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Curriculum Del Lettore di Marina Lo Blundo: viaggi e soste di una Content Curator

8 novembre 2017
Curriculum Del Lettore di Marina Lo Blundo: viaggi e soste di una Content Curator

Una delle cose belle del Curriculum Del Lettore è che porta ad altri Curriculum Del Lettore come quello di oggi di Marina Lo Blundo e che proviene da uno dei social che frequento di meno, LinkedIn.

L’ospite di oggi, incuriosita dal contributo e dalle letture di Antonia Falcone, con la quale condivide la passione per l’archeologia, lo ha letto, apprezzato e comunicato. Finalmente un’occasione per usare LinkedIn e intavolare una conversazione, perché non cogliere l’occasione e chiederle se vuole raccontarsi anche lei attraverso i suoi libri? Detto fatto, Marina ha scritto il suo Curriculum Del Lettore con uno stile narrativo accattivante e scorrevole.

Oltre all’archeologia, i libri proposti oggi lasciano spazio ad altre due temi fondamentali: il viaggio e, il the. Vieni a scoprirli?

Curriculum Del Lettore di Marina Lo Blundo: di libri, di viaggi e di tè

Infanzia: A mille ce n’è… di pagine da leggere, da sfogliare, da scoprire

Sono nata in mezzo ai libri. Ricordo che tutte le persone che entravano in casa mia, fin da quando ero piccina, rimanevano impressionate dall’immensa libreria, alta quanto tutta la parete, che occupava un intero lato della sala e che era zeppa di libri. Erano per la maggior parte volumi di mio padre, che amava la storia, la musica, la storia della musica; ma poi c’erano i libri di mia madre, che per contro amava la natura, piante e animali. C’era poca narrativa, molti manuali e raccolte enciclopediche. Quando poi sono arrivata io, si è creato uno spazio anche per me.

Dopo questa premessa, le mie prime letture sono state, come per tutti i bambini, le fiabe. Avevo in particolare due serie di fiabe che si ascoltano, e che potrei recitare ancora a memoria. Una serie, quella con le fiabe più classiche, aveva la sigla A mille ce n’è che se mi metto a cantarla ora voi tutti vi unite al coro. In quella serie avevo delle fiabe predilette e altre che proprio detestavo: odiavo Barbablù, che mi faceva una gran paura, amavo invece Pelle d’Asino, con l’accento genovese della matrigna che diceva:

“Pelle d’asino è una ragazza brutta e sporca”;

adoravo Fata Piumetta che sprimacciando i cuscini faceva nevicare:

“lieve lieve vien giù la neve”.

Dell’altra serie di fiabe da ascoltare invece la mia preferita era Gobbolino, il gatto della strega. Le raccolte sono ancora in casa, da qualche parte. Anche le audiocassette, ovviamente. In casa mia non si butta via nulla.

Jules Verne. Il mio primo incontro con Jules Verne è stato Viaggio al centro della terra. Lo lessi nell’estate dei miei 9 anni, e ricordo benissimo un pomeriggio passato sul divano in cui ne lessi ben 46 pagine! Per me era un record incredibile! Ma la storia dello studioso (di cose antiche, guarda un po’) che affrontava un viaggio incredibile (uhm… un viaggio! Ri-guarda un po’) e scopriva un mondo impensabile mi aveva affascinato oltre ogni cosa. In seguito ho letto tantissimi libri di Jules Verne, ma nessuno più di questo ha lasciato il segno.

Animali mon amour. Erano gli anni in cui scoprivo gli animali, in cui in tv impazzavano i documentari sulla savana africana presentati da Piero Angela e in cui amavo sfogliare e leggere libri su mondi selvaggi. Ne avevo tantissimi. Uno molto bello aveva un bel pinguino imperatore in copertina. È su uno di essi che appresi della triste vicenda dei lemmings, che ogni tanto si suicidano in massa, quando la loro popolazione è troppo numerosa. A proposito, ma i lemmings esistono ancora? Tra i miei preferiti, però, c’era il libro dei dinosauri (e come potrebbe essere altrimenti?): era un librone! E lì ho appreso dell’esistenza dei trilobiti, i fossili più antichi. E di molte altre cose sui dinosauri, roba che quando ho letto Jurassik Park di Michael Crichton potevo fargli le pulci. Le illustrazioni erano molto curate e il libro stesso non era semplicissimo. Ma proprio per questo mi piaceva: sembrava, e forse lo era, un libro da grandi.

Adolescenza: l’immersione in epoche perdute

L’adolescenza è il periodo del romanzo storico. Ho cominciato subito con un tomo che ve lo raccomando: Ivanhoe di Walter Scott, edizione Garzanti di mia madre, con le pagine piccole e fitte fitte fitte di testo. Ricordo le 20 pagine e più iniziali di pura descrizione, senza che nulla avvenisse, mentre Wamba e Gurth percorrono la via che li conduce al castello di Cedric. Ricordo quant’era viscido Brian de Bois-Guilbert, ricordo che mia madre mi fece capire che Locksley altri non era che Robin Hood e mi resi conto che i tornei medievali possono essere mooolto lunghi. Ma incredibilmente poetici. Tutto il filone medievale di film, serie tv e romanzi successivi deve moltissimo a Walter Scott, c’è poco da fare.

