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Curriculum del Lettore di Sergio Albertini: il percorso di letture di un Digital Tutor

3 maggio 2017
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Era inevitabile, prima o poi avrei chiesto a Sergio Albertini il suo Curriculum Del Lettore.

Molto presente e attivo sui social, l’ospite di oggi è un blogger e Digital Tutor. Una guida che ti aiuta a individuare il tuo percorso umano e professionale online mentre, nella realtà fisica, è bravissimo a farti trovare pub in stile irlandese e a guidare lungo le strade di Verona.

Da poco ha fondato il suo spazio web e mi piace molto leggere le sue riflessioni su Facebook e scoprire nuovi suggerimenti di lettura dal suo account Instagram. Ho conosciuto Sergio di persona, in occasione del Seo & Love, e mi ha colpito con quanta gentilezza e disponibilità cerca di trovare soluzioni a quelli che sembrano problemi insormontabili. Ne troverai conferma anche nel suo Curriculum Del Lettore.

Vieni a scoprire di che cosa parla?

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Curriculum Del Lettore di Sergio Albertini: i libri e le letture di un blogger e Digital Tutor

Inizio a scrivere cogliendo l’invito della brezza che si è alzata, mentre i raggi del sole litigano, con le nubi gonfie di pioggia, in un gioco di luci, che accende e spegne i ricordi.

Il mio curriculum del lettore è forse bizzarro, sicuramente anomalo, io credo, perché la passione per la lettura di certi testi, ossatura delle mie passioni letterarie, neppure io, la so spiegare.

La richiesta di Rita, che ringrazio di cuore, si è subito trasformata in un’operazione archeologica, uno scavare nella memoria alla ricerca di quei testi che mi hanno formato, che mi hanno spinto oltre i confini del mio inconscio alla ricerca di me stesso.

Il primo libro, di cui ora ho memoria, è un romanzo d’avventura, di cui ho ricordo del titolo e della copertina, credo fosse un compito per le vacanze scolastiche, nel periodo estivo.
3+2 un’avventura per cinque di Nuccia Resegotti, è il titolo di questo libro per ragazzi, a cui associo ricordi ed emozioni ormai confuse tra il reale e l’immaginario, che solo lo scorrere del tempo sa creare.

La sensazione d’avventura, misteriosa ed intrigante, il caldo estivo, il balcone al terzo piano della mia vecchia casa nel quartiere in cui sono cresciuto e in cui tutti mi chiamavano Sergetto. È un libro che fa riemergere anche ricordi di sofferenza, la malattia di mia Mamma, il senso di vuoto, i primi segni del distacco dalla fede Cristiana, ancora non rimarginati, e l’immagine di un ragazzino, che passava ore davanti alla tv a vedere e rivedere i Goonies, come se all’interno di quel tempo, trasportato in un altro mondo, tutto si fermasse; strategie della psiche.

La passione per la lettura ed il cinema sono in me dalla nascita, le considero il vero cordone ombelicale che mi tiene in connessione con mia mamma. Peccato io non abbia mai imparato, per tempo, la costanza e la pazienza, sempre travolto dalle emozioni, sospinto nella direzioni che esse mi suggerivano, nel bene e nel male. Sono convinto che se fossi stato più costante e avessi avuto un’idea di chi sarei diventato oggi, avrei fatto scelte diverse, ma tant’è, è andata così.

Ho sempre avuto un rapporto maniacale con i libri, non solo per le parole in essi contenute, capaci di trasportarmi in viaggi lontani dalla realtà, così come in profonde introspezioni nei meandri di me stesso, ma anche come oggetto, che ha un suo impatto visivo, tattile ed olfattivo.

Durante l’adolescenza, tralasciando i grandi classici, da il Nome della Rosa a Il Conte di Montecristo, è Pirandello a rubarmi i pensieri più profondi e Montale a farmi cogliere il senso della disarmonia, con la realtà che mi circonda ed il rapporto tra la vita e la morte, io che a 18 anni, il male di vivere l’ho incontrato davvero.

Nel relativismo Pirandelliano, mi ci sono immerso come risucchiato in un mondo parallelo, che sento e vivo ancora oggi, il miscuglio dell’impossibile, con il possibile. Domande, come quelle poste da Vitangelo Moscarda:

– ma chi sono, allora, io? Chi sono per gli altri? –

in Uno, nessuno e centomila, è il gioco delle maschere, che ancora oggi, prepotente ritorna, specialmente nei momenti più bui.

Crediamo di conoscere noi stessi e gli altri, ma qual è la verità?

In Così è se vi pare ho intrapreso la scoperta del senso della verità, quella verità assoluta, che non esiste e rafforza il mio modo di essere, di sentirmi libero di essere me stesso, certo solo del fatto, che tutto è relativo e che in me e in ciò che mi circonda, c’è il tutto e il niente.

L’identità personale scompare, allo stesso tempo anche il non conosciuto perde concretezza, e in questo si rafforza il mio bisogno di non conformità.

