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Leggere Autostop con il Buddha di Will Ferguson

3 giugno 2017
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In questa settimana sono passata da un libro di saggistica a un libro di narrativa di viaggio, Autostop con il Buddha di Will Ferguson.

C’è stato un periodo in cui avevo la fissazione per il Giappone e leggevo qualsiasi cosa che riguardasse questo luogo dalla cultura così complessa e sfuggente.

Se deciderai di sostare su questo blog, potresti trovare interessanti anche Quando cadrà la pioggia tornerò di Takuji Ichicawa, i libri di Banana Yoshimoto e la storia di Haiku e Saké di Susanna Tartaro.

Preferisci fare subito l’autostop con il Buddha? Allora usa il pollice (se sei arrivato su questo post attraverso lo smartphone) clicca su continua a leggere e sali a bordo. 🙂

Autostop con il Buddha di Will Ferguson: trama e motivo del viaggio in Giappone

Autostop con il Buddha di Will Ferguson è una vera e propria guida di viaggio in Giappone, visto attraverso gli occhi di un occidentale che decide di lanciarsi all’inseguimento dei fiori di ciliegio. Un’impresa folle agli occhi dei giapponesi ma che, alla fine, riesce a rendere un percorso dalle sfumature esotiche e contrastanti, familiare e ricco di spunti di riflessione.

La storia è raccontata in prima persona in uno stile di scrittura sintetico, preciso ed elegante. Will è un insegnante di inglese nato e cresciuto in Canada che decide di esplorare il Giappone e le sue contraddizioni seguendo l’avanzata del Sakura Zensen, il Fronte dei Fiori di Ciliegio. Un evento carico di significati simbolici poiché, oltre ad indicare la fine della stagione invernale celebra la primavera non tanto come periodo di rinascita ma per ricordare quanto la vita non sia altro che un intenso, fugace attimo. Un attimo attesissimo dai giapponesi, un attimo che traccia un percorso monitorato costantemente, con ossessiva precisione.

“Ogni sera i telegiornali forniscono un rapporto sull’avanzata, con mappe dettagliate che mostrano le prime linee, le linee secondarie e la percentuale di fiori di ogni singola area”.

Will ama il Giappone, vuole arrivare a conoscerlo a fondo. Scoprire il cuore di un luogo la cui popolazione vive in bilico tra tradizione e modernità, tra apertura verso l’esterno ed ermetico isolamento. Un Giappone fatto di contrasti ma che, per converso, ispira armonia.

Will sceglie di intraprendere il viaggio in una modalità insolita. Rifiuta i treni ad alta velocità e gli autobus ma non vuole nemmeno usare come unica fonte motrice le gambe e, per questo, decide di spostarsi scroccando passaggi.

I giapponesi non caricano gli autostoppisti perché è troppo pericoloso, gli dicono tutti. Eppure, Will riesce sempre a trovare un passaggio e questo sembra dirla lunga sulla proverbiale dualità e contraddizione degli abitatori del Sol Levante che si approcciano all’estraneo, al diverso oscillando tra la timida e ostinata riservatezza e un ingenuo e doveroso senso di ospitalità.

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Autostop con il Buddha di Will Ferguson: perché leggerlo

Ti devo confessare un piccolo segreto. Mi piace l’idea di viaggiare ma non sono particolarmente appassionata alla narrativa di viaggio. Credo che questo sia dovuto al fatto che non sia riuscita a leggere fino alla fine In Patagonia di Bruce Chatwin. Un libro certamente valido per i dettagli contenuti ma che, invece di incuriosirmi, mi ha annoiato. Infatti, non ricordo molto di quella lettura.

Con Autostop con il Buddha è stato diverso. Mi sembra di essere ancora là, in Giappone e di vedere con i miei occhi i volti e i luoghi, le sensazioni e le emozioni che corrono lungo le strade intraprese da Will. Alcune immagini tratteggiate dall’autore appaiono sfocate, quasi avvolte in un sogno, altre sono così vivide da apparire reali e ci si sente sul posto, in una determinata auto, a conversare con il guidatore del momento.

