. Si propongono contratti a coloro che sembrano aver le carte in regola per essere pubblicati. Si tengono contatti con la tipografia. E, finalmente, ci si dedica all’editing di un libro con il cui autore si sia arrivati a concordare un contratto. C’è poi da ricevere le correzioni delle bozze dei libri già impaginati. Si cercano immagini per la copertina. Si acquistano, se necessario, nuovi bollini ISBN. Insomma, si vive in una gabbia di matti…

  • Nel corso della mia partecipazione a eventi legati alla promozione e alla divulgazione della lettura è emerso che le case editrici sono portate a pubblicare sempre di più, per far fronte ai costi di reso ed eventuale macero delle giacenze. Ci spieghi meglio come funziona questo aspetto e quali potrebbero essere le possibili soluzioni a questa problematica?

Premetto che la stampa digitale ha semplificato un poco la vita dei “piccoli”: è possibile avere ristampe in poco tempo e questo, se sfruttato con prudenza e un poco di intuito (che non sempre funziona), consente di non avere magazzini enormi che, tra l’altro, i piccoli editori non potrebbero nemmeno permettersi.

Molti autori non si rendono conto di quanto costi tenere inoperosi i non venduti: ogni autore, umanamente, pensa soltanto al proprio libro; è giusto così. Chi deve gestire 90-100 titoli non si può permettere di avere scorte ingenti di ognuno perché qualsiasi cifra, moltiplicata per 100, diventa imponente. La stampa digitale ha, come dico, dato una mano.

Certo, capita a volte che un singolo titolo risulti non disponibile: quando si accetta di pubblicare un libro, bisognerebbe essere maghi per saper prevedere quanto venderà. Alcuni, su cui scommetteresti a occhi chiusi, restano al palo, mentre altri, su cui non punteresti in modo particolare, vanno alla grande.

Stampare molti, molti titoli non mi sembra, francamente, una gran trovata: non fa che moltiplicare i problemi, senza contare che, se non si fa un minimo di selezione, si rischia di pubblicare l’impubblicabile. Naturalmente questo discorso non vale per gli editori a pagamento: essi non hanno praticamente magazzino e guadagnano già sulle copie che vendono all’autore. Non soltanto: non hanno spese di editing (perché mai dovrebbero “fare le pulci” a un libro che non hanno intenzione di vendere?) e ricavano SUBITO il ricavabile, senza aspettare, magari, un anno o due, mentre le spese di produzione e di stampa si pagano anticipate.

  • Cosa vuol dire essere una casa editrice indipendente?

Vuol dire soprattutto una certa libertà di seguire sia la propria idea di Letteratura, sia il proprio istinto. Dopo un po’ di tempo l’idea di Letteratura passa in secondo piano. C’è una bella differenza tra “scrittura” e “Letteratura”: diciamo che, se la prima è 100 (come frequenza), la seconda è 7-8.

Purtroppo, la grande editoria punta alle vendite (come è fatale) e si disinteressa della Letteratura, con la elle maiuscola. Questo fa sì che molti autori che arrivano alla piccola editoria si siano formati (diciamo così) su esempi molto, molto lontani dalla Letteratura e, invece, vicini al “mercato”. In altre parole, forse più chiare, la qualità media è abbastanza scoraggiante.

Se sei un indipendente e hai davvero “fegato”, pubblichi soltanto coloro in cui credi, e combatti la tua battaglia, modesta finché si vuole, ma pur sempre battaglia… L’importante è non credere di vivere di ciò che guadagni!

  • Qual è il vostro rapporto con le librerie indipendenti? E con quelle di catena?

Le librerie di catena ci guardano dall’alto in basso, a meno che un autore abbia un certo credito locale. Mi spiego: se un autore è ben conosciuto in una città, le librerie importanti di quella città possono anche chiedere qualche copia. Diversamente, provano un evidente fastidio ed è anche comprensibile poiché hanno contratti molto vincolanti con i grandi editori e non possono “perdere tempo” con i piccoli.

Le librerie indipendenti, in genere, tendono a specializzarsi su generi ben precisi. Anche loro, comunque, hanno diffidenza nei confronti dei piccoli editori.

Del resto, chi mai può entrare a chiedere a, poniamo, Bologna un libro di un autore esordiente di, poniamo, Bolzano o di Lecce, visto che, in quanto esordiente, è uno sconosciuto? Ci sono (per ora) 5000 librerie in Italia: se volesse fare una distribuzione nazionale, un piccolo editore dovrebbe, come minimo, stampare di ogni libro 25000 copie, per aver, poi, un reso di 22-23000: una follia!

  • Come scegliete i titoli e gli autori da pubblicare?

Come credo di aver spiegato prima, si valuta l’originalità del testo, la correttezza formale, ma anche la disponibilità dell’autore di darsi un po’ da fare per far conoscere, nella sua zona, il libro stesso.

È abbastanza difficile incontrare veri innovatori ma alcuni/e sono davvero molto preparati/e e con loro è più facile intendersi. Come accade in ogni arte presa seriamente i migliori sono i più umili. Intendo una umiltà non in stile Fracchia ma come dimostri la capacità di riflettere sul proprio testo e accettarne anche qualche correzione, se necessaria e sensata.