Mai ho sopportato di sentirmi imbrigliato in gabbie sociali o etichettato in qualsivoglia modo, pagando il prezzo di scelte controcorrente, scoprendo poi, solo in seguito, che l’essere conformato o incasellato in un genere o uno stereotipo, è un naturale processo della mente a cui è impossibile sottrarsi.

Nel guardarmi alle spalle vedo vite staccate, piccoli pezzi, frammentati; una vita dentro l’altra come una metamorfosi kafkiana, dove ogni step successivo, quasi disconosce il precedente.

La verità è il frutto di una persona e di una storia, così ogni verità prevale e perde, a seconda di ciò che in quel momento crediamo; in tutto questo è arduo non perdersi, ma il ritrovarsi è una rinascita piena di energia.

Qual è la verità, chi sono, chi siamo, cosa è giusto, cosa non lo è, tutto è relativo e solo una forma di fede, di credenza, può costituire una consapevolezza più o meno accettabile di questa nostra società.

Il bisogno di storie, che mi trascinassero a vivere lontano dalla realtà, si è appagato alle scuole superiori, quando ho incontrato un autore, che mi ha saputo rapire e trascinare nel suo mondo, fossilizzando nei ricordi questa tappa scolastica, che è stata traumatica e confusa.

Sto parlando di Stephen King, che con il suo IT, un toma di più di mille pagine, è divenuto il mio autore preferito e mi ha accompagnato fuori da un momento di stallo creativo e di ribellione a tutto ciò che ero stato fino a quel momento.

Da allora, per anni, ho letto tutti i suoi libri e guardato tutte le trasposizioni televisive e cinematografiche, anche quelle più orribili, nel senso qualitativo del termine; riuscire a portare la profondità dei personaggi Kinghiani sullo schermo, è opera riuscita a pochi grandi, uno fra tutti il compianto Kubrick.

Lo stile e la logica narrativa di King risuonano nella mia anima, stimolano la mia scrittura, come bere un energy drink, quando mi sento appassire, quando perdo la voglia di comunicare e da lui che torno. Nelle sue parole c’è verità e finzione, c’è un messaggio concreto e allo stesso tempo illusione, magia e quel misterioso terrore, che vive in noi stessi e si autoalimenta nutrito dalle nostre paure.

Ho vissuto con i miei genitori fino a 28 anni e spesso rovistavo tra i libri di mia Mamma; dico “rovistavo”, perché erano veramente tanti, dislocati in tre stanze della casa, dalla sua camera, alla mia, fino alla taverna.

Fu proprio in una pila di libri riposti nel sottoscala, che trovai una raccolta di racconti selezionati da Sir Alfred Hitckock, I terrori che preferisco.

La genialità di Hitckock ha poi estrapolato da alcuni di quei racconti, capolavori del cinema, come Uccelli. E’ un libro che ancora conservo nella mia personale libreria, anche se ormai inizia a mostrare i segni del tempo, si tratta di una edizione del 1960, in cui sono racchiusi racconti con cui il Maestro ha saputo deliziare il mio palato, degustatore di thriller. Dopotutto Sir Alfred è colui che gettato le basi del thriller nella cinematografia mondiale.

Faccio un balzo nel passato recente, due libri che mi hanno segnato, in modo diverso tra loro.

Un thriller, mio genere preferito in tutte le sue digressioni fino all’horror, che mi ha rapito e che ho voluto raccontare a mia moglie, per poterlo rivivere nuovamente, perché talmente entusiasta da non voler aspettare che lei lo leggesse.

Sto parlando del libro scritto da Joel Dicker, intitolato La verità sul caso Harry Quebert, un romanzo, in cui i personaggi, compresa la piccola vittima, sono costruiti in modo tale da creare un rapporto empatico con il lettore. Te lo consiglio, è uno di quei libri, che giunto alla fine, ti lasciano con il senso di abbandono; vorresti leggerne ancora e ancora.

L’altro invece è una storia vera, un viaggio in cui mi sono specchiato e ritrovato, nutrendo il conforto nella condivisione di dubbi e sofferenze, che ora so, non appartengono solo a me, ma segnano, poco o tanto, il percorso di ognuno di noi. In Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas si affronta un tema, quello dell’autismo, che coinvolge non solo il diretto interessato, ma tutto il suo nucleo familiare e che prepotentemente mi riporta al presente, a questi giorni di scelte rischiose e sofferenze, a cui sopravvivere equivale a rinascere.

Quando affronti quelli che sembrano ostacoli insormontabili, che sconvolgono le dinamiche della vita, trascinandoti nelle profonde oscurità della tua sofferenza, è difficile trovare un senso, andare avanti. E’ un viaggio alla ricerca di risposte, che forse non possono essere esaudite e che trovano il loro senso nell’accettazione di un mondo da rivedere con occhi diversi, per riscoprire i sorrisi nascosti, che nonostante tutto, ci sono e vanno liberati.

Mi auguro che questo curriculum del lettore ti abbia stimolato qualche riflessione; qui c’è un pezzo di me, che teme di essere condiviso ma se non sono ciò che provo, non sono nulla e questo basta per scrivere e riscrivere ancora, quello che provo e quello che penso.

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