Scrittura creativa

Pausa racconto: Mantide, terza parte e finale inaspettato

22 settembre 2016
#PausaRacconto: Mantide, terza parte e finale inaspettato

Che peccato, la Pausa racconto che narra la storia di Sara e Ted sta giungendo al termine.

Non sai cos’è successo? Allora ti consiglio di leggerti la prima e la seconda parte, magari con una delle canzoni che ho scelto come sottofondo e scoprire qui il suo inaspettato finale.

Pausa Racconto: Mantide

La trovò in camera da letto, affacciata alla finestra. Il letto fatto a metà con le lenzuola pulite. Lei pareva incantata, persa a guardare fuori. L’impulso nervoso di lui si acquietò lasciando spazio alla curiosità e alla voglia di fare un gesto di tenerezza. La abbracciò e lei si riscosse, lieve:

– Che guardi? –

–  Il fiume, è strano. Mi era parso di aver sentito cantare – rispose lei, quasi fosse ipnotizzata.

– Forse stavi canticchiando tu qualcosa tra te e te, senza rendertene conto – ipotizzò, pacato.

Lei si era voltata e lo guardava incuriosita. Quell’espressione corrucciata che sembrava chiedergli risposte o protezione gli piaceva, lo rendeva bendisposto nei suoi confronti. Alzò la mano per farle una carezza. Un gesto banale, come quando si sposta una ciocca di capelli ribelle. Solo allora vide la mantide sul dorso della mano di lei, appoggiata sul davanzale.

Con improvviso disgusto, Ted si allontanò bruscamente da Sara. Le storse il polso e la obbligò a schiaffeggiare l’aria per buttar giù l’insetto. La mantide non aveva ancora toccato terra che lui l’aveva già calpestata, tra mille strepiti e imprecazioni, più e più volte, rendendola una macchia verdognola e indistinta sul pavimento. Sara si spalmò letteralmente sul muro. Pietrificata.

– Ho ucciso una mantide schifosa, mica l’ho picchiata! – pensò Ted – Perché mi guardi così? – domandò

– Era solo una mantide… – sussurrò Sara abbassando gli occhi. Il polso le doleva e se lo portò dietro la schiena. Con discrezione, posò quella stessa mano fuori dalla finestra e mosse le dita in un modo particolare. Come se stessero lanciando un segnale, un messaggio in codice che poteva essere visto là dove il fiume si immergeva nel fitto della foresta…

– Lo sai che mi fanno schifo gli insetti. Tutti gli insetti! – abbaiò per poi ricomporsi e dire:

–  Vado a farmi un giro. Fammi il piacere di pulire questo schifo e poi prepara il pranzo. Che schifo! –

–  Ok… –

“So if you meet me
Have some courtesy
Have some sympathy and some taste.
Use all your well – learned politesse
Or I’ll lay your soul to waste”

#PausaRacconto: Mantide

Ted si precipitò fuori e, senza rendersene conto, stava già costeggiando le rive del fiume. Il passo aveva assunto la cadenza di una normale, blanda passeggiata. Ogni tanto compariva l’immagine della mantide, con i suoi occhietti maligni e quelle disgustose zampette seghettate. Sentì un canto in lontananza.

–  Forse Sara non aveva sognato – si disse cercando di localizzare la voce. Era femminile. Pura, pulita. Si mimetizzava con lo scorrere dell’acqua.

Si addentrò nel sottobosco. Ad un certo punto il fiume faceva una curva, come per il sentiero sterrato e la deviazione aveva creato una specie di pozza naturale all’interno della quale vide una donna che nuotava placidamente.

–  Caspita! Che gnocca! – esclamò Ted. E non a voce tanto bassa.

La ragazza si voltò e lo fissò dritto negli occhi. Lunghi capelli neri e occhi di un verde talmente acceso da non sembrare naturali. Non smise di cantare. Un piccolo sorriso. Le mani affusolate tracciavano piccoli cerchi nell’acqua e, discrete, si aprivano in un abbraccio. Un invito per il fortunato osservatore.