Vedo, tuttavia, una scoraggiante tendenza a ignorare le regole grammaticali. Questo è molto penoso poiché almeno la metà di chi ne ha bisogno rifiuta, poi, le correzioni.

  • Ci sono dei libri che risultano fuori catalogo e che vi piacerebbe ripubblicare?

Ripubblicherei molto volentieri il primo libro di 96, rue de-La-Fontaine: era di un ottimo scrittore e di una persona squisita. Purtroppo ha fatto da “cavia”, il primo lavoro ha sempre molti difetti che vengono poi corretti proprio dalla loro analisi. Ecco: mi sento in debito nei confronti di questa persona e vorrei poterlo ripubblicare, dopo l’esperienza di 96 titoli usciti dopo il suo!

  • Qual è il vostro rapporto con i social network e che tipo di comunicazione adottate per promuovere le vostre attività?

La promozione è, fatalmente, il punto debole di chi, come le piccole e piccolissime case editrici, non ha i capitali necessari per investire davvero in questo settore. Si utilizza il sito, naturalmente, e poi una pagina facebook (ne abbiamo due…), oltre a comparire, attraverso il Catalogo Elettronico dei Libri in Commercio, in tutte le grandi catene di vendita via web. Si può fare molto di più e stiamo lavorando in questo senso.

  • Per chi volesse lavorare in una casa editrice, quali competenze servono e quale percorso formativo suggerireste?

In una casa editrice ci sono molti ruoli e ognuno richiede una preparazione diversa.

Si può essere grafici e occorre padroneggiare i programmi relativi, oltre ad avere un vero buon gusto per gli accostamenti cromatici; si può essere editor e, per questo, ci vuole, se si vuole lavorare seriamente, una buona preparazione almeno a livello liceale, meglio se universitaria nella facoltà di Lettere; si può essere valutatori di testi e, anche qui, occorre aver prima letto, non esagero, almeno un 500-600 buoni libri (sembra una battuta, al giorno d’oggi, ed è infatti quello il guaio: sembra una battuta!); si può essere traduttori e occorre inserirsi in una casa editrice coraggiosa che abbia i capitali per acquistare diritti all’estero; si può essere rappresentanti e, lì, ovviamente, occorre intraprendenza per superare le resistenze di cui ho parlato riguardo ai rapporti con le librerie.

  • Cosa deve fare un aspirante scrittore per convincervi a pubblicarlo?
  1. presentarsi senza spocchia;
  2. avere un buon testo, rivisto e rivisto mille volte, prima di proporlo;
  3. aver esaminato il sito della casa editrice e aver tenuto conto delle norme redazionali, oltre che aver individuato quale collana potrebbe ospitarlo;
  4. sapere che, in Italia, vivono davvero di scrittura non più di 7-8 autori che hanno gli agganci giusti;
  5. non pretendere da una piccola casa editrice ciò che vedono nei film americani accadere a scrittori da film, appunto.
  6. conoscere la lingua italiana.
  • Autopubblicati: minaccia o opportunità?

L’autopubblicazione non è una minaccia per i “piccoli”: quasi sempre è una delusione, in quanto farsi l’editing da soli assomiglia un poco all’autoerotismo…

  • Quali sono i/le book blogger che seguite e apprezzate di più e perché?

Writer’s Dream mi sembra ben impostato, dividendo con chiarezza e onestà le varie categorie di editori. Non tutti coloro che vi scrivono sanno ciò che dicono ma questo non significa che non sia utile consultarlo. Tutti i book-blog hanno un difetto fatale: se per qualche motivo nutro risentimento per un piccolo editore, mi è facile trovare mezza dozzina di mammalucchi che sono disposti a scrivere peste e corna di lui, del piccolo editore, intendo, in modo da screditarlo. A parte questo, in un mondo ormai dominato da Internet, ben vengano anche questi siti.

La vendita! Sì, siamo in trattative per “passar mano”. Forse sarà cosa abbastanza vicina nel tempo. Ci siamo resi conto che la nostra minima struttura non è più sufficiente per far fronte alle centinaia di proposte che ci sono giunte.

Per una forma di correttezza, cerchiamo di rispondere subito a tutti, ma esaminare un testo seriamente richiede tempo e, dunque, un maggior numero di addetti.

Non siamo in grado di assumere nessuno, per cui stiamo trattando con una realtà più grande, capace di “macinare” più lavoro e, anche, di promuovere meglio i libri pubblicati e da pubblicare.

Non è affatto la fine di 96, rue-de-La-Fontaine Edizioni, ma una nuova vita: una tappa che dovrebbe essere di crescita, anche per gli autori già in catalogo. Io, che qui scrivo, potrei essere della partita e, dunque, ciò che ho scritto negli altri 12 punti resterebbe valido…

Vuoi saperne di più sulle interviste alle case editrici raccolte in questo spazio web? Allora potrebbero interessarti anche le domande e risposte di Vita & Pensiero e di Giraldi Editore. Buona lettura e alla prossima conversazione tra lettori ed editori. 🙂

You Might Also Like

No Comments

Leave a Reply

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: