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Curriculum del lettore di Valentina Rosatti Boudoir: gli scatti di lettura di una fotografa Glamour

23 novembre 2016
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Nuovo mercoledì, nuovo Curriculum del lettore.

Questa volta tocca a Valentina Rosatti Boudoir & Glamour, fotografa professionista e ritrattista.

Valentina ha attirato la mia attenzione per aver rilevano nel mio viso dei lineamenti botticelliani (la mia vanità ringrazia) per poi conquistarmi completamente con il suo Curriculum del lettore che oggi qui ospito.

Non mi dilungherò a descrivere le mie impressioni su di lei, perché le ho rivissute leggendola e sì, mi piacerebbe molto farmi fotografare da lei. Non per vanità, ma per la sensibilità che ho scoperto dietro ai suoi scatti, grazie alle sue letture.

Non c’è bisogno di mettersi in posa, solo sedersi e vedere le sue letture attraverso i suoi occhi (e il suo sorriso).

Valentina Rosatti Boudoir & Glamour (immagine pagina Facebook)

Curriculum Del Lettore di Valentina Rosatti Boudoir: gli scatti di lettura di una fotografa ritrattista

Quando Rita mi ha chiesto di scrivere il Curriculum del Lettore di questa settimana mi sono sentita ovviamente onorata, ma anche un po’ spaventata. Io che ho imparato a comunicare quasi esclusivamente tramite le mie fotografie, ho perso un po’ quella capacità di scrittura che mi aveva tanto aiutata durante gli anni di scuola. Mi sono ritrovata quindi con una sfida e una decisione da prendere: accettare o meno. Ovviamente, lo avrete ormai già capito, ho accettato. E quindi eccomi qui, con una storia da scrivere, una storia che una volta tanto è la mia e non quella delle donne che fotografo.

A questo punto il passo successivo è stato decidere come scrivere questo curriculum, da dove partire, come raccontarmi attraverso le mie letture. Insomma ci ho ragionato qualche giorno e poi, come sempre, l’illuminazione è arrivata quando ho smesso di arrovellarmi. Quindi questo sarà un vero e proprio flusso di coscienza, visto che è ciò che mi riesce meglio: mi aprirò totalmente come sono solita fare con le mie immagini, aprirò mente e cuore a chi avrà voglia di leggere questa storia.

Il primo libro di cui ho memoria è un grande, grosso vecchio libro che conteneva una raccolta di favole e fiabe. Il titolo, se non ricordo male era proprio Fole, Fiabe e Filastrocche. Un libro ereditato e arrivato nelle mie mani (e prima ancora in quelle di mio fratello otto anni più grande di me) da chissà dove. Un libro già vecchio negli anni Ottanta. Però io lo trovavo meraviglioso con quelle sue pagine ruvide, le illustrazioni dozzinali dai colori pastello un po’ slavati. E quando ci penso mi tornano alla mente i pomeriggi passati con la nonna che, come nella più tipica tradizione italiana, si prendeva cura di me, di mio fratello e a volte dei miei cugini, dato che il lavoro dei nostri genitori li teneva impegnati per quasi tutto il giorno.

Quanta pazienza che ha avuto la nonna nel curarci e crescerci. Chi per un verso o chi per l’altro, eravamo quattro creature difficili da gestire. Quante volte si prestava ai nostri giochi, ci assecondava, ci viziava e ci leggeva e raccontava fino allo sfinimento quelle storie, quelle fiabe e filastrocche. Quel libro è esattamente il simbolo della mia infanzia: un momento della mia vita a cui oggi ripenso con dolcissima nostalgia e per la quale non posso fare altro che ringraziare. L’amore, l’affetto e la bellezza di quei momenti li porterò sempre nel cuore. Quei profumi, le litigate con mio fratello, i pianti e i dispetti, le risate fino alle lacrime, la tv commerciale con le infinite repliche della Signora in Giallo che guardavo insieme alla nonna al rientro da scuola, mentre davanti a me sul tavolo un fumante piatto di rigatoni al sugo. E poi finalmente le domeniche che si passavano con mamma e papà, a dormire fino a tardi, a giocare nel lettone e a guardare film sul divano. Scrivo e sorrido.

Gli anni delle elementari e forse anche delle scuole medie (se non ricordo male) sono stati caratterizzati da un’altra lettura che era un appuntamento fisso settimanale e che, ancora una volta, è legata a doppio filo con il ricordo dei pomeriggi trascorsi con la mia adorata Nonna Pina: il mercoledì trotterellava fino all’edicola per portarmi a casa l’uscita fresca fresca di Topolino. Ora mettiamo subito in chiaro una cosa: leggevo quasi esclusivamente le storie di Paperino, Paperone & Co. Io, non so voi, ma Topolino non l’ho mai retto. Ecco.
E invece nelle sfighe di Paperino e soprattutto nel suo non mollare mai nonostante tutto mi ci immergevo totalmente. E poi Paperina era bellissima e Zio Paperone alla fine era solo un vecchietto strano e un po’ acido, ma tutto sommato dal cuore tenero.