Senza rendersene conto, Ted era in acqua. Vestito di tutto punto. Era talmente attratto da quegli occhi femminili, invischiato in quel canto che non si era nemmeno preso la briga di togliersi le scarpe. Non riusciva a controllare i suoi pensieri, né le azioni e si lasciava trascinare da una forza invisibile.

Da vicino era ancora più bella. E nuda.

Non gli venne in mente di domandarsi che cosa ci facesse una bellissima donna, completamente nuda, in un posto sperduto e nascosto come quello. Era una situazione surreale ma eccitante. La silenziosa sconosciuta aveva un fascino così ammaliante, sensuale, disponibile…

– Chi sei? – domandò, inebetito.

Nessuna risposta, solo un sorriso. La ninfa fece scorrere la mano sul suo volto. Una carezza leggera prima di un bacio. Un abbraccio e Ted sentì che, piano piano, lo conduceva sul fondo. Fece un bel respiro e chiuse gli occhi per prolungare quel magico contatto con labbra femminili.

Solo che il bacio si rivelò e gli parve più lungo del previsto. Doveva riemergere in superficie per recuperare un po’ d’aria. La creatura lo trattenne. Non lo lasciava andare. Si sentiva stretto in una morsa d’acciaio. Aprì gli occhi.

Vide altri volti femminili che sorridevano e lo attorniavano. Occhi bellissimi, occhi maligni. Quelli erano denti aguzzi di un piraña o era solo la sua immaginazione? Aveva bisogno di ossigeno. Stava annegando. Cominciò ad agitarsi. Entrò nel panico e, quando notò che la parte inferiore di quelle fanciulle non era costituita da un paio di lunghe lunghissime gambe ma da zampe di capra, l’incanto si ruppe.

I denti erano aguzzi. Non aveva sognato. Cercò di prenderne a pugni una, per allontanarla ma queste gli giravano attorno, come in una danza. Sentì una fitta dolorosa al collo. La prima seduttrice l’aveva morso e gli stava attaccata come una sanguisuga.

Ci fu un aleggiare rossastro. Le altre gli si lanciarono addosso. Lo fecero a pezzi e lo spolparono con la stessa precisione e velocità di un banco di piraña. Ted non ebbe il tempo di prendere coscienza che era finito. La morte fu rapida. Di lui rimase un mucchietto d’ossa e qualche vestito sbrindellato, fissato sul letto del fiume.

– Non torna. Che abbia funzionato? – pensò Sara guardando ancora fuori dalla finestra della camera da letto.

Si sentiva sollevata, però non aveva fatto nulla di quello che le aveva ordinato. Aveva pensato di scappare, solo che le chiavi della macchina le aveva lui e non era certa che la Glaistig avesse rispettato il patto. Erano passati tanti anni da quando, bambina, aveva cercato di curare una mantide seviziata da uno dei suoi compagni di campeggio.

Non era vero che Sara non aveva idea di dove si trovasse. Aveva lasciato il depliant della località sul tavolo della cucina perché Ted lo vedesse non appena le aveva accennato il suo desiderio di ricominciare, di prendersi una vacanza in un posto tranquillo. Lei si ricordava della Glaistig, l’aveva ringraziata per essersi presa cura della mantide e di aver taciuto la scomparsa del sadico campeggiatore. Ma la Glaistig si sarebbe ricordata di lei, l’avrebbe aiutata come le aveva promesso anni fa?

Forse era meglio sbrigarsi a pulire e a far di pranzo. Prese un canovaccio e si cimentò a pulire la macchia lasciata dal cadavere della mantide sul pavimento. Era sparita.

Sentì un lievissimo tintinnio. Sul comodino c’era lei, la mantide. Era viva e vegeta, di un bel verde brillante. Guardò Sara con i suoi occhietti a spillo. Un impercettibile movimento della testolina triangolare. Sotto le zampette, le chiavi della macchina.

Era libera. I patti erano stati mantenuti.

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1 Comment

  • Reply Pausa racconto: Mantide, seconda parte – paroleombra 26 febbraio 2017 at 22:48

    […] finale? Nella terza e ultima parte. […]

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