Scrittura creativa

Pausa racconto: in viaggio con un paio di scarpe Prada, quarta e ultima parte

28 aprile 2016
#PausaRacconto: In viaggio con un paio di scarpe Prada (4)

Eccoci arrivati al capitolo conclusivo della pausa racconto  In viaggio con un paio di scarpe Prada, primo esperimento narrativo di questa piccola rubrica settimanale.

Se scopri ora questa sezione di ParoleOmbra, ti lascio, in sequenza, le puntate precedenti:

Buona lettura e, fammi sapere se questa storiella ti è piaciuta. 🙂

Tornando all’Acquario di Genova. Immenso.

Nell’elemento acquatico sfilavano pesci multicolori e creature marine di ogni tipo.C’erano anche i pinguini reali. Per quanto goffi a terra, diventano eleganti e tracciano arabeschi arditi non appena si immergono. Sono simpatici, come lo sono le razze, che si possono toccare. Queste ultime, abituate ai visitatori, si avvicinavano al bordo vasca e si lasciavano sfiorare le pinne che paiono ali. Al tatto sono ruvide ma, man mano che si procede verso l’esterno, diventano lisce e morbide. Quando si giravano a pancia in su, parevano maschere o fantasmi. Avevano un qualcosa che oscillava tra il buffo e l’inquietante. Mentre lo squalo di adorabile non ha proprio niente. Pietrifica. Malgrado ci fossero 20 centimetri buoni (o forse più) di vetro a separarci, il suo occhio è l’essenza della parola “vitreo”. Girava in tondo, paziente e rabbioso allo stesso tempo. Creatura incredibile, lo squalo.

Al rientro l’auto ci aspettava con le porte anteriori spalancate.

– Mamma, ma hai chiuso la macchina quando siamo uscite? –

– Sì. –

Il viso olivastro di mia madre impallidì e man mano che ci avvicinavamo, l’ansia saliva.

Cd gettati sui sedili, serrature forzate, autoradio estratta a metà. Ladri. Eravamo state via appena due ore. Aprimmo il bagagliaio, le valigie non c’erano più. Rimaneva solo il sacchetto con i libri acquistati a Firenze. Se avessero preso anche quello, avrebbero trovato un segnalibro d’argento.

– Beh, almeno non erano ladri acculturati. Documenti, soldi e rullini ce li ho tutti in borsa. Gli è andata male, non hanno portato via nulla di valore. – Constatai.

– A parte la mia macchina fotografica e il libro sulla vita di San Francesco d’Assisi. –
Affermò mia madre, amareggiata. Più per l’agiografia che per l’oggetto. La visita ad Assisi l’aveva colpita.

– Le mie scarpe Prada. Erano nella valigia, non le ho indossate neanche una volta. –

Avrei potuto indossarle a Genova e a Milano. Poi sarei tornata a casa, le avrei riposte nella scarpiera, nella loro scatola, per poi estrarle per tutte le occasioni importanti. O solo per sentire ai piedi qualcosa di autentico, di bello. Che mi rappresentasse.

#PausaRacconto_In viaggio con un paio di scarpe Prada (immagine via Pexel))

immagine via Pexels

Non andammo a Milano. Quando mia madre provò a girar la chiave di accensione, la serratura era bloccata. Avevano tentato di rubare l’auto ma, probabilmente, erano stati disturbati. Sostare a Milano equivaleva a dare il via libera al primo delinquente di passaggio. Tanto valeva tornare a casa, materialmente defraudate. Prima di lasciare Genova però, sporse denuncia in questura. Non visitammo la città. La vidi sfilare attraverso il finestrino dell’auto mentre mia madre, in preda alla rabbia, imprecava in continuazione.

– Bastardi! – urlò, sporgendosi dal finestrino. Verso una città che veniva inghiottita dalle ombre della sera e un mare che luccicava di nero.

I cittadini che udirono il grido si voltarono perplessi verso l’auto in corsa, inconsapevoli di quanto era accaduto a chi la conduceva. Io mi lasciai scivolare sul sedile e mi coprii il volto con una mano. Un po’ perché mi vergognavo per la reazione materna e un po’ perché lì si concludeva il viaggio. Fino a quel momento era andato tutto bene, c’erano tutti i dettagli positivi di una bella avventura. Genova, invece, si rivelò una disavventura e il sapore amaro aveva avvelenato uno stato d’animo che fino ad allora era stato segnato dall’entusiasmo e dalla voglia di scoprire posti nuovi.

Le scarpe Prada. Non avrei proprio dovuto portarle. Il completo di laurea era divenuto monco di un elemento fondamentale.

In seguito acquistai un altro paio di calzature. Ma non in una boutique in centro.

Le scelsi tra gli scaffali di un magazzino enorme, situato nella zona industriale. Il prezzo era decisamente più conveniente, non era soggetto ai rincari che avvengono nel corso del processo che va dalla diffusione all’ingrosso alla vendita al dettaglio. Erano abbastanza somiglianti alle Prada trafugate. Décolleté anche loro, ma la punta era arrotondata, la finta pelle non era lucida, pareva velluto. Sulla sommità, una fascetta e una pietra finta del colore dell’ambra. Tacco basso. Carine, ma non erano le Prada.

Che cosa rende autentici? Un paio di scarpe di alta moda o i luoghi e le persone banali e straordinarie che ci circondano? È probabile che la risposta giusta stia nella seconda opzione eppure, il possedere le prime è stato un qualcosa di speciale. Difficile da definire perché, malgrado le avessi indossate una volta sola, erano diventate una parte di me. Che mi era stata rubata.

Chi avrebbe indossato quelle scarpe? Magari la fidanzata dello scassinatore. Avrebbe saputo che quelle calzature erano il frutto di un furto e non un pegno d’amore o di apprezzamento? Avrebbero assunto anch’esse un valore affettivo o non sarebbero state altro che un trofeo da sfoggiare sotto gli occhi invidiosi delle amiche? Come sarebbe apparsa una persona con addosso scarpe rubate, prive di storia?

Non potevo rammaricarmene. Avevano certo un nome, ma non era il mio e, questo, non avrebbe fatