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Carnevale e personaggi letterari: le possibili verità dietro le maschere

12 febbraio 2018
Carnevale e personaggi letterari: le possibili verità dietro le maschere

Il Carnevale è un periodo dell’anno strano, per il quale non provavo un grande interesse.

L’idea di vestirsi in maschera indossando i panni di questo o quel personaggio mi sembrava superata dai tempi delle elementari e poi, si indossa una o più maschere ogni giorno e in tutti i contesti. Che senso ha, indossare maschere su maschere? Fingere quello che non si è ma che si vorrebbe o dovrebbe essere?

Il Carnevale ha comunque bussato alla porta dei miei pensieri e, per paradosso, ha dato voce a personaggi veri solo tra le righe rendendoli, per un attimo, reali.

Carnevale e maschere: l’opportunità di essere, attraverso l’apparenza

Quest’anno mi sono trovata a partecipare a una festa di Carnevale e, di conseguenza, dovevo mascherarmi da qualcosa. Contando che sono passati un po’ di anni dall’infanzia, non avevo nessuna idea di travestimento. Alla fine, ho optato per un poncho e un sombrero e ho fatto il messicano per una sera, con l’entusiasmo del cugino di Speedy Gonzalez.

A parte il fatto che l’immagine da messicana non è risultata credibile, un geco in miniatura mi ha chiesto se ero vestita da strega, confesso che mi sono divertita a provare varie maschere (un po’ meno ad essere sgamata dall’acuto geco in questione, ma questo è un altro discorso).

Ho provato vestiti da principessa con indosso le scarpe da ginnastica, mantelli rossi da diavolo e la nera tunica della suora. Sono stata tentata dai vestiti che richiamavano gli anni ‘30 e ‘40 solo perché abbinati a boa di piume colorati e poi, poi mi sono innamorata di un abito da moschettiere ed è scattato il ricordo di un cartone animato ispirato al romanzo di Alexandre Dumas.

Amo i libri e i personaggi letterari che essi racchiudono ma ammetto di non aver mai letto I tre moschettieri. Quando ho indossato l’abito di Carnevale, mi è subito venuto in mente D’Artagnan. Volevo essere D’Artagnan, mi sentivo D’Artagnan. Eppure, smisi di vedere il cartone animato perché non ne volevo più sapere di abili spadaccini al servizio della regina di Francia e di conseguenza di un potere accentratore, rigido e poco aperto all’esercizio dello spirito critico e l’intraprendenza degli individui che compongono una collettività.

Non ne volevo più sapere non perché non mi piacesse la figura di D’Artagnan ma perché sembrava che l’uno per tutti, tutti per uno valesse solo per Athos, Portos e Aramis mentre il mio beniamino, per quanto facesse e si impegnasse, rimaneva sempre fuori. Mai una volta che riuscisse a incrociare le spade assieme ai suoi mentori per scandire il motto dei moschettieri. L’eterno escluso al quale mancava tanto così per appartenere a un gruppo e aver la possibilità di combattere per dei valori in cui credeva e sentiva di appartenere. Uno sfigato, insomma.

Ho smesso di guardare il cartone animato perché, forse, mi identificavo troppo con D’Artagnan che con un sorriso accettava compiti ingrati e manco un grazie, una gioia, una pacca sulla spalla. Un po’ stufa di vedere o di aver la costante impressione che le sue intenzioni fossero buone ma non sufficienti per la causa, sono passata dai personaggi animati della televisione alla solitudine dei libri, per dimenticare quella che per me era una brutta sensazione.

Il Carnevale però mi ha permesso di ricordare e di rielaborare quella sensazione che da bambina non sapevo e non potevo definire. Mi ha mostrato una faccia che non avevo preso in considerazione e cioè che una maschera non nasconde, rivela un aspetto del carattere o della personalità di chi si traveste e che passa tutto l’anno a nascondere, consciamente o inconsciamente.

Indossare i panni da moschettiera mi ha fatto stare bene. Per un attimo mi sono sentita felice e a mio agio. Un altro paradosso straordinario è che, da mascherata, ho dato il via libera a qualcosa che mi rappresenta e alla quale tengo.

Il vero senso delle maschere, quindi, non nasconde ma lascia andare e valorizza un aspetto che è solo tuo e che ti contraddistingue dagli altri. Il Carnevale assume quindi un significato più profondo del passare una serata in allegria o per fare uno scherzo ma offre l’opportunità di lasciare che una parte del proprio essere emerga, grazie alla maschera che la interpreta.

Domani è l’ultimo giorno di Carnevale, non mi vestirò in maschera eppure, anche se ho solo provato il vestito da moschettiere, mi sento ancora un po’ D’Artagnan e la cosa, tutto sommato, non mi dispiace.

E tu? In quale personaggio ti senti te stesso?

Photo Credits: immagine in evidenza via Pixabay

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