Tra i passaggi che più mi sono rimasti impressi nella memoria quello del signor Migita è forse tra i più intensi, perché si concentrano sul senso del viaggio che non è dato da un elenco di luoghi in cui sostare ma dal movimento necessario per intraprendere un percorso.

“L’accelerazione è la sola forza in grado di vincere sia l’inerzia sia la gravità. […] E che cos’è l’atto stesso di camminare, se non continuare a cadere? Mettere in moto un oggetto richiede un grande sforzo, eppure, superata la difficoltà della partenza, il moto diventa sempre più facile da mantenere. Anche viaggiare è questione di mantenersi in movimento. Di resistere alla gravità. In caduta libera verso l’orizzonte; sempre in caduta però, mai in atterraggio”.

Migita è uomo medio, con moglie, figli e un lavoro fisso che sceglie di caricare in auto uno straniero fino ad arrivare al punto di ospitarlo in casa e di tracciare per lui una mappa per seguire il Fronte dei Fiori di Ciliegio. Un uomo con il quale Will concorda il punto in cui dovrebbe lasciarlo alla sua avventura ma che alla fine decide di portarlo ancora più in là, mancando di presentarsi sul posto di lavoro e che, nel momento del distacco, gli strappa la promessa di andare a vedere i cavalli di Hokkaido. La bellezza di queste pagine è una prima metafora dell’impulso umano a vivere emozioni ed esperienze lasciandosi cadere nel loro moto perpetuo e quando si arriva alla raccomandazione di andare a vedere i cavalli, non ho fatto a meno di pensare a Tre cavalli di Erri De Luca, uno scrittore napoletano.

Cosa c’entri Napoli con il Giappone non si sa, ma poi un capitolo si apre con questa frase secca:

“ Kagoshima è la Napoli del Giappone”

e tutto sembra coincidere perfettamente.

La località giapponese sorge ai piedi di un vulcano apparentemente inattivo il quale, combinato al percorso tracciato dal Fronte dei Fiori di Ciliegio, sottolinea all’estremo la fatalità, l’incertezza della vita e di quanto l’essere umano sia poca cosa al cospetto della natura e dei suoi cicli di nascita e morte. Ho colto l’attimo e ho fotografato questa pagina per inviarla a Bruna Athena (Autostop con il Buddha, oltretutto, è nella lista dei #BookDreams di quest’anno) e lei mi ha raccontato delle ginestre che sbocciano sul Vesuvio. Torna il tema dei fiori, di ciliegio per il Giappone, di ginestra per la città partenopea.

“Tra queste due città esiste una sorta di legame di sangue, che è più che altro un’alleanza suicida, dato che sia Napoli sia Kagoshima sono conosciute principalmente per la distruzione imminente che attende i loro abitanti. Come potete vedere, infatti, entrambe le città si trovano all’ombra di un vulcano”.

Vita e morte, la perenne contrapposizione tra due poli, scintoismo e buddismo, tra ah (la prima parola emessa al momento della nascita) e nn (l’ultima parola sospirata in punto di morte) rende concreto e tangibile il senso di incertezza e il concetto del tutto scorre, del fluire continuo da un punto all’altro. Affascinante la spiegazione che Will fa di ah e nn. Insieme compongono una parola che vuol dire respirare e introducono la ricerca orientale dell’armonia, contrapposta alla tenace ricerca della libertà in Occidente:

“Se l’ideale a cui aspira il mondo occidentale è l’autorealizzazione, quello a cui aspira il Giappone è la sintonia. Il termine armonia ha in giapponese la stessa valenza che la parola libertà ha in Occidente”.

Indicando, allo stesso tempo, in che cosa le due culture divergono e convergono.

In certi frangenti, si ha l’impressione che la base dell’incomprensione, dello sentirsi un estraneo in terra straniera non sia determinato dalle persone o dai luoghi, da liquidare con il detto comune del paese che vai, usanze che trovi ma nell’incapacità a comunicare. La comunicazione avviene su più livelli, ma è sul linguaggio che tende a concentrarsi, sull’uso delle parole e sulla confusione che si viene a creare quando si perdono di vista i dettagli.