Le letture un po’ più strutturate sono sicuramente iniziate con le scuole medie e le collane del Battello a Vapore e un altro vecchio volume arrivatomi per regalo di Piccole Donne. Una storia tanto triste..

Ricordo un libro in particolare, come mio solito storie tormentate e struggenti: Innamorarsi di April di Melvin Burgess. Già ai tempi in cui lo lessi per la prima volta mi chiedevo se effettivamente fosse una storia adatta a una ragazzina di undici, dodici anni. Ma era pubblicato dal Battello a Vapore, quindi non mi soffermai più di tanto sulla questione. Quel libro campeggiava ancora fino a poco tempo fa nella libreria in casa dei miei genitori.

Quanto ho amato e vissuto come fosse realtà la storia di April, ragazzina di tredici anni sorda ma bellissima, bella di quella bellezza selvaggia e intelligente che solo le protagoniste dei libri a volte sembrano possedere. Noi le invidiamo, vorremmo essere come loro, ma non ci sentiamo all’altezza. Non ci accorgiamo che in realtà siamo proprio l’incarnazione di quella bellezza, che noi siamo belle e selvagge, intelligenti e appassionate, ognuna a modo nostro. L’altro protagonista della storia insieme ad April era Tony, ragazzo diventato povero e trasferitosi in quel piccolo paesino su un fiume americano insieme alla madre e dove avrebbe incontrato questa ragazza così speciale. Ambientato forse, sempre se la memoria non mi inganna, in un periodo storico che potrebbero essere stati gli anni trenta o quaranta del Novecento, il libro mi aveva particolarmente turbata e allo stesso tempo affascinata: per la “crudezza” di alcuni passaggi (crudi per una ragazzina di undici anni, timida, insicura e che del mondo non aveva visto davvero nulla) e per la bellissima storia di un’amicizia che alla fine si sarebbe trasformata in qualcosa di più.

C’era una sorta di aspettativa, l’attesa di un momento di passaggio verso quel qualcosa di più, verso qualcosa di più adulto che mi aveva accompagnata durante tutta la lettura. Io ho sempre voluto di più, ho sempre avuto lo sguardo proiettato al poi, al futuro e in quel periodo, mi rendo conto solo ora, non vedevo l’ora di crescere.

Ripeto, non sono molti i libri di cui vi parlerò quindi credo che tutto sommato si possa fare un enorme salto in avanti, a livello temporale.

Le letture durante le scuole superiori non sono state molte, o comunque non abbastanza importanti perché mi rimanessero scolpite nella memoria.
Ci sono stati soprattutto i libri di testo da studiare per la scuola, i romanzi delle letture estive e poche letture portate avanti di mia spontanea iniziativa di cui però non ho ricordo.

Solo due appunti (e questa è una citazione del Curriculum del lettore di Lisa Bortolotti): io i Promessi Sposi li ho odiati con tutto il mio cuore. E ancora non riesco a sopportarne l’idea. Lisa, carissima, mi dispiace, ma non riesco proprio ad apprezzarli. Spero che avrai ancora una buona opinione di me.

E poi c’è stato anche per me lo scoglio di Tolkien e de Il Signore degli Anelli: ci ho messo due anni per leggerlo. Ma quanto mi sono sentita fiera di me stessa poi, non posso spiegarvelo. È ancora motivo di vanto per me.
Lettura intrapresa grazie a (o a causa di) mio fratello. Lui non è mai stato un gran lettore, anzi quasi per niente, ma aveva amato il primo film ispirato al libro e mi aveva trascinato in questo vortice fatto di serate a guardare lui e i suoi amici giocare a Dangeous & Dragon e al cinema, sempre con i suoi amici, a guardare tutta la trilogia cinematografica de il Signore degli Anelli.

Approdare all’università per me è stato un traguardo di importanza epocale. Finalmente finiti gli anni per me terrificanti delle scuole superiori, potevo lasciarmi alle spalle una Valentina insicura, impaurita e un po’ demoralizzata e voltare pagina, cominciare da zero.