Un po’ più grandicella il romanzo storico si è spostato verso un periodo a me più congeniale (scoprii in quel periodo): Roma. Fu I giorni del Potere di Colleen McCullogh. Ambientato nella Roma di Mario e Silla, fece sì che io mi innamorassi follemente di quel crudele sanguinario che fu Lucio Cornelio Silla. Non che Caio Mario mi stesse antipatico, ma volete mettere un fighissimo (a detta della McCullogh) e giovanissimo patrizio contro un attempato homo novus? Non ebbi mai alcun dubbio. E già da lì capii che noi donne siamo fregate da subito: ci innamoriamo degli uomini bastardi pur sapendo che ci faranno soffrire.

All’adolescenza risale anche la lettura de Il ritratto di Dorian Grey. Adorai il racconto, adorai lo stile, ma soprattutto adorai l’introduzione, una premessa in cui Oscar Wilde parlava in generale di libri e letteratura:

“non esistono libri belli o libri brutti. I libri sono scritti bene o scritti male, e questo è quanto”.

Questa frase mi suona sempre in testa ora che ho velleità di scrittrice di racconti…

Curriculum Del Lettore di Marina Lo Blundo

Giovinezza: quando si traccia la strada che sarà tua per sempre

Con queste premesse, non potevo non finire a fare archeologia all’Università. Fu un periodo di grande studio di copiosi manuali, per cui misi da parte la narrativa e iniziai ad avvicinarmi alla saggistica, scoprendo, tra l’altro, che in tanti casi può essere più affascinante della narrativa stessa.

A metà strada tra le due correnti, narrativa e saggistica, si pone il mitico libro di C. W. Ceram Civiltà sepolte il cui sottotitolo suona Il romanzo dell’archeologia: le più importanti scoperte archeologiche, come quella di Troia e di Micene da parte di Schliemann raccontate come un’epopea negli anni ’40 del Novecento. Ceram, giornalista di formazione e di professione, ci sapeva fare con la comunicazione dell’archeologia. E forse è anche un po’ responsabilità sua se poi mi sono dedicata a comunicare l’archeologia, sebbene io non lo faccia con i libri, ma nel web 2.0.

Nel lontano 2003 scopro poi quanto mi piace viaggiare: parto con due amici per l’interrail: un mese in giro per l’Europa, io che al massimo ero stata in vacanza con i miei in Sardegna e poi a qualche gita con la scuola e con la parrocchia.

L’Europa, accidenti! Il senso di libertà, di bellezza, di gratitudine per i miei genitori che dopo grandi resistenze mi avevano fatto partire (faccio notare che ebbi le chiavi di casa a 18 anni: così, per spiegarvi la situazione) sono ancora sensazioni forti in me, così come la necessità di raccontare quel viaggio. Partii con un piccolo quaderno che riempivo nottetempo con il resoconto delle giornate. Già a metà viaggio avevo deciso che quegli appunti scritti minuscoli sarebbero dovuti diventare qualcosa di meglio. Di ritorno compilai un bellissimo quaderno/carnet che da allora mi ha seguito in tutti i traslochi che ho fatto. Quando, qualche anno dopo, mi fu suggerito di aprire un blog di viaggi, la risposta è stata una: sì.

Tutta questa ennesima introduzione per dire che un libro significativo di quel periodo fu Il racconto dell’isola sconosciuta di José Saramago. Me lo regalò Fernando, l’amico brasiliano col quale ero andata in interrail. Un librino tanto sottile, ma che conteneva tutto: il partire verso l’ignoto e lasciarsi andare, il Portogallo di cui mi ero innamorata in interrail (e sì, anche di un portoghese mi ero innamorata…), il senso del viaggio.

A quel punto mi appassionai alla letteratura di viaggio: non so scegliere un solo titolo, ma molti. La letteratura di viaggio è tutt’oggi il filone letterario che mi appassiona di più. Tra tutti, però, preferisco le storie di donne.

Donne che sono state pioniere, in un’epoca in cui ancora non era comune vederne da sole in viaggio. Parlo di Alexandra David-Neel, ad esempio, che in Antico Tibet nuova Cina racconta il suo viaggio fino a Lhasa, città il cui ingresso era proibito non solo agli stranieri, ma alle donne, nella prima metà del Novecento; parlo di Emily Lowe e di tutte le ladies inglesi che a fine Ottocento volevano esplorare il Sud Italia per emulare gli uomini, autori di guide sul Grand Tour, con lo scopo di sconfessare oppure di confermare il mito dell’italiano “buon selvaggio”; parlo di Agatha Christie, che viaggia in un’epoca più consona, ma al fianco del marito archeologo, Max Mallowan, che lei segue nei suoi scavi in Siria, in luoghi che diventeranno poi sfondi per alcuni suoi gialli e che scrive Viaggiare è il mio peccato: già nel titolo un manifesto programmatico per me (che infatti ho ripreso nel mio blog); parlo infine di Gertrude Bell, archeologa al servizio segreto di Sua Maestà Britannica che nei primi anni del Novecento affronta più di un viaggio in Medio Oriente alla scoperta di quelle terre, dei suoi abitanti e dei siti archeologici. La sua attività sarà fondamentale nella costituzione dello stato dell’Iraq. Ho concluso la lettura del suo Viaggio in Siria un paio di mesi fa: perché la narrativa di viaggio è un filone che mi porto dietro tutt’ora che sono a buon diritto negli anni della maturità.

