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Curriculum del lettore di Alessandra Zengo: libri e letture di una editor

25 ottobre 2017
Curriculum del lettore di Alessandra Zengo: libri e letture di una editor

Ad aprirmi le porte del mondo del digitale e dei blog letterari è stata Alessandra Zengo, oggi (era ora) ospite sul mio blog con il suo Curriculum Del lettore.

Dal coordinamento dei contenuti su Diario Di Pensieri persi, blog collettivo al quale ti ho accennato in Diari dal sottosuolo, al Editor con la E maiuscola, Alessandra ne ha fatta un sacco di strada. Tuttavia, cosa legge una editor?

Una piccola idea l’avevo e, il Curriculum Del Lettore dell’ospite di oggi, getta luce e conferme che da tempo desideravo condividere con te.

Un editor, per correggere, deve leggere e molto anche.

La bellezza del contributo di Alessandra Zengo, non sta in quanti libri ha letto per diventare una brava professionista ma nell’evoluzione delle sue letture e di come, anno dopo anno, i più grandi autori della letteratura e della filosofia siano diventati fonte primaria per nutrire mente, cuore e anima.

Troverai un sacco di libri in questo Curriculum Del Lettore. Sono certa che ti divertirai ad ascoltare la voce di questa editor che illustra le sue letture con leggerezza frizzante e ironica. Da leggere, tutto d’un fiato. 🙂

Curriculum Del Lettore di Alessandra Zengo: cosa legge un editor?

La regola vuole che ogni editor (e scrittore) che si rispetti abbia amato la lettura da subito. Che sia stato un lettore precocissimo; se già all’asilo, mentre i coetanei, ignari, giocavano ancora con le costruzioni, tanto meglio.
Io, invece, non so quando ho cominciato a leggere e dell’infanzia ricordo soprattutto le mie avventure da aspirante Mowgli, i cartoni animati giapponesi al pomeriggio, i Pokemon da allenare col primo Game Boy e XXND Krossfire. Il più bel gioco strategico di guerra che l’umano abbia mai concepito.

Volevo diventare un’archeologa come Indiana Jones, il capitano delle guardie reali come Lady Oscar, una principessa guerriera come Xena (usavo un vecchio goniometro di plastica al posto del cerchio rotante) una campionessa olimpica di pallavolo come Mila e pensavo fosse una gravissima ingiustizia che le “femmine” non potessero diventare Super Saiyan.

La lettura, insomma, non figurava esattamente nella lista delle mie priorità, però leggere mi piaceva, ero brava, anche se avevo un difetto di pronuncia (proprio con la Z di Zengo, ovviamente). E quanto erano belle le fiere del libro di paese, dove c’erano un mucchio di tavoli con un mucchio di libri sopra? Bellissime.

Cos’ho letto, dalle elementari alle medie

Un po’ di classici (integrali, per fortuna, perché “adattamenti” e “riduzioni” sono solo stronzate) in un’edizione De Agostini che ho trovato nel “cesto libri in offerta” del supermercato vicino a casa (lo stesso dove ho comprato poi la trilogia di Stieg Larsson): Papà Gambalunga, L’isola del tesoro, I ragazzi della via Paal, Zanna Bianca, Le avventure di Tom Sawyer, Robinson Crusoe, Il mago di Oz.

E poi altri romanzi per ragazzi pubblicati da Piemme (contemporanei), Salani (fantastico, storico) e Fanucci, più qualche saggio, come quello sull’Antico Egitto (adoravo l’Antico Egitto, davvero) che ho “scovato” al mercatino dell’usato. Ce l’ho ancora, tra l’altro. Ero una bambina molto curiosa (e avida), e leggere era un ottimo modo per imparare un sacco di cose nuove.

A 11 anni ho esasperato i miei genitori per avere una Bibbia “vera”, non una di quelle pubblicazioni da catechismo con le illustrazioni. L’ho avuta (la mia persuasione era potentissima già allora) e ogni sera, nella mia cameretta, sopra una scrivania di un metro con lampada da tavolo che per poco non moriva per autocombustione, muovevo i primi passi nell’esegesi e nell’ermeneutica del testo biblico, che corredavo di commenti, cornicette e cuoricini, pur a fianco delle nefaste narrazioni che leggevo.

Quando non capivo qualcosa, camminavo fino al soggiorno, leggevo il passo a mio padre (non molto portato per le questioni religiose, però) e chiedevo spiegazioni. Che non ricordo affatto, ma sono sicura fossero pregnanti per una ragazzina della mia età. Ora sono agnostica, e parlo con Dio solo quando ho bisogno di un miracolo, ma possiedo un buon numero di edizioni e traduzioni della Bibbia.

La svolta (in letteratura)

La relazione con i libri è drasticamente cambiata nell’estate della prima superiore. Ho cominciato a leggere tantissimo, e qualsiasi cosa. Qualsiasi.

