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Ikigai e Scrivere zen: libri (e film) sulla meditazione del fare?

30 marzo 2018
Ikigai e Scrivere zen: libri (e film) sulla meditazione del fare?

Ikigai di Bettina Lemke della Giunti e Scrivere Zen di Natalie Goldberg della Ubaldini Editore sono i libri che hanno trovato spazio tra vari pensieri e che riguardano la meditazione del fare.

Si tratta di libri che non si esauriscono una volta giunti all’ultima pagina, anche se sono stati svolti tutti gli esercizi proposti. In un strano impercettibile modo, Ikigai e Scrivere Zen mi hanno portata a ripensare a dei film che mi sono piaciuti molto e che, pur avendoli visti più volte e in tempi diversi, generano le stesse sensazioni provate quando, ai miei occhi, erano ancora una novità. Sensazioni uguali e che non accennano a diminuire in intensità.

Leggendo i libri di Bettina Lemke e Natalie Goldberg mi sono chiesta il perché di questi collegamenti tra libri e film e ne ho ricercato i percorsi attraverso la scrittura del post di oggi.

Mi accompagni?

La meditazione del fare: Ikigai e il metodo giapponese di Bettina Lemke

“Ciascuno di noi avverte nel proprio intimo il bisogno di vivere un’esistenza ricca di significato. Quell’anelito basta a fare di noi per tutta la vita dei cercatori e degli scopritori di senso” – Elizabeth Lucas

Con questa citazione Bettina Lemke apre il suo Ikigai Il metodo giapponese per trovare il senso della vita per essere felici e tutto, in questa frase, rimanda all’Essere attraverso il Fare.

Ripensando a letture come Autostop con il Buddha o Cent’anni di racconti dal Giappone ecco compare anche in questo libro la curiosa caratteristica, tutta orientale, di trovare una sintesi molto concreta fra le due tensioni/azioni.

Mai in bilico ma sempre presente e vigile tra due estremi, la cultura orientale genera fascinazione e attrazione per come giunge ad applicare la meditazione del fare che ispira rigidità e flessibilità insieme.

Per spiegare quella che viene percepito come un contrasto continuo, Bettina Lemke prende ad esempio L’isola dei Centenari e i suoi abitanti. Prendendoli a modello, spiega come ciascun individuo coltivi il proprio Ikigai:

“Stato d’animo di una persona che conosce il significato della propria esistenza e quindi sperimenta la gioia straordinaria di chi ha sempre di fronte a sé dei progetti ricchi di senso.”

attingendo al potere della comunità attraverso il concetto di Yuimaru:

“Gli individui ricercano la massima indipendenza per non gravare inutilmente sul prossimo ma contemporaneamente sono fedeli al gruppo e sempre pronti per impegnarsi ad aiutare gli altri nel modo più discreto e delicato possibile, sorreggendoli finché non riescono a proseguire da soli”.

Semplice, sintetica ed essenziale l’autrice offre tutte le indicazioni necessarie per orientare il lettore verso la ricerca del proprio Ikigai personale avvicinandosi, di conseguenza, al senso della vita, alla sua essenza.

Nella seconda parte di Ikigai si passa subito all’azione e guida il lettore verso la meditazione del fare.

Ci sono domande alle quali rispondere in tutta sincerità, liste, momenti in cui si consiglia di chiudere il libro e di riposarsi. Invita a lasciar sedimentare quanto appreso rivivendo ricordi e sensazioni passate e a rimanere fermi nel presente che, per sua natura, è già proiettato nel futuro.

Ci sono però degli esercizi che quasi mettono in stallo il lettore mentre altri sembrano scivolare via facilmente, non appena la matita entra in contatto con la carta. Tra questi, per me, è stato quasi immediato riuscire a rispondere alle domande su libri e film preferiti (che sono comunque tanti).

Tra i film preferiti, è riemerso Balla coi lupi con Kevin Costner. La storia del film ha per protagonista il tenente Dunbar il quale, deluso dai suoi simili e dalla società alla quale appartiene per nascita ed educazione, ricerca la solitudine.