Diciamo che gli anni delle superiori non sono stati esattamente il mio momento migliore, sotto tanti punti di vista. Sono stati anni un po’ difficili, avevo costruito un carattere acido e antipatico per coprire le mie paure e insicurezze e aggiungiamo pure che, esteticamente, non ero il massimo della vita. Ma d’altronde, ormai lo so bene, quando non ci sentiamo bene dentro, quando non ci amiamo nel profondo, tiriamo tutto fuori, buttiamo tutto all’esterno. Ed è quello che facevo io.

Quindi, dicevamo, università: nuova vita, nuova me. Qui ho iniziato quel fondamentale percorso di apertura, di costruzione della mia autostima, mattone dopo mattone, che mi ha reso profondamente la persona che sono oggi: una persona che non vede più la vita come una serie di cose che fanno paura, ma come una serie di sfide e opportunità da affrontare con serenità, consapevole delle mie capacità, della mia forza, della mia bellezza interiore ed esteriore.

Mi si è aperto, in questi cinque lunghi, faticosi, meravigliosi anni, ma che non ripeterei per nulla al mondo, un universo di novità, di nuovi interessi, di conoscenza. Anche qui pochi libri letti per mio personale godimento, ma ritrovo in questo periodo il primo libro scelto con adulta consapevolezza: Le vie dei canti di Bruce Chatwin.

Un pomeriggio in cui mi ero trovata a passare nella libreria della sede centrale dell’Università di Milano carica di libri e ricordo ancora oggi con un mal di cervicale allucinante, decisi di spendere quei quattro soldi che mi avanzavano dall’acquisto di alcuni libri di testo per quel libro che mi aveva tanto incuriosito leggendo la sinossi in quarta di copertina.

Io studiavo Mediazione Linguistica e quindi era un libro che non c’entrava proprio nulla con la mia formazione. Ma ricordo di esserne stata attirata come una falena dalla luce artificiale del lampione sotto casa, in una sera d’agosto.
Portato a casa e letto, anzi divorato. Mi rendo conto che dovrei riprenderlo, rileggerlo alla luce della persona che sono oggi. Ciò che mi aveva affascinato era questo racconto quasi onirico, immaginifico.

La mia mente fotografica, la mia essenza sognatrice se ne abbeverava come fosse linfa vitale.
E ancora oggi, quando ripenso a questo libro, sento qualcosa smuoversi dentro di me, una sensazione fisica, a metà strada tra lo stomaco e il cuore. Un calore profondo, piacevole, terreno.

Arriviamo rapidamente alla fine dell’università, al momento di passaggio in cui ho tentato di trovarmi un lavoro normale, non riuscendo però poi a resistere al richiamo della fotografia e alle ultimissime letture.

Il momento di passaggio è stato segnato dall’esperienza del servizio civile nella biblioteca della mia cittadina.

Un lavoretto che mi dava un minimo introito economico, che mi occupava solo mezza giornata e che mi permetteva di avere tempo per cercarmi un lavoro normale (prima) e cercare un modo per diventare una vera fotografa (poi). Un’esperienza fondamentale per me, soprattutto a livello umano, per le persone che ho incontrato e per ciò che, nel bene e nel male, mi hanno donato.

Sotto gli occhi mi sono passati migliaia di libri in quei due anni di lavoro, ma pochi hanno veramente catturato la mia attenzione. Due in particolare: uno è stato un romanzetto brevissimo, un fiume in piena di parole, quasi senza punteggiatura, da leggere nel giro di poche ore, un’altra storia struggente tra un uomo e una donna, forte, potente, quotidiana e ancora una volta, immaginifica. Ero dietro di te di Nicolas Fargues mi capitò in mano per caso, restituito insieme ad una pigna di libri da qualche utente.

E poi c’è stato il libro Hokusai Manga. Ok, questo non è un romanzo, ma la raccolta di tutte le più belle illustrazioni di Hokusai e sì, avevo pregato la vicedirettrice della biblioteca di acquistarlo perché lo avevo visto in libreria e costava troppo per le mie tasche. Ma arrivavo dall’aver studiato lingua e cultura giapponese all’università e non potevo non avere la possibilità di potermelo gustare con calma, quel tratto grafico così particolare. (Non scalpitate sulle vostre poltrone ora e non chiedetemi di dirvi nulla in giapponese, non ricordo un bel niente).

Libro fondamentale per la mia formazione fotografica invece è stato Come fotografare ad un livello superiore di George Barr.

Mi ha aperto la mente, mi ha aiutato a cambiare prospettiva e a credere nelle mie competenze fotografiche. Mi ha aiutato a capire tante cose, non tanto di tecnica fotografica, perché non è assolutamente un libro di tecnica fotografica. Mi ha sensibilizzata e mi ha regalato un punto di vista diverso. In fondo li dentro ci sono le fondamenta del mio essere fotografa oggi: offrire un punto di vista diverso e nuovo è una delle caratteristiche fondamentali che mi contraddistinguono nel mio lavoro. Quindi un grande grande grande grazie a George Barr, un medico statunitense con la passione per la fotografia astratta di paesaggio. E pensare che poi sono diventata una ritrattista.

