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Comunicazione, social e altri disastri

5 settembre 2016
Comunicazione social e altri disastri (immagine via freemagebank.com)

Aprire un blog non fa del blogger un esperto di comunicazione e, per quanto mi riguarda, il mio obiettivo principale non era comunicare o pubblicizzare ma raccontare storie e recensire libri.

Solo che dopo un anno la faccenda ha preso una piega strana e mi sono trovata a interagire sempre più spesso con chi della comunicazione online ha fatto il suo mestiere. Mi sono trovata a leggere termini oscuri come social media, web marketing e parole affascinanti come, contenuti, informazione e giornalismo.

Le relazioni che si sono create con altri blogger e web worker mi hanno portata a voler approfondire questi argomenti così ho messo in ferie il blog per un lungo, lunghissimo mese e mi sono completamente immersa nella realtà virtuale standomene zitta zitta (per quanto mi fosse possibile). Ho osservato i contenuti, ciò che essi comunicavano e come, da profana, li ho percepiti.

Insomma, ho fatto quello che preferisco fare di solito. Ho letto e rielaborato le informazioni nelle quali ero immersa. Se ho imparato qualcosa di comunicazione, spero si riveli nei temi che troverai trattati in questo post.

Punto di partenza: la comunicazione morbida di Social Muffin

Partendo dal presupposto che nella vita reale non sono altro che una commessa, ho notato quanto sia stressante lavorare a stretto contatto con la gente.

Comunicare con il cliente, fare buon viso a cattivo gioco, contare fino a dieci e trovare la forza di avere un minimo di cortesia è, per il carattere che ho io, un’impresa epica. Fin da quando ero una bambina curiosa ma bisbetica ho cercato di lavorare sulla gentilezza e trovo molto più semplice vivere la realtà virtuale che quella reale.

Con semplicità intendo dire che lo schermo e la pagina bianca mi permettono di soffermarmi sul comportamento altrui e di controllare le mie reazioni. Questa opportunità di ascoltare osservando dovrebbe permettermi di applicare gli insegnamenti di Francesca Sollo sulla comunicazione morbida.

Riassumendo, Social Muffin stila le linee guida di un mondo ideale, a tratti utopico, in cui chi lavora nell’ambito dei social, della comunicazione aziendale e della pubblicità deve porre le basi per l’inizio di una relazione che sappia emozionare fornendo, al contempo, un valore concreto e condivisibile.

Olimpiadi e hashtag inutili: tra comunicazione fatta bene e comunicazione fatta male

Tutto questo è molto bello, peccato che la fiducia negli esseri umani subisce un duro colpo quando professionisti del settore definiscono, per fare un esempio tra i mille che ho visto scorrere sull’homepage di Facebook, cicciottelle delle atlete olimpioniche. In questa occasione mi è parso di vedere che molti preferivano comunicare la voglia di spezzare qualche dito nel tempo di un sorriso piuttosto che riflettere sul perché dei giornalisti hanno scelto un titolo così aberrante.

Personalmente, non ho molto interesse a leggere i giornali perché chi vi scrive sembra sentirsi libero di prendere in giro non solo i lettori ai quali si rivolge ma di manipolare le informazioni inaridendole del contenuto che dovrebbero veicolare. Se questi sono i principi etici con la quale svolgono il loro lavoro, perché dovrei spendere anche solo un euro per sentirmi più offesa che conscia di come va il mondo? Perché dovrei fidarmi e instaurare una relazione con quei contenuti?

Perché un esempio di umorismo infantile e niente affatto divertente mi ha permesso di leggere e condividere un contenuto valido, scritto da una persona sensata e che fa il suo mestiere con passione e intelligenza. Grazie alla caduta di credito per l’articolo de Il Resto del Carlino ho avuto la possibilità di seguire una delle regole della comunicazione morbida di Francesca e condividere il pensiero e l’analisi di Alessandra Arpi intitolata Giornalismo e Crisis Management sui social media: la discutibile leggerezza della figuraccia.