Si è nel pieno della guerra civile americana e della seconda rivoluzione industriale europea. Gli occidentali sono interamente proiettati verso il futuro, nascono parole come progresso e civilizzazione. Dunbar non ne può più di combattere per degli ideali nei quali non si riconosce ma ha un forte senso del dovere. Si sente vuoto, disperso. La sua vita non ha alcun senso ai suoi occhi.

Quella che per i suoi compagni d’arme viene percepita come una punizione, un isolamento in territori inesplorati e pieni di “selvaggi” per lui diventa un’opportunità e un dono per ritrovare sé stesso (Ikigai) e, per come interagisce con i Siuox, ritrovare una scala di valori con cui orientarsi attraverso una comunità alla quale sente, nel suo intimo, di appartenere (Yuimaru).

Nel mezzo e durante il processo di avvicinamento mostrato dalla lettura del metodo giapponese illustrato da Bettina Lemke, il film mostra l’elemento comune che svela la pratica della meditazione del fare. Un’azione congiunta composta da:

  • osservazione,
  • lettura,
  • apprendimento,
  • introspezione,
  • rielaborazione,
  • scrittura

Il flusso continuo di impressioni ed emozioni, approcci e pensieri vissuti da Dunbar sono raccolti in un taccuino e la vera storia si concentra in un gesto ricorrente compiuto dal protagonista, scrivere.

Per un attimo, leggendo Ikigai di Bettina Lemke ed eseguendo gli esercizi raccolti, mi sono sentita una piccola Balla coi lupi ed è stato divertente. Poi mi sono accorta che, mentre facevo, è scattato un altro collegamento tra film e libro. Quello tra L’ultimo samurai e Scrivere zen di Natalie Goldberg.

Da Ikigai di Bettina Lemke a Scrivere Zen di Natalie Goldberg

La meditazione del fare: Scrivere zen secondo Natalie Goldberg

Anche L’ultimo Samurai si apre con un conflitto tra culture e nello stesso periodo storico (più o meno) di Balla coi lupi.

Al posto del tenente Dunbar c’è il capitano Nathan Algren e la storia del suo incontro con la cultura giapponese che sta vivendo un momento di forte crisi. Tensioni esterne (occidentali) vogliono modernizzare una società millenaria, stratificata e fedele a gerarchie e tradizioni. I samurai devono essere spazzati via, per lasciare spazio al nuovo, al progresso e all’evoluzione della tecnica.

Ad Algren questo non interessa particolarmente, all’inizio. Non ha perso sé stesso come Dunbar ma crede di aver visto sé stesso e quello che vede, non gli piace. Lo rigetta, lo annega nell’alcol e lo combatte liberando tutta la sua rabbia e disperazione. È pieno di sé e non sa come liberarsi. Non gliene importa niente del suo Ikigai, gli genera dolore. Sta cercando di lasciarselo alle spalle e di ingabbiarlo nell’Io perché, inconsciamente sa che non è stato in grado di portarlo a compimento.

Katsumoto vede tutto questo in Nathan e comprende che per aiutare sé stesso e la sua comunità deve fornire a colui che gli compare come un nemico gli strumenti per ritrovare un equilibrio in crisi. Inizia un processo di addestramento che ricorda il metodo di insegnamento adottato da Natalie Goldberg in Scrivere Zen.

Questo singolare manuale di scrittura creativa accosta la scrittura alla meditazione zen:

“Nella meditazione zen si sta seduti su in cuscino chiamato zafu con le gambe incrociate, la schiena dritta, le mani sulle ginocchia o davanti a sé in una mudrā. […] Si impara a non lasciar trascinare via, per quanto grande sia il pensiero o l’emozione. La disciplina consiste proprio in questo: nel continuare a star seduti.
Lo stesso vale per lo scrivere. Quando si entra in contatto con i nostri primi pensieri e da questi si comincia a scrivere, bisogna essere dei grandi guerrieri”.

