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Leggere Hashish di Théophile Gautier

9 settembre 2016
Recensione: leggere Hashish di Théophile Gautier

Comincia con Hashish di Théophile Gautier la giornata dedicata al libro della settimana. Pensavo di tenermi sul leggero con uno dei racconti d’autore del Il Sole 24 Ore, collana uscita fino a poco tempo fa (e che si è inspiegabilmente interrotta).

La ruota del caso si è quindi fermata su Hashish ma, non è che sia stata una lettura poi così semplice. Ti spiego perché.

La scoperta di Théophile Gautier: narratore romantico e decadente

Non avevo mai sentito parlare di Théophile Gautier. E questo è curioso se penso a quel breve lasso di tempo scolastico che fu dedicato al romanticismo e al decadentismo.

Mi piaceva l’idea di arte professata da Baudelaire e il romanticismo, nell’accezione vera del termine, mi affascinava.

Era intrigante l’immagine che mi facevo di artisti, scrittori e intellettuali che si riunivano nei caffè parigini discutendo della bellezza in tutte le sue forme durante il giorno per poi perdersi negli effetti di alcool e droghe non appena calava il buio della notte e del sogno.

Era un po’ come vedere spiriti tormentati ma liberi, pronti ad affrontare l’ignoto e i meandri della mente e del cuore umano. Le sostanze stupefacenti non erano una fuga dal dolore e la loro attrattiva stava nel potere che esse sembravano dare alle anime dei poeti decadenti. Tutto ciò che provavano, sentivano, pensavano era vissuto come l’opportunità di amplificare ciò che la ragione non riusciva a vedere lucidamente. Andare oltre.

Ma mi faceva anche un po’ paura. Perché il desiderio di raggiungere la bellezza e l’arte più pura esigeva un prezzo da pagare molto alto, la follia. Così non approfondii molto gli esponenti di queste correnti artistico – intellettuali, pur ammirandone il coraggio sperimentale dei loro intenti.

Con Hashish di Théophile Gautier sono tornata ai tempi della scuola e ho subito gli effetti della droga, pur non avendola assunta.

Hashish di Théophile Gautier

Hashish di Gautier in due versioni diverse, più il ruolo dell’oppio

Il libretto di Gautier è molto breve e consta di tre racconti in tutto. Il primo, Il club dell’hashish, è speculare al secondo, l’Hashish.

Il club dell’hashish è narrazione pura. Il protagonista viene accolto nella cerchia dei mangiatori di questa sostanza che, a quanto pare, ha la consistenza della marmellata e si presenta di colore verde. La voce narrante parla in prima persona e illustra i vari stadi che si susseguono dall’inizio alla fine dell’assunzione. Fantasia, Kief, Incubo, Tread – Mill (o, direi io, tormento). Il tutto si conclude con la convinzione che, in fondo, il tempo non esiste e non è altro che una rassicurante illusione per non ammettere che anche questo concetto può morire.

“Il Tempo è morto; ormai non ci saranno più né anni, né mesi, né ore; il Tempo è morto e noi andiamo al suo funerale”.

Leggerlo è stato veramente molto strano. Ora mi annoio e non lo finisco, mi dicevo. Eppure non riuscivo a smettere di leggere, volevo sapere cosa accadeva dopo. A quale rimando e dotta citazione il protagonista si sarebbe aggrappato, per non perdere del tutto il contatto con la realtà? Sarebbe perito secondo quanto aveva minacciato Daucus Carota, il re degli ortaggi con radici di mandragora al posto dei piedi?

“È oggi che bisogna morire dal ridere!”

Che simpaticone… Poi il racconto si è concluso lasciando spazio alla narrazione lucida e razionale, dallo stile vagamente giornalistico, di Hashish. Una specie di rapporto, da sobrio, della sua esperienza indotta, in bilico tra sogno e follia. Ecco, questa parte non mi ha particolarmente colpita mentre ho ritrovato il malinconico fascino decadente nella vicenda de La pipa d’oppio.

Ci sono le stesse dinamiche allucinogene di Hashish ma in questo piccolo racconto si inserisce l’elemento femminile o meglio, l’allegoria del rimedio contro la malinconia. Il protagonista deve svolgere un’azione, seppure in sogno, capace di liberarlo dalla sensazione di perdita, declino della bellezza, dell’amore, dell’arte e della voglia di vivere.

“Se avrai il coraggio di baciare sulla bocca quella che fui e il cui corpo giace nella città nera, vivrò ancora sei mesi e la mia seconda vita sarà tutta per te”.

Parole oscure, parole simboliche. Parole decadenti. Strane. Ignote. Ricche di promesse e di paure. Non trovi?

Sono rimasta così spaesata dopo la lettura di questi brevi scritti di Théophile Gautier che, quasi quasi e per ritrovare la bussola, leggerei altro. In quale romanzo mi cimento? Mademoiselle de Maupin o Il Capitan Fracassa?

Consigliami tu! 🙂

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