Scrittura creativa

Pausa racconto: Viaggio in Abruzzo, dall’iguana alle stelle

12 gennaio 2017
#PausaRacconto: Viaggio in Abruzzo, dall'iguana alle stelle

Decimo racconto, decima traccia tratta da Il mestiere di scrivere di Raymond Carver.

“Scrivi un racconto in cui qualcuno si trasferisce da un posto all’altro o parte per un viaggio”.

Pesco ancora dai miei ricordi (confusi) e lascio a te la Pausa racconto di oggi, Un viaggio in Abruzzo: dall’iguana alle stelle.

Spero ti piaccia.

Pausa Racconto: viaggio in Abruzzo, dall’iguana alle stelle

“Quest’anno andiamo in Abruzzo, sugli Appennini!” esclama felice mamma Margot.

“Uau, che bello…” risponde Tammy, 15 anni.

“Capisco che tu vorresti stare con i tuoi coetanei piuttosto che con i miei amici, ma sappi che nella compagnia c’è anche un ragazzo della tua età. Di sicuro non ti annoierai e poi, perché non provi a chiedere a Lilly se vuole venire con te? Fareste un bel terzetto, sarà divertente!” risponde la mamma, più conciliante.

Gli occhi ombrosi di Tammy si illuminano. L’idea di viaggiare in compagnia di un’amica che possacomprendere il suo iniziale disappunto le piace. Si sarebbe sentita meno costretta a fare qualcosa, a condividere una passione che non aveva ereditato.

A Lilly, invece, la montagna piace. Il suo spirito indomito la porta sfidare le altezze, non ha paura di scendere, quasi correndo, sui ghiaioni portando con sé un sorriso e tante cose ed emozioni da raccontare. Lilly è quello che ci vuole per una fifona introversa come Tammy. Oltre che per risparmiare a Margot le lamentele della figlia durante il viaggio la quale, persa tra le nuvole, era riuscita a dimenticare il caricabatterie del cellulare.

“Una cosa sola ti dovevi ricordare di portare, Tammy, il caricabatterie!” esclama esasperata la donna “Possibile che non ne combini mai una giusta?”

“Margot, non ti preoccupare. L’attacco del mio caricabatterie combacia con i vostri telefoni. Quando arriveremo in albergo, faremo a turno o se no chiederemo a qualcuno della compagnia” dice Lilly.

Accomodante, come sempre.

“Brava ragazza! Sono contenta che tu sia venuta con noi.”

Margot, torna a concentrarsi sulla guida. Tammy guarda fuori, mortificata e sollevata allo stesso tempo. Il viaggio è lungo ma c’è il sole dalla loro parte.

Il paesaggio che cambia, mondi che torneranno nei ricordi dello sguardo di Eco. Chiacchiere. Risate. Scontri, anche. Un viaggio che, nonostante tutto, scorre liscio con una sensazione di aspettative, di futuro, di avventura.

Margot, Tammy e Lilly arrivano in Abruzzo. Un territorio aspro e montuoso che comprende i più elevati e imponenti massicci degli Appennini, il Gran Sasso e la Maiella. L’obiettivo sono le loro cime, sfiorano i 3000 metri.

Le escursioniste sono entusiaste, non vedono l’ora di mettersi a camminare. Solo che non trovano l’albergo dove devono pernottare, a Caporciano. Un paese pieno di stradelle, dove non sembrano esserci vie e numeri civici.

“Ma dov’è il posto?” si domandano, all’ennesimo giro a vuoto.

“Mamma, fermati un attimo. Non riesco a leggere quello che c’è scritto su quel cartello d’ottone appeso nella prima casetta del paese…”

Margot si ferma. È lui, “l’albergo”.

Parcheggiano, scendono dalla macchina. Entrano titubanti, sono nella cucina di una casa. Di fronte, sul tavolo, un’iguana mangia pezzi di zucchina e in un angolo svetta una catasta di bicchieri sporchi. Sullo sfondo di questo confuso ingresso, una donna dagli occhi e capelli neri come pece è indaffarata a cucinare. Guarda le sue ospiti di traverso, sembra uscita da una storia di zingari e di streghe.