Per trovare bisogna cercare e la meditazione del fare non consiste nel riempire i quaderni di insensatezze ma nel farlo per lasciar fluire tutti i pensieri, indotti e sovrapposti per riuscire a visualizzare e isolare quelli più profondi. Natalie li chiama primi pensieri e ciò che è importante non è l’obiettivo finale o la quantità di materiale prodotto o setacciato ma il processo di selezione ed estrazione della materia prima.

La storia de L’ultimo samurai è la storia di un processo determinato da:

  • osservazione,
  • lettura,
  • apprendimento,
  • introspezione,
  • rielaborazione,
  • scrittura

Come Dunbar e Algren l’autrice di Scrivere Zen fornisce degli esercizi per imparare ad osservare e a cogliere l’essenza del gesto stesso della scrittura. A concentrare l’attenzione sui dettagli di ciò che non si conosce, immaginare la vera libertà e a cercar di capire perché tutti questi esercizi sono importanti per l’individuo e per la comunità.

Se la lettura è difficoltosa, la scrittura è dolorosa e la meditazione del fare è lo strumento, rudimentale e sofisticato allo stesso tempo, da usare per non farsi prevaricare dalle sensazioni/proiezioni mentali e resistere, al centro.

Sia in Scrivere Zen sia ne L’ultimo samurai il concetto di disciplina non riguarda l’imposizione dell’Io ma nel tenerlo a bada al fine di offrire gli strumenti per far emergere il Sé e comprenderlo. Per paradosso, l’esercizio, l’addestramento, la disciplina assumono un’accezione contraria all’idea di limite, diventa il mezzo per superarlo e per orientarsi senza perdere di vista ciò che si custodisce nelle profondità dell’Essere.

Narra Algren mentre osserva la comunità di Katsumoto:

“Sono tutti educati, tutti sorridono e si profondono in inchini ma sotto la loro cortesia percepisco un profondo mare di emozioni. Sono un popolo enigmatico, dal momento in cui si svegliano, si dedicano interamente a raggiungere la perfezione in ogni gesto”.

e il luogo:

“Ci sono tante cose, qui, che non capirò mai. […] C’è qualcosa di indubbiamente spirituale in questo luogo e sebbene possa rimanere eternamente oscuro per me, non posso che essere consapevole del suo potere”.

Ikigai e di Scrivere Zen, Balla coi lupi e L’ultimo samurai sembrano lasciar intravedere qualcosa che va oltre la narrazione, una serie di messaggi o consigli utili per gettare le basi di una meditazione del fare in cui ad essere centrale è proprio l’Essere che si esprime attraverso il Fare, in un flusso vigile e consapevole.

Nel complesso c’è un elemento comune, la risposta che al momento mi sento di dare a me stessa (e che sto condividendo con te) al perché determinati collegamenti hanno fatto scaturire una sensazione molto particolare e molto intensa.

La meditazione del fare e liberi pensieri, in cerca dell’elemento comune

Quando Nathan porta a compimento il suo addestramento, […] gli restituisce una sacca di lavorazione pellerossa dicendogli:

“Quando ho preso questi eri il nemico. Ora, non più”.

Nella frase non c’è alcun io, mio, tuo. O forse a me piace immaginarlo così. Nella sacca di Nathan Algren c’è un taccuino, che Katsumoto peraltro ha letto, e contiene scritti e disegni che portano a un altro luogo, a un’altra guerra, a un’altra ricerca di senso tra la vita e la morte.

Rimanda al percorso di Dunbar e al suo taccuino, le cui pagine vengono usate come carta igienica da coloro che fanno parte della sua cultura di provenienza, e che viene lasciato andare lungo il corso di un fiume per essere raccolto e restituito dalla cultura di adozione.

In quella che è, per me, una sorta di meditazione del fare e il corso di liberi pensieri, l’elemento in comune che collega libri e film è il taccuino. Un oggetto che induce a una doppia azione (può essere scritto e può essere letto) e il cui uso (consapevole) delinea un cerchio. Un cerchio che può proseguire all’infinito o chiudersi in un senso o indicare il percorso determinare l’Essere attraverso il Fare o…

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