Se la comunicazione si presta ad essere condivisa è efficace e genera valore. Non è uno scambio di pacche sulle spalle tra amici ma il saper riconoscere chi parla e scrive nel rispetto della sensibilità e dell’intelligenza del proprio interlocutore.

Chi si rivolge al mondo non può e non deve permettersi di trattare le informazioni con superficialità o limitarsi a scatenare una reazione. Così come non mi sta bene che un intellettuale prepari un articolo superficiale e generalista sugli hashtag solo per riempire uno spazio vuoto su un giornale ma, dato che io sono una semplice lettrice, perché dovrei ribattere? Meglio condividere la conversazione tra Thor e Raffaele Landolfi, quest’ultimo in cura per guarire dalla sindrome della moderazione, sull’argomento.

comunicazione, social e altri disastri (immagine via freestock.org)

Immagine via Freestock

Catastrofi e #FertilyDay: vita e morte della comunicazione online

Ma la comunicazione e i social non sono solo questo… Se le conversazioni, le relazioni che si instaurano tra gli abitatori del web si basassero sulle cadute di stile di questo o quel personaggione, difendersi con l’indifferenza e il silenzio è facile. Il non voler sapere, il non voler lasciarsi coinvolgere in discussioni sterili e fini a sé stesse diventa impossibile quando l’argomento del giorno è il dolore e la tragedia.

Io dovevo aprire l’edicola quando è giunta la notizia del terremoto nel Centro Italia ed ero al bar quando un cliente, leggendo il giornale che avevo appena appoggiato su uno dei tavoli, ha scosso la testa e affermato che ormai non si può più vivere perché sono più i motivi per sentirsi addolorati e impotenti che quelli capaci di farti gioire. Quando ho sentito questa affermazione mi è venuta in mente la parola empatia.

“Capacità di immedesimarsi nelle condizioni di un altro e condividerne i pensieri ed emozioni”.

Apprendere il dolore altrui, per chi ha un certo grado di empatia, equivale a ciò che ha espresso il lettore comune del bar. Non si riesce più a vivere perché si sente, si immagina ciò che sta vivendo chi non è più materialmente al sicuro e il senso di impotenza diventa insopportabile.

I giornali e i social inaspriscono queste sensazioni comunicando e inasprendo il malessere su tutti i livelli o sfruttando la situazione a fini egocentrici e promozionali di chi, del dolore altrui, se ne frega. Nessun dato, informazione, immagine viene usata per segnalare dove c’è più bisogno di aiuto ma se ne cercano altri più sconvolgenti, per fare notizia.

Non voglio soffermarmi troppo su questo tema. Nel mio piccolo, ho cercato di rendermi utile e l’ho comunicato condividendo quelle che mi sembravano informazioni utili, a partire da quelle lette nel post di Assunta Corbo sull’importanza dei social media nella crisi.

Anche in questo caso sono scattate due reazioni, solidarietà e cordoglio da una parte e rabbia e indignazione dall’altra. Nel mezzo, alcuni professionisti della comunicazione hanno messo da parte i loro progetti e reso disponibili le loro competenze per condividere, informare, raccogliere tutto ciò che poteva essere utile a ricostruire mentre, nel frattempo, i vecchi media rivoltavano il coltello nella piaga simulando quello che io percepivo come una falsa empatia.

Nonostante ciò la vera empatia dimostrata da altri mi ha fatto ben sperare sull’idea di avere un giorno un giornalismo costruttivo, incentrato più sul valore della vita, di come preservarla nel migliore dei modi e in una comunicazione studiata non solo per vendere e colmare un bisogno ma capace di generare un futuro dove le relazioni tra le persone possano saldarsi nella certezza del sostegno e nella volontà di rendere reale un’utopia.

