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Storie ribelli di Luis Sepùlveda: scrivere, leggere, esistere

5 gennaio 2018
Storie ribelli di Luis Sepùlveda: scrivere, leggere, esistere

Storie ribelli di Luis Sepùlveda è il libro con cui ho iniziato il nuovo anno.

Rievoca immagini e riflessioni che si sono disposte sul tavolo di Pordenone Legge e ricorda luoghi, voci e ferite a cui si cerca una via di risanamento. Ero tentata di fermarmi alla prefazione, a quello che mi piace collocare come lieto fine di una storia ampia e tormentata.

“Hei, cileno, me offri un bicchiere di vino?” ha detto Carmen
“Certo, cilena” ho risposto io.
E dopo 31 anni eravamo di nuovo due cileni che camminavano per le strade del mondo.

Tuttavia, perché fermarsi e non approfondire storie di luoghi e persone che non ci riguardano perché concepiti fisicamente lontani quando, invece, sono molto più vicini di quanto si riesca a immaginare?

Ecco quindi la domanda che mi ha mosso e mi ha portata a leggere Storie ribelli di Luis Sepùlveda e a esplorare quelle che possono essere interpretate come possibili risposte che stanno sotto la superficie della memoria umana.

Storie ribelli di Luis Sepùlveda: la storia dell’esilio di chi ha continuato a esistere

Di Luis Sepùlveda, prima di leggere Storie ribelli, avevo letto solo Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare e Diario di un killer sentimentale.

In un tempo imprecisato, avevo iniziato Il potere dei sogni e non riesco a ricordarlo, così come non riesco a ricordare In Patagonia di Bruce Chatwin. Questi ultimi due libri, letture intraprese ma non finite, furono messi da parte, in un qualche cassetto della memoria pensando che prima o poi sarebbe arrivato il momento di riaprirlo e di riavvicinarmi a qualcosa che sentivo, in un certo senso, distante.

A settembre del 2017 ho riaperto il cassetto e, assieme a Marzia Perini, ho preso appunti di quanto diceva Luis Sepùlveda sulla sua storia di apolide, delle emozioni provate nel vedersi restituita la nazionalità cilena e di Storie ribelli. Di cosa significa scrivere e perché, del valore delle parole e di linguaggi e dei sogni.

“Solo sognando e restando fedeli ai sogni riusciremo a essere migliori e se noi saremo migliori, sarà migliore il mondo”.

Vedere e ascoltare un autore è diverso dal cercare di instaurare un dialogo attraverso i suoi libri. Cambia anche il modo in cui ci si approccia alla lettura e può aiutare molto nel comprendere quando si è pronti per intraprendere un qualsiasi percorso narrativo.

Leggendo Storie Ribelli, con il ricordo fresco dell’incontro con un autore che ha ben chiara la sua idea di letteratura e di scrittura come dovere sociale, mi sono tornate alla memoria due scene che vidi a scuola, in un film documentario intitolato Desaparecitos. Pensavo di aver dimenticato, sepolto sotto una serie di contenuti letti e fruiti dal periodo scolastico in poi.

Il primo che mi appare mi mostra l’interno di un elicottero con dentro degli uomini in uniforme e altri uomini di cui riesco solo a vedere parte della nuca. Hanno le mani legate e i loro corpi vengono gettati fuori dall’abitacolo e, nel vuoto sottostante, si intravede il mare.

Il secondo assume le forme di una donna che chiede dove sia suo figlio. Chiede, chiede e chiede e, ad un certo punto, altri uomini in uniforme la sequestrano e la portano in un luogo isolato per poi minacciarla. Deve smettere di chiedere, se non vuole sparire.

Tutto il resto è buio. Le due scene, in bianco e nero, mi sembra, sono sfumate ma più leggo e più mi chiedo, ripensando a quella testimonianza visiva cosa abbiano fatto quegli uomini per essere gettati così, nel vuoto, dall’alto di un elicottero e con le mani legate e, soprattutto, perché. Così come riemerge quel senso di impotenza e di paura che ho provato nel vedere negata a una madre il diritto di sapere dove sia il figlio.

Storie ribelli di Luis Sepùlveda

Se in un’aula scolastica non avessi visto quel documentario, non avrei saputo. E quelle domande che posso avere o non avere formulato in classe perché le risposte sarebbero state troppo vaghe e lontane o perché ne avevo paura hanno trovato senso, in parte, leggendo Storie ribelli.

L’ultimo libro di Luis Sepùlveda racconta la storia del Cile e dell’America Latina attraverso le persone che hanno cercato di renderlo un luogo migliore in cui vivere, più giusto, equo e solidale e di come queste stesse persone sono state fatte sparire perché, credendo in questo sogno e per il fatto di esistere, non adeguati al modello economico di libero mercato imposto con la forza e a beneficio di pochi.

Ad un certo punto, tra le tante belle pagine dedicate anche alle parole, al linguaggio e alla letteratura, Storie ribelli mostra al lettore la speranza di ottenere giustizia e veder realizzata, dopo tanti anni di lotte e di perdite, la visione dell’umanità come di una famiglia di cui tutti facciamo parte, in cui tutti hanno un compito e un ruolo da svolgere e che ci è vicina, anche se geograficamente lontana.

Questo senso di umanità, ricercato anche in Tiziano Terzani ne La fine è il mio inizio, rischia di andar perduta per logiche economiche e di potere che di umano non hanno nulla.

Se compito dello scrittore è dar voce a chi non ce l’ha e vuole, semplicemente, vivere e avere il proprio posto nel mondo allora, forse, compito del lettore è, almeno, ascoltarle e far sì che un’umanità migliore possa esistere.

Infine, c’è una bella domanda posta da uno dei giornalisti in sala, durante la presentazione di Storie ribelli:

“I sognatori non hanno gran fortuna al giorno d’oggi?”

ancora più bella (non riesco a trovare aggettivo più adeguato per esprimerla) è la risposta di Luis Sepùlveda:

“No, non hanno fortuna ma questo non vuol dire che non si può continuare a sognare.”

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