Scrittura creativa

Pausa racconto: il sogno di Mariel

17 novembre 2016
#PausaRacconto: il sogno di Mariel

“I sogni sono quelle cose da cui ci si risveglia” – Raymond Carver

Mi piacciono i sogni, spesso li appunto nel primo foglio che trovo. Al buio e con una scrittura orripilante. Poi li dimentico e, quando vado a rileggere ciò che ho scritto, paiono geroglifici incomprensibili.

Qualcosa di leggibile per la Pausa racconto l’ho però trovato, il sogno di Mariel.

Pausa Racconto: il sogno di Mariel

I sogni sono narrazioni interessanti e il loro maggior fascino risiede nelle soluzioni sconclusionate derivate da cause reali.

Mariel attende il sonno di Morfeo invidiando il compagno che, accanto a lei, dorme beato con la faccia affossata nel cuscino, le spalle avvolte in un mantello di lenzuola.

“Come sarebbe avere un figlio? L’amerei nel modo giusto? C’è un modo giusto per amare?” pensò Mariel.

Il compagno cominciò a russare. Lei non riusciva a prendere sonno. Si alzò dal letto, per quella sera avrebbe dormito sul divano. Non credeva nel potere dei sogni, sconclusionate variazioni di una realtà e dei criteri che la definiscono. Tuttavia le palpebre, lentamente, si abbassarono e le pupille si aprirono al mondo onirico.

Prima la densa oscurità di una notte senza stelle e poi un varco luminoso, quasi accecante, si aprì davanti a lei. Non riusciva a orientarsi ma, con la pianta dei piedi, sentiva consolidarsi sotto di lei una superficie dura e irregolare, stava camminando su una strada lastricata con pietre fluviali. Si accorse di essere al centro di una piazza circolare. Tutto, case comprese, era costruito con pietre bianche e levigate ad eccezione della fontana. Un monumento in muratura, semplice, disadorno, privo di bassorilievi, sculture, arabeschi. Nulla, non zampillava nemmeno l’acqua cristallina per la quale era stata costruita.

C’era qualcosa che non andava o meglio, che mancava. Dalle case affacciate sullo spiazzo non proveniva alcun tipo di rumore associabile alle attività domestiche. Il sole splendeva, ma l’atmosfera pareva notturna. Un luogo disabitato nel quale si percepivano presenze invisibili e ostili. Mariel si sentiva osservata.

Fece qualche passo in direzione della fontana e vi guardò dentro. Un piccolo fagotto colorato spiccava tra la polvere e i calcinacci. Le presenze che la ragazza percepiva, dapprima lontane, ora sembravano essersi improvvisamente destate. Sentiva i loro respiri alitarle sul collo, concretizzarsi in vaghe forme umane. Pronte a fermarla e a impedirle di raccogliere quell’involto abbandonato.

Mariel non pensò. Prese il pacchetto e si voltò, verso le nubi scure che l’avevano condotta in quel luogo e che si stavano richiudendo. Vi corse incontro, le oltrepassò prima di rimanere intrappolata nel paese fantasma.

Le presenze ostili erano state seminate ma la donna si accorse di non essere ancora tornata dal mondo dei sogni. Attorno a lei si materializzarono stanze e pareti immerse nella penombra lunare. Sembrava una riproduzione del suo appartamento, in scala maggiore. In salotto, un televisore dalle dimensioni anormali proiettava film in continuazione, dei generi più svariati. Scene scollegate si accavallavano senza un apparente filo logico. Mentre le osservava imbambolata, qualcosa, tra le sue braccia, si mosse.

#PausaRacconto: il sogno di Mariel

immagine via Pixabay

Aveva dimenticato il fagotto portato via dalla fontana. Mariel abbassò lo sguardo e scostò i panni che avvolgevano il suo fardello. Spuntò fuori un visetto raggrinzito dal colorito cereo, le labbra serrate in una smorfia dolorante. Un neonato.

“Un bambino vero!” esclamò Mariel, sconcertata.

Il piccolo non era certo il ritratto della salute, aveva bisogno di cure e lei fu colta dal panico. Cominciò ad aggirarsi per le stanze della casa in cerca di qualcosa che potesse aiutarlo. Ma tutto intorno a lei pareva vuoto. Tutto vuoto. Non riuscì a trovare nulla fino a quando non comparve alle sue spalle il compagno il quale, preoccupato, le si era avvicinato.