L’ultimissimo libro in oridne di tempo che ho letto, ma che devo riprendere dall’inizio perché così vuole l’autrice, è un testo che mi sta profondamente cambiando, che mi sta aiutando a vedere il mondo ancora una volta attraverso una nuova, incredibile prospettiva. Dopo un periodo di stanchezza, più mentale che fisica, un periodo di stop emotivo, avevo bisogno della carica di Louise Hay e del suo Puoi guarire la tua vita.

Perché sì, puoi guarire la tua vita se c’è qualcosa che non quadra. Puoi stare meglio, devi stare meglio, devi volerti bene e non è difficile come siamo abituati a credere. È tutto molto, ma molto più facile di quello che pensiamo, dobbiamo solo desiderarlo, volerlo realmente e semplicemente, realizzarlo.

Per terminare questo percorso tra le mie letture, vorrei citare in ordine sparso alcuni libri di cui non vi ho parlato prima. Lo faccio qui e lo faccio in questo modo un po’ confuso perché rappresentano libri che in qualche modo hanno avuto un peso sulla mia formazione o mi hanno colpita e hanno contribuito a rendermi la persona che sono oggi. Tuttavia alcuni non saprei più collocarli temporalmente nel modo corretto, ma soprattutto questo curriculum del lettore diventerebbe davvero troppo lungo.

Insomma, dicevo, in ordine sparso troviamo anche: La fine è il mio inizio di Tiziano Terzani. Quanto ho pianto arrivata alle ultime pagine e credo di poter dire che sia stato un mattoncino importante nella costruzione della mia nuova consapevolezza.

Io sono un gatto di Natsume Soseki. Io che non sono una persona particolarmente amante dei gatti, mi sono divertita da matti a leggere questo romanzo. Sarà perché, ancora una volta, la storia è raccontata da un punto di vista narrativo del tutto inusuale e a me i punti di vista inusuali mi piacciono un sacco.

Arte e fotografia di Aaron Scharf: me lo ero ritrovata nell’elenco di testi da studiare per un esame all’università e ovviamente l’ho amato subito. Soprattutto mi ha aiutata a conoscere la storia del mio mezzo di comunicazione prediletto e ha gettato una luce interessantissima sul rapporto tra l’arte fotografica e l’arte intesa in senso più “tradizionale”.

Arriva poi Storia di Neve di Mauro Corona: torna sempre una protagonista femminile e un romanzo dalla spietata forza narrativa, in tempi ancora non sospetti. Lettura terminata durante un noiosissimo lavoro come receptionist durante gli anni della laurea specialistica.

Infine, poi finisco davvero ve lo prometto, La ragazza con l’orecchino di perla di Tracy Chevalier e la trilogia Millenium di Stieg Larsson: una vera e propria scoperta quest’ultima, il thriller-poliziesco non è il mio genere prediletto, ma come non impazzire per Lisbeth Salander?

Le storie delle donne, della loro forza e della loro intrinseca bellezza tornano sempre, sono una costante ed una conferma che il raccontare attraverso le mie fotografie, le loro storie non è solo qualcosa che ho scelto di fare per portare il pane in tavola, ma qualcosa di più grande di me, che mi scorre nelle vene, che vive in me e che rappresenta ciò che amo fare più di ogni altra cosa al mondo.

Ora io con le conclusioni non sono bravissima, quindi cercherò di distrarvi affinché non vi accorgiate che questo curriculum del lettore è finito in modo un po’ brusco e frettoloso. I commiati e le belle chiose non sono per niente il mio forte.

L’unica cosa che posso fare è ringraziarvi di aver avuto la forza di arrivare fino in fondo, lo so che la sintesi non rientra nelle mie qualità, ma giuro che ci sto lavorando.

E soprattutto non posso fare altro che ringraziare Rita di questa opportunità, di questa sfida lanciata un po’ per caso in una conversazione virtuale che spero si trasformi presto in conversazione reale. Ne avevo davvero bisogno e il dono che mi ha fatto lei non può proprio immaginarlo.

Quindi, semplicemente, grazie.

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1 Comment

  • Reply #CurriculumDelLettore: un novembre ricco di valore e immagini – paroleombra 30 novembre 2016 at 7:31

    […] vale anche per la fotografa professionista Valentina Rosatti Boudoir. Anche lei mi ha offerto un #CurriculumDelLettore ricchissimo, denso di significati e di […]

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