Poi è apparsa la campagna del Ministero, il #FertilyDay. Qui non ho avuto né ho la forza (per la troppa rabbia) di commentare questa “strategia di comunicazione e di sensibilizzazione” voluta dal Governo. Ci è riuscito, come al solito, Francesco Ambrosino con il suo sfogo intitolato Fertily Day: la comunicazione in Italia è morta, del quale condivido anche le virgole.

Ti chiedo scusa per la piega amara che ha preso questo lunghissimo post. Non era mia intenzione intristirti, ma questo è ciò che è scaturito dalla mia immersione estiva nei social. Queste sono le tipologie di comunicazione che scorrono sotto i miei occhi ogni giorno e queste sono le condizioni in cui, chi ama questo lavoro, si trova a doversi muovere.

Nel post che ti ho citato all’inizio, sulla comunicazione morbida spiegata da Francesca Sollo, si parla di conversazione, condivisione ed empatia. Mi è parso di leggerle tutte mentre scrivevo questo articolo ma c’è una fattore che ho lasciato in secondo piano, il confronto ma, ne parleremo il prossimo lunedì.

Il tema sarà “leggero” perché ho in mente di analizzare alcuni spot pubblicitari che a me sono piaciuti mentre per altri professionisti no e viceversa.

Curioso?

Photo Credits: immagine in evidenza via Freemagebank

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15 Comments

  • Reply Federica Segalini 5 settembre 2016 at 9:00

    Ciao Rita, ho letto e apprezzato molto il tuo post, che manifesta consapevolezza e soprattutto il desiderio di farla crescere. Comunicare forse non era nei tuoi obiettivi, ma si comunica sia facendolo, sia non facendolo, sia facendolo male. Meglio rifletterci, dunque, e tu l’hai fatto bene! Grazie.

    • Reply Rita Fortunato 5 settembre 2016 at 9:12

      Grazie a te, Federica, per aver letto questo post.

  • Reply Giovanna Di Troia 5 settembre 2016 at 17:15

    Giuste riflessioni svolte ad ampio respiro che intersecano un livello personale ad uno nazionale con vari esempi concreti e recenti. Il giornalismo dovrebbe essere sempre etico e la comunicazione deve rispettare la sensibilità e l’intelligenza altrui, come sottolinei anche tu Rita. Ed è vero anche che nella comunicazione l’empatia gioca sempre un ruolo cruciale.

    • Reply Rita Fortunato 5 settembre 2016 at 18:12

      Grazie per il feedback, Giovanna. È stato complesso scrivere questo post, ma ci tenevo a riflettere su questi temi. 😊

  • Reply Susanna 6 settembre 2016 at 12:47

    Complimenti, hai scritto un bellissimo articolo

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  • Reply Lisa Bortolotti 20 settembre 2016 at 19:11

    Cara Rita, mi ritrovo nelle tue sincere ed empatiche parole. Da anni sono immersa in un ambiente, quello dell’economia, che nasconde tante falsità quanto cerca di cambiare le cose. Ho sempre cercato di parlare prima con il cuore e la speranza piuttosto che con i numeri o la falsità tipica di chi non crede a ciò che sta dicendo. Per questo per me è ancora più difficile ma, so che lo condividi, prima di tutto ci vuole autenticità. Un abbraccio

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  • Reply Buoni e nuovi: i propositi di un blog – paroleombra 27 dicembre 2016 at 7:36

    […] sono domandata cosa voglia dire occuparsi di comunicazione, di cultura e informazione e ho ripensato spesso alle sensazioni che ho provato quando ho […]

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  • Reply La comunicazione negli spot H&M, Original Marines E Kenzo – ParoleOmbra 31 marzo 2017 at 14:09

    […] la scorsa settimana ho preferito fare una carrellata dei contenuti che hanno stimolato in me una riflessione sulla comunicazione in generale, questa volta preferisco concentrarmi su un tema specifico e su come vengono […]

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