“Cosa c’è?” domandò lui

“Ho salvato questo bambino, ma non sta bene e in questa casa non c’è nulla con cui nutrirlo o vestirlo e sta cominciando a irrigidirsi. Ha bisogno di aiuto” rispose Mariel, sul punto di piangere.

“Dagli questi!” esclamò porgendole un mazzo di fiori, quasi secchi.

“Ma che dice? Ha bisogno di latte, non di fiori!” pensò, scandalizzata.

Guardò i petali. Erano azzurri con leggere sfumature violacee. Ne staccò alcuni e al tatto le parvero morbidi, delicati ed esalavano un profumo delizioso. Senza rendersene conto li avvicinò alle labbra dell’infante. I petali si sciolsero in un liquido candido, leggermente denso e, colando lungo le dita raggiunsero, goccia dopo goccia, la bocca aperta del neonato che bevve avidamente.

Le guance, da livide e contratte divennero rosee e paffute. Le manine cominciarono ad agitarsi verso la mano di Mariel e l’espressione, prima sofferente, mutò in un tripudio di sorrisi accompagnati da buffi gorgoglii.

Il cuore di Mariel si rasserenò e mentre il compagno guardava il frugoletto con aria assorta, la mente di lei già programmava il passo successivo. Forse doveva cambiarlo.

Collocò con cura il neonato sul tavolo della cucina adibito, per l’occasione, a fasciatoio. Dove prima non c’era nulla, ora appariva dalle mani del compagno. Bacinella, acqua calda, salviette, asciugamani, vestitini. Non mancava nulla. Mariel prese una salvietta e improvvisamente, anche se teneva il piccolo per evitare che cadesse, questi si girò su se stesso e planò sul pavimento.

Per un attimo il cuore di lei si fermò per riprendere a battere più vorticosamente di prima. La mente, paralizzata dal terrore, già la condannava a madre degenere e incapace. Raccolse il bambino e questi rideva a crepapelle. Tra una risata e l’altra i suoi occhietti vispi si posarono su di lei, cominciò ad agitarsi per ripetere l’esperienza ma Mariel non voleva farlo cadere ancora e più si preoccupava per il suo benessere e più quello se la rideva.

“Che incosciente!” pensò.

Finalmente le risate si attenuarono e il neonato, scoprendo le gengive in un sorriso immenso, posò le sue manine sul petto di lei e, sereno, si addormentò. Che strana sensazione.

Quella piccola manina adagiata sul suo seno emanava un calore mai provato prima. Le sciolse il cuore facendole riscoprire una fiducia, in lei e per lei, che pareva incrollabile. Amore, tenerezza, conforto? Non riusciva quale emozione prevalesse di più sulle altre. La fecero sussurrare, semplicemente:

“Andrà tutto bene”.

Un sussurro, una frase che ancora aleggiava nell’aria nel momento del risveglio. Riecheggiava ancora quando si guardò attorno riconoscendo il divano, reale, sul quale aveva dormito.

Si alzò, attraversò il corridoio e raggiunse la camera da letto. Alla frase sognata si mescolò il profondo russare del compagno. Lei rimase lì, in piedi di fronte al letto, ad osservare quel buffo principe addormentato. Contemplò la sua fronte ampia e spaziosa, l’arco delle sopracciglia che incorniciavano le palpebre calate sui suoi grandi occhi, il naso piccolo e diritto e quelle labbra che ogni mattina si posavano sulla sua fronte, prima di andare al lavoro. Mariel gli fece una carezza.

“Saresti un padre meraviglioso” pensò assorta

C’era un test di gravidanza nell’armadietto del bagno, forse, magari. Si ritrovò davanti allo specchio con il test fra le mani:

“Una linea, negativo. Due linee, positivo” lesse, dopo averlo utilizzato.

Una linea. Delusa, Mariel buttò l’oggetto nel cestino.

“Forse è meglio così…”

Mentre lei si accoccolava accanto al suo amore, in bagno, nel cestino dei rifiuti, giaceva il test. Comparve la seconda linea. Positivo.

Andrà tutto bene…

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1 Comment

  • Reply #PausaRacconto: Il giorno dei test attitudinali – paroleombra 1 dicembre 2016 at 7:32

    […] è parlato del fatto che comunicare con le stelle non è niente di speciale, ci si è immersi nel sogno di Mariel per poi partecipare a una festa dove la protagonista è una bambola di […]

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