Maturità: 36 anni e non sentirseli

Nel 2007 morì mio padre. Direi che coincise con quel momento il mio ingresso nell’era della maturità. La mia prof dell’Università, Maura Medri, in quell’occasione mi regalò un libro, dicendomi che come nei momenti bui della sua vita il regalo di un libro l’aveva sempre rischiarata, così lei regalava libri a chi attraversava momenti bui. Il libro era Attorno alla nuda pietra di Andreina Ricci.

Di nuovo si tornava a parlare di comunicazione dell’archeologia, ma da una prospettiva diversa: non isolare i monumenti, non chiuderli dentro a recinti che li trasformano in non-luoghi, ma renderli partecipi della nostra vita quotidiana. Fu una lettura illuminante.

Illuminante perché sentivo (e sento tutt’ora) la comunicazione dell’archeologia come una missione fondamentale del lavoro dell’archeologo: costruire recinti per isolare i resti archeologici non serve a niente, ed equivale ad aprire un museo con vetrine zeppe di pezzi senza una spiegazione che sia una. Comunicare l’archeologia è la grande sfida dell’archeologia.

Per questo declinai la mia esperienza di blogger di viaggi verso il mondo dell’archeologia aprendo uno dei primi archeoblog sul campo. Nel frattempo, mi appassionai alla materia e cominciai a studiare il fenomeno blogging. Così quando mi imbattei in Dilettanti.com di Andrew Keen rimasi folgorata. La tesi di Keen è che in rete chiunque può dire la sua ed ha la stessa autorità di un esperto. Si tratta di una lotta tra dilettanti allo sbaraglio e professionisti, di una democratizzazione dei media che secondo Keen era totalmente negativa. Molte tesi di quel libro, datato 2005, sono ormai superate, ma qualche concetto è ancora valido: l’autorevolezza dei contenuti di un blog (come di un sito web, di un magazine o di un quotidiano) la fa l’autore, che deve produrre testi verificati, veridici e deve metterci la faccia se vuole ottenere fiducia. È ciò che vado predicando da anni sul mio blog di archeologia: è fondamentale che sia un archeologo a scrivere di archeologia, e che lo faccia bene, con criterio, in modo che i suoi contenuti si possano elevare al di sopra della fantarcheologia sempre imperante e della superficialità di tanti articoletti e post che si incontrano online e offline.

Scusate, il tema del blogging mi infervora sempre. C’è bisogno invece di una pausa relax. Negli anni sono divenuta una gran bevitrice di té, tanto che alla fine (indovina un po’?) ho aperto pure un blog, un piccolo spazio che raccoglie le mie esperienze, i miei assaggi, i miei reportages e tutto ciò che ha a che fare con questa gradevole e poco conosciuta (in Italia) bevanda. In quest’ambito, siccome non ci si forma solo contemplando le foglie di té, la lettura di Kakuzo Okakura Lo zen e la cerimonia del tè è stata fondamentale. Credo che non esista libro, all’infuori di questo, che meglio spieghi la cultura giapponese che sta dietro alla cerimonia del té e che meglio faccia capire che non è semplicemente acqua sporca quella che si versa in tazza, ma che c’è tutto un mondo, tutta una lunghissima tradizione culturale di cui bisogna ossequiosamente tenere conto.

Sul té sono stati scritti e saranno scritti tanti libri, ma questo a mio parere rimane il migliore. Risale agli inizi del Novecento, ad un periodo in cui il Giappone, dopo aver voluto cancellare le tracce della sua millenaria cultura per “modernizzarsi” e “occidentalizzarsi” (avete presente il film L’Ultimo samurai?: il periodo è quello) stava capendo che forse aveva fatto una grandissima stupidaggine e che almeno quello che si poteva recuperare non doveva andare perduto. La cerimonia del té giapponese, il Cha no yu, la via del té, è una di quelle cose che fortunatamente sono state recuperate.

Dovendo tirare le somme, ancora oggi leggo letteratura di viaggio per passione, saggi archeologici per passione e per professione, manuali di blogging per professione e libri sul té per passione.

Pochissima narrativa, nonostante i miei sforzi, e nonostante stia iniziando da qualche tempo a scriverne io: sì, perché ultimamente scrivo racconti. Niente di che, per carità; ma chissà che a sorpresa tra qualche decennio in qualche curriculum del lettore di questi non compaia una mia raccolta! Scherzo, eh? Però da viaggiatrice quale sono, sono anche una gran sognatrice. Concedetemi questa piccola debolezza.

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