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A che serve copiare? Una banale risposta

23 maggio 2016
A che serve copiare? Una banale risposta (immagine via Pixabay)

Copiare è una pratica comune che lusinga e, allo stesso tempo, infastidisce. A volte è un’azione giustificata e giustificabile, altre no.

Oggi mi piacerebbe soffermarmi su questo tema perché questa abitudine, se non viene correttamente contestualizzata, equivale a un vero e proprio suicidio professionale per chi lavora con le parole. E, ovviamente, non aiuta nemmeno i rapporti interpersonali.

Quando copiare è un’arte si chiama emulazione

“Non puoi immaginare ciò che non esiste. Tu devi imparare a copiare con creatività, ispirati con stile”.

Questa frase di Alessandra Ortenzi mi ha ricordato il libro di Austin Kleon, Ruba come un’artista e una considerazione (un po’ malinconica forse) del mio professore di progettazione grafica alle superiori:

“Tutto quello che si doveva inventare è stato inventato. Non ci resta altro che rielaborare”.

Un’affermazione che in età adolescenziale non è presa molto bene poiché si è in una fase della vita in cui ci si crede speciali ma non si è coscienti della propria unicità.

Il carattere e la personalità sono ancora in fase di definizione e per emergere, paradossalmente, si copiano gli atteggiamenti del compagno di classe che sembra possedere più carisma. L’inventiva fantasiosa la si riscontra nelle tecniche di occultamento dei bigliettini preparati all’ultimo minuto per ottenere almeno la sufficienza in un compito in classe. In una gara continua di contraddizioni e furberie.

Io non sono mai riuscita a copiare. Troppa paura di essere beccata e, se mi riusciva, il senso di colpa mi portava a studiare o a chiedere spiegazioni al secchione della classe per salvarmi dall’interrogazione che mi avrebbe smascherata come impostora. Un’ansia che mi porto dietro anche quando penso al post da scrivere e che ho cercato di spiegare in Citazioni: la sintesi di un’emozione, di un pensiero.

Per quanto riguarda le relazioni sociali, cercavo di adeguarmi al pensiero comune della classe capitanato dagli elementi “più fighi”. Anche in questo non riuscivo molto bene e mi sono aggiudicata più volte il titolo di copiona o succube di questa o quella persona. Una senza carattere, né personalità.

Ne soffrivo? Molto. La colpa però era mia che, fondamentalmente, non mi piacevo per quello che ero e ancora adesso, quando guardo me stessa mi vien da dubitare sulle qualità mentre rimango assolutamente certa dei miei difetti.

Con il tempo mi sono perdonata e ho capito che più che copiare, cercavo di far miei degli aspetti che per me avevano valore ed erano in linea con la mia unicità. Questa si chiama emulazione.

Ci sarà sempre qualcuno un passo avanti a te, se lo copi non otterrai nulla ma, se lo imiti nel modo giusto saprai dare valore alla tua unicità.

Emulare o copiare: una sottile differenza

Immagine via barnimages.com

Emulare o copiare? Una sottile differenza

Un’associazione che mi è parsa subito pertinente con quanto detto da Alessandra Ortenzi mi è giunto, curiosamente, mentre leggevo Soltanto un giornalista di Indro Montanelli. Un passo che mi ha riportato alla memoria un’affermazione, famosissima, di Pier Paolo Pasolini. La proposizione è più o meno questa (abbi pazienza, ho prestato il libro in questione e sto andando a memoria):

“Io sono e sarò sempre, irrimediabilmente, un giornalista […]”.

Quando Pasolini venne espulso dal Partito Comunista disse:

“Malgrado voi, resto e resterò comunista, nel senso autentico della parola”.

Sembra che uno dei due sia stato ispirato dall’altro o viceversa. L’utilizzo delle parole e del loro significato è contestualizzato in due modi diversi e denotano una profonda coscienza e consapevolezza della loro unicità. In comune, un’incredibile e a volte anche profetica, capacità di analisi della realtà sociale e culturale in cui erano immersi.

Quindi, se non c’è un’analisi prima, a che serve copiare poi? A nulla anzi, copiare pedissequamente concetti e pensieri non rielaborati in base all’esperienza che si possiede è come darsi la zappa sui piedi da soli perché:

  • vuol dire che non sai di cosa stai parlando ma non lo vuoi ammettere,
  • togli validità e fondamento a quello che dici,
  • annulli, completamente, la tua personale creatività,
  • dichiari apertamente di non essere sicuro delle tue competenze e della tua unicità

Sul web si dicono spesso e volentieri le stesse cose ma il punto, il succo del discorso, non sta nel trovare l’articolo scritto meglio da poter copiare per poi assumersi chissà quali meriti ma nel dire, trattare un argomento in modo personale e quindi, diverso.

La lingua italiana è ricca di vocaboli e mi pare che in ambito comunicativo si possa raccontare o spiegare un concetto universale (i temi su cui dibattere, sostanzialmente, sono sempre quelli e ben categorizzati in anni e anni di storia della letteratura, classica e romanza. Se non erro, venivano chiamati, al plurale, tòpoi) in mille modi e forme diverse.

Dire che copiare non serve a nulla è una risposta banale per chi, quando rielabora un concetto, parte da un’ammirazione sincera per chi ha saputo renderlo al meglio e, al contempo, possiede una consapevolezza profonda della sua unicità.

N.B. Questo articolo non è altri che una riflessione generale sul confine (sottilissimo) che distingue l’emulazione costruttiva dalla copiatura fine a sé stessa e sostanzialmente inutile. Se l’ho individuato, non lo so, tu che ne pensi?

Photo Credits: immagine in evidenza via Pixabay

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2 Comments

  • Reply Professionale o professionista: c’è una differenza? – paroleombra 30 maggio 2016 at 7:10

    […] infinita e, infatti, è grazie a loro che ho formulato una risposta alla domanda: – A che serve copiare? […]

  • Reply Professionale o professionista: c'è una differenza? – ParoleOmbra 1 aprile 2017 at 22:05

    […] È grazie a queste conversazioni che ho formulato, ad esempio, una risposta alla domanda: – A che serve copiare? […]

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