“Salve, sono Margot Cimetti, avrei prenotato una stanza qui da voi…”

La signora sorride e si presenta, a guardarla meglio ha un’aria simpatica ma Tammy è troppo affascinata dall’iguana per ricordarsi il nome. Che ci farà mai un animale così esotico in un posto come quello? Non stona però, dà un tocco pittoresco alla situazione.

“Certo, quale stanza volete? Sono dislocate in tutto il paese e le sto decorando con i colori e i simboli dei vari segni zodiacali. Qual è il suo signora?”

“Il leone…” risponde Margot

“ È proprio la stanza sopra a questo edificio, purtroppo non è terminata. Se volete vi mostro anche le altre…”

Margot, Lilly e Tammy decidono di prendere la stanza del leone ma sono troppo curiose e seguono la misteriosa albergatrice per le stradine di Caporciano.

Le stanze fatte e finite sono stupende, non sono raggruppate in un unico edificio ma disposte in vari punti del paese. Per Tammy la più bella è quella del Toro, tutta in rosa con cuscini a forma di cuore e mazzetti di fiori secchi appesi alle pareti. Molto romantica. Quella del Gemelli non se la ricorda, che strano. O forse è ancora da fare.

Il paese è piccolo, ma senza l’albergatrice il rischio di perdersi è alto. Sono solo stradine e scalini, scalini e stradine. Dal di fuori le case, che ricordano il periodo Medievale, appaiono anonime nel loro essere addossate le une alle altre. Un blocco compatto, chiuso, dove sembrano mancare i punti di riferimento. O forse ci sono, solo che non si sanno leggere.

Il panorama è bello. Sul fare del tramonto e al di sotto di loro si stende un paesaggio brullo. Si riconoscono le geometrie dei campi, la guida (che poi risulta essere una biologa e donna di immensa cultura) indica loro le vie della transumanza e di quanto questi spostamenti stagionali abbiano determinato l’economia, la storia e la cultura delle popolazioni locali.

Arriva il resto della compagnia, si alza il rumore dello stare insieme prima di andare a dormire. Cala la sera, il percorso per domani è tracciato.

Come prima giornata, camminata. Tammy sbuffa, fa fatica. Non ha idea di dove si trovi ma tutti sono soddisfatti una volta conquistata la cima. Ricorda qualcosa che ha a che fare con i corni… Intorno vede solo rocce e pareti e precipizi. Le scappa la pipì. Non c’è il bagno e c’è troppa gente per i suoi gusti.

“E anche questa è fatta! Siamo in cima!”

Mamma, Lilly e amici (tra cui Tonio, unico coetaneo delle due ragazze) sono elettrici. Stanchi e felici.

“Mamma, devo far pipì…” sussurra Tammy

“E vai dietro quel masso!” esclama Margot, ridendo.

Peccato che sull’altro versante ci sono altri escursionisti. Si sono fermati a guardare verso la cima dove stanno loro. Tammy rinuncia, se la tiene.

immagine via Pixabay

immagine via Pixabay

Giunge il momento di scendere e lungo il sentiero cala la nebbia. Margot, Tammy e Lilly si ritrovano a un bivio, vanno dalla parte contraria a quella del resto del gruppo. Questo le farà allungare il percorso.

Margot è sempre stata così, traccia percorsi che poi non segue. L’avventura, prima di tutto.

Il sentiero si restringe sempre di più. C’è giusto lo spazio per mettere un piede avanti all’altro. La passerella delle modelle è una strada a quattro corsie al confronto.

“Stiamo camminando sulla cresta!” esclama Margot, felicissima.

Lilly le sta dietro. Tammy vede solo le loro spalle e poi si concentra sui piedi. Le invidia. Non sembrano spaventate, procedono a passo cauto ma spedito e sicuro. Solo lei ha paura, a quanto pare. La nebbia non si è diradata e le sembra di stare in bilico tra due precipizi dei quali non vede il fondo. Cammina a testa bassa, la Paura copre la visuale e il Vento le dice, a gran voce, che sta camminando con la Morte a braccetto.

“Non voglio cadere, non voglio cadere, non voglio cadere, non voglio cadere!” ripete Tammy.

Si concentra sul battito del cuore e cerca di regolarlo con la mente. Se i palpiti superano la soglia di sicurezza potrebbero produrre delle vibrazioni che, risuonando nella cassa toracica, potrebbero farle deviare il passo. Deviare il passo equivale a mancare quella striscia di terra che si erge nel vuoto. Non può e non deve sbagliare. Tammy, non sa come, riesce a non sbagliare ma solo dopo aver raggiunto la camera da letto (e il bagno) può trarre un sospiro di sollievo.

“Domani ci riposiamo, è stata una giornata intensa!” dice Margot

“Io non vengo più a camminare!” esordisce Tammy “piuttosto vi aspetto da basso”.

“Ma ti annoierai un sacco!” dice Lilly

“Tranquilla, mi sono portata da leggere. Saprò far passare il Tempo”

Una settimana così, ad esplorare i dintorni senza mai sfidare altre cime. Uno della compagnia tornerà a casa prima, mentre stava arrampicandosi su una parete è scivolato. Nulla di grave, solo tanto spavento, qualche graffio e pantaloni strappati all’altezza delle ginocchia.

In montagna però non è concesso sbagliare. La montagna di solito ti tollera, anche se le metti i piedi in testa. Ti rispetta se tu la rispetti, se ti accosti a lei con prudenza e la giusta sicurezza. Se impari a conoscerla, se la ami per quello che è e non per quello che ti da. Se non sai fare questo, stalle lontano che per le disgrazie non ha colpa.

È Natura, segue le sue regole da prima dell’esistenza dell’Uomo.

È percorsa dalla Vita, ma non è Vita.

È percorsa dalla Morte, ma non è Morte.

È un ammasso di minerali antichi corroso da acqua e vento, tutto qui. Perché si sente il bisogno di sfidarlo? Per sentirsi più vicini a Dio?

È immobile, non le interessano le sfide che la rappresentano. Le montagne stanno, sono, rimangono.

Che domande strampalate. Tutte poste da chi, presa da Paura, preferisce attendere con in mano un libro durante il giorno e muoversi solo per esplorare le stradelle di Caporciano al tramonto, assieme a Tonio e Lilly. Percorsi umani che sta imparando a conoscere.

“Come sono belle le stelle questa sera!” dice Tonio.

Tonio, conoscerlo vale tutta la vacanza. Magro magro e decisamente logorroico. Una frase seria, cento battute stupide da far ridere fino alle lacrime. Bravo ragazzo, Tonio. Ma quando parla delle stelle è diverso. È immerso nel buio e punta il volto all’insù. Una strana espressione malinconica nel volto. Un’espressione da vecchio su un volto di quindicenne.

“Sediamoci.” dice Tammy, indicando lo scalino di fronte a loro.

Tre ragazzi se ne stanno seduti a guardare le stelle. In silenzio.

Immaginano la compagnia di adulti assiepata sotto le luci della locanda, ma quelle stelle sono così vicine e così luminose.

“Di solito sono così vicine d’inverno, non il contrario…” borbotta Tonio, impensierito.

Che cosa strana. Sedersi, dopo tanto camminare e leggere e vedere e parlare e vivere.

Tre ragazzi se ne stanno seduti al buio, immersi in un’oscurità punteggiata di stelle. Si sentono sicuri.

Non hanno domande, né fretta di crescere.

Non hanno dubbi su sé stessi e sulle loro personalità in fase di sviluppo.

Si vanno bene così.

È sufficiente contemplare le stelle con la percezione che, finché queste avessero continuato a brillare, tutto sarebbe andato per il verso giusto.

Non si sarebbero persi.

In quel momento tre ragazzi si fermano per essere, prima di tornare ad andare.

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