Ho provato (e amato) Follia di Patrick McGrath, La luna e i sei soldi di W. Somerset Maugham, Il più grande uomo scimmia del pleistocene di Roy Lewis, Balzac e La piccola sarta cinese di Dai Sijie di Ray Bradbury, Come l’acqua che scorre di Marguerite Yourcenar, Marcovaldo di Italo Calvino, Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde (mi ci sono addormentata sopra, l’ho strappato per sbaglio e da allora giace nella libreria con un pezzo di scatola di cereali sul retro e una copertina trasparente sopra per difenderlo da ulteriori incidenti) insieme a un sacco d’altra e alta letteratura inglese da Shakespeare a Jane Austen (ho una copia di Orgoglio e Pregiudizio commentata a matita da me e da una mia compagna di classe del liceo), passando per le Brontë (Jane Eyre è una delle mie eroine letterarie preferite), Dickens, Woolf, Thackeray, Milton, Keats, Blake, Wordsworth e Coleridge ecc., e moltissima narrativa di genere (romance fantasy, giallo, thriller, horror).

È stato un momento letterario intensissimo, pieno di stupore e meraviglia per i libri che avevo letto e di aspettativa per quelli che ancora mi mancavano. Senza questa “educazione” mi sarebbero state precluse un sacco di “esperienze indirette” e fondamentali pietre di paragone col reale.Chiamare un’amica Becky Sharp; spiegare a mia madre e a mio padre perché somigliano a Catherine e Heathcliff (che non è una cosa così fantastica come nella letteratura); sentirsi un po’ come Anna Karenina, quando viaggio in treno e ho un libro in grembo, ma non riesco a leggere perché penso al mio Vronskij; riconsiderare la mia giovinezza dopo aver conosciuto Oliver Twist; resistere alla tentazione perenne del bovarismo (consumo una quantità indicibile di narrativa sentimentale);
avere argomentazioni solidissime per pretendere uno studio personale grazie a Virginia Woolf;sognare di vivere in una casa semi-abbandonata con un cavallo e una scimmia (e un tesoro da trovare) come Pippi Calzelunghe; immaginare un Sam che mi accompagni nella Terra di Mezzo; fingermi Sherlock Holmes, qualche secolo dopo…

Alla fine di cinque (lunghi e travagliati) anni di liceo scientifico, grazie a un’illuminata professoressa di filosofia, ho scoperto le gioie del femminismo: il primo testo, che mi ha folgorata lì sul posto, è stato The Subjection of Women, scritto nel 1869 da John Stuart Mill e dalla poco citata moglie, Harriet Taylor Mill. Arriverò a Julia Kristeva, Simone de Beauvoir “e le altre” poco più tardi.

La svolta (in filosofia)

Con l’università, avendo disobbedito al desiderio di mia madre che mi avrebbe voluto medico, avvocato, ingegnere, astronauta, fashion blogger ma non editor freelance, ho votato la mia esistenza alle insondabili, ma non per questo meno attraenti, profondità filosofiche.

Al secondo anno, per esempio, durante una lezione di Teoria della letteratura, ho capito perché Parmenide era un figo per aver detto quella che viene spacciata per una banalità (ma sulla quale Platone si è spaccato la testa, arrivando fino alle estreme conseguenze, il parricidio):

“Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l’una che “è” e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità); l’altra che “non è” e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo. Infatti lo stesso è pensare ed essere”.

Ho avuto un moment of being woolfiano, un’epifania joyciana, un clic wallaciano (o yeatsiano?) applicato alla filosofia, o qualcosa del genere.

Con la filosofia ho sempre praticato un divertente libertinaggio, comunque: mi piace tutto, anche quello che non mi piace o mi provoca severi mal di testa, come la Filosofia della Scienza del ‘900, che però mi permette di fare battute come “ogni riferimento è puramente causale” e ridere da sola (Wesley Salmon mi scuserà). Martin Heidegger, invece, non è entrato nelle mie simpatie (nelle grazie di qualcun’altra sì), ma Essere e tempo mi ha cambiato la vita.

Nutro una grandissima ammirazione per Hannah Arendt e Simone Weil e una disistima viscerale per quel pavido di Cartesio; ho una relazione complicata con la filosofia antica, ma invidio Eraclito per l’appellativo e ogni tanto mi sforzo d’immaginare come sarebbe stato pensare da “greco” (ovvero con categorie concettuali differenti); il Simposio è il mio dialogo platonico preferito (a quel tavolo si vogliono tutti un gran bene, sì);penso che Hume ci abbia creato un sacco di problemi, che molti per fortuna ancora ignorano; non ho un’opinione su Kant e Hegel, perché devo finire di leggerli (e capirli);la Scuola di Francoforte mi ha provocato scompensi intellettuali enormi – quasi convincendomi a diventare marxista (scherzo) – e il post-strutturalismo ha fatto il resto; Nietzsche (Nice per gli amici) e Wittgenstein alimentano l’esteta che alberga abusivamente in me mentre Richard Rorty, l’ironico, pacifica le mie due anime, letteraria e filosofica, dicendo che, dai, la filosofia non è che una forma di letteratura! E ci volevano tremila anni per capirlo, ragazzi?

E ora?

Leggo più saggi e meno narrativa. Più inediti e meno editi, almeno quest’anno. E non ho ancora un libro o un filosofo preferito. Se me lo chiedete entro nel panico, quindi non fatelo.

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