“E come molti occidentali, faccio confusione anche tra umano (ningen) e carota (ninjin) cosa che una volta ha suscitato parecchi sguardi perplessi, in occasione di un monologo che tenni a Tokyo sui vantaggi della globalizzazione, durante il quale dichiarai con entusiasmo: – Io sono una carota. Voi siete una carota. Tutti noi siamo carote. Finché ci ricorderemo la nostra comune condizione di carote, tutto andrà nel migliore dei modi”.

Il risultato, in questo caso, è divertente ma fa riflettere anche sulla condizione dello straniero, sulla differenza tra ospitalità e integrazione, sulle basi con cui si instaurano legami e relazioni e di come il viaggiatore non riesca ad abbandonare il luogo che esplora per far ritorno a casa.

“I giapponesi non sono per niente un popolo ostile. A volte vorrei che lo fossero, così sarebbe più facile andarmene. Il problema non è il non essere bene accetti. Di fatto lo siamo. Ma solo in qualità di ospiti. Il problema non è l’esclusione, bensì l’esclusione parziale. Ti aprono la porta, ma non tolgono la catena. Una mano ti fa cenno di entrare mentre l’altra ti blocca”.

Il protagonista di Autostop con il Buddha non riesce a lasciare il Giappone perché non è nelle condizioni di rifiutarlo e quando opera un confronto tra Occidente e Oriente, tutto quello che trova sono similitudini che lo legano ancora di più ad esso.

I panorami nipponici che ricordano certe località del Canada, un tempio shintoista ingloba e accoglie con naturalezza linee architettoniche palesemente ellenistiche, Kagoshima come Napoli non fanno emergere alcun tipo di rottura identitaria o incoerenza dell’Essere.

Tutto, in Giappone, è estremamente coerente. Non c’è alcuna perdita di identità. L’Occidente soffre perché non ha ben chiaro chi è, si torce e contorce nella disperata ricerca dell’Essere mentre l’Oriente non fa altro che trasformarsi, adattarsi, a Essere nel divenire e non a costruire un Essere unico, fisso incontrovertibile.

L’occidentale cade in complessi pirandelliani e si frammenta in Uno, nessuno e centomila maschere e frammenti del Sé, l’orientale invece non si pone alcun problema nel trasformarsi in base al contesto in cui si trova e alle sue relazioni.

“Il modo dei Transformer di relazionarsi alle cose è molto diverso dalla grandezza celata e dalle identità segrete. Un’identità segreta è una maschera di superficie. […] il Transformer può rivoluzionarsi completamente. Lui non nasconde la sua vera identità, ma la rielabora totalmente per adattarsi alla situazione”.

Queste e molte altre riflessioni corrono lungo le pagine di Autostop con il Buddha e il motivo per cui vale la pena di leggere la guida di Will Ferguson è che più che raccontare un luogo, traccia percorsi universali.

Autostop con il Buddha poi non è un libro spirituale, ma molto più concreto di quanto potrebbe sembrare e concetti complessi si sviluppano con leggerezza e umorismo. Più volte sono scoppiata a ridere mentre ascoltavo la voce narrante dell’autore e, in perfetto equilibrio, altrettante volte sono sprofondata nella malinconia. Un’alternanza di emozioni contrastanti portate via dal vento, come fiori di ciliegio.

Se lo leggerai, mi racconterai com’è andata e se hai ricevuto le stesse impressioni?

Autore: Will Ferguson
Titolo: Autostop con il Buddha
Titolo originale: Hitching Rides with Buddha. A Journey Across Japan
Traduzione: Claudio Silipigni
Casa editrice: Feltrinelli
Collana: Universale Economica Feltrinelli – Traveller
Pagine: 454
Anno di pubblicazione: giugno 2009
Prezzo di copertina: € 12.50

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1 Comment

  • Reply Libri per l'estate: quali leggere e di che genere? – ParoleOmbra 23 giugno 2017 at 6:31

    […] sono i libri leggere? Nelle scorse settimane ho fatto un viaggio esotico con Autostop con il Buddha di Will Ferguson e mi sono lasciata andare alle immagini poetiche ed evocative de Il rifugio delle ginestre di […]

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