Scrittura creativa

Pausa racconto: Il giorno dei test attitudinali

1 dicembre 2016
#PausaRacconto: Il giorno dei test attitudinali

Nelle precedenti puntate si è parlato del fatto che comunicare con le stelle non è niente di speciale, ci si è immersi nel sogno di Mariel per poi partecipare a una festa dove la protagonista è una bambola di porcellana.

Oggi, Pausa racconto giunge alla settima tappa dei cinquanta esercizi di scrittura da svolgere:

“Scrivete un racconto in cui qualcuno subisce un’umiliazione” – Raymond Carver, il mestiere di scrivere.

Pronto è pronto. Non resta altro che leggere…

Pausa Racconto: Il giorno dei test attitudinali

“Buongiorno, ragazzi!
Prima di far lezione vi verranno consegnati i test attitudinali. Non è una verifica e non ci saranno voti, dovrete solo rispondere a delle domande scritte ma, mi raccomando, siate sinceri perché è dalle vostre risposte che poi noi insegnanti capiremo quale sarà l’indirizzo di studi che farà al caso vostro.
Siete in terza media, avete l’età giusta per essere consapevoli di cosa vorrete fare o diventare da grandi.
Cominciamo!”

La professoressa Giudizi rimase un attimo in attesa, a contemplare la classe da dietro i suoi spessi occhiali da vista poi cominciò a chiamare gli studenti uno alla volta. Alla consegna di ogni fascicolo si accompagnava un sorriso d’incoraggiamento.

A Chiara piaceva la professoressa Giudizi, era era sempre stata gentile con lei e, durante i compiti in classe, era sempre pronta a darle una mano. Le sembrava un adulto attento, capace di guidare fiducia in sé e nelle proprie capacità. Nella fase di transizione tra l’infanzia e l’adolescenza, è difficile avere le idee chiare sul futuro e non fa mai male avere un punto di riferimento, un modello saggio e imparziale da seguire.

“Ecco qui la tua copia, Chiara. Non avere paura, in questo test non ci siamo voti e se penserai di non avere risposte, ricorda che nella maggioranza dei casi, la risposta è nella domanda stessa” disse l’insegnante, con tanto di sorriso.

Chiara annuì, ricambiando il sorriso e, una volta raggiunto il banco si mise d’impegno per compilare quelle pagine che corrispondevano al nome di Test Attitudinali. Le piacevano i questionari strutturati in quella maniera, a metà tra la risposta multipla e discorsiva. Tutte le domande le sembravano semplici, forse era una di quelle pre-adolescenti che sapevano benissimo quello che volevano. Alla domanda:

“Che cosa vorresti fare da grande?”

andò un momento in blocco. Non perché non le venisse in mente nulla, ma perché avrebbe fatto di tutto. Allora pensò a quello che dicevano di lei gli altri.

Secondo la nonna poteva fare l’avvocato, per il modo in cui si accalorava quando formulava un pensiero e si trovava a difenderlo dalle critiche. Secondo la professoressa Giudizi aveva la giusta sensibilità ed empatia per lavorare con i ragazzi. Una volta un suo compagno di classe le aveva detto che la vedeva bene in veste di psicologa.

Ma lei? Lei cosa voleva? Tra le tante opportunità, sono una via le era rimasta ben salda in testa. Diventare una scrittrice e scrivere un bellissimo libro. Inventare storie, delineare paesaggi e personaggi. Giocare con le parole e costruire un mondo che fosse solo suo, nel quale si sarebbe sempre trovata a suo agio e mai, mai goffa o fuori posto.

“Vorrei fare la scrittrice ma, mi piacciono molto anche i lavori dell’avvocato, dell’insegnante e della psicologa. Dicono che sarei in grado di svolgerli…” scrisse Chiara.

La ragazza rilesse. Le sembrava un po’ poco e forse, erano mestieri troppo impegnativi per lei. Si doveva studiare molto, ci sarebbe riuscita? è noioso starsene seduti fermi, a capo chino, a ricordare codici e studi altrui. La recitazione le sembrava più divertente, non era la sua prima scelta ma, perché no? A Chiara non piaceva Chiara.

#PausaRacconto: il giorno dei test attitudinali

immagine via Pixabay

L’attore è colui che passa da un’identità all’altra, reinventando continuamente sé stesso. Se non poteva diventare un avvocato, un’insegnante, una psicologa o, peggio, una scrittrice, poteva sempre provare a interpretare tutti questi ruoli.

“Mi piacerebbe anche fare l’attrice…” aggiunse.

“Ecco, prof…” disse alla consegna

“…essa!” concluse, la professoressa Giudizi. Ci teneva a sciogliere le abbreviazioni e ad usare le parole nella loro interezza.

Quando l’ultimo dei test attitudinali fu consegnato, avanzava ancora un po’ di tempo per leggerli ad alta voce, per commentare qua e là risposte e scelte.

“Siete proprio una bella classe, bravi ragazzi. Avete tutti delle idee molto precise su quello che volete fare e diventare. Sono molto fiera di voi!” ripeteva l’insegnante, volta per volta.

A Chiara cominciò a salirle l’ansia. Le sembrava che tutti i suoi compagni avessero risposto meglio di lei e, alla luce dei loro pensieri, si rese conto che forse non era poi così sicura di quello che voleva o andava bene per sé. Era confusa.

“Vorrei fare la scrittrice ma, mi piacciono molto anche i lavori dell’avvocato, dell’insegnante e della psicologa. Dicono che sarei in grado di svolgerli..”

Passeggiava avanti e indietro, la professoressa. Leggendo, alzando la testa per cercare lo studente in questione e approvando:

“Puoi fare tutto, se lo vuoi, Chiara!” commentò ma, alla frase:

“Mi piacerebbe anche fare l’attrice…”

si bloccò al centro della stanza. La testa si piegò di scatto all’indietro, come per prender aria da caricare una risata squillante e fragorosa.

“L’attrice!” esclamò, ridendo fino alle lacrime.

“Ci vuole memoria per fare l’attrice e tu, Chiara, non riuscisti nemmeno a declamare una delle poesie di Ungaretti, la scorsa settimana!”

Altro scoppio di risa.

“No, no, il ruolo di attrice proprio non ti si addice!” sentenziò.

Non riusciva a smettere di ridere. Chiara sentì un bruciore feroce partirle dallo stomaco che si estese veloce fino alle guance e alla nuca. Tutto, dentro di lei, bruciava e le lacrime premevano per uscire. Non voleva piangere, l’avevano sempre presa in giro proprio per il pianto facile. Non c’era nessuna lacrima da versare.

Aveva scritto un sogno di troppo. Era stata sprovveduta, aveva messo nelle mani di un adulto le chiavi dell’umiliazione. Non riusciva a parlare, poteva solo subire.

E fissare le scritte e i tagli che imperversavano sulla superficie del tavolo al quale si era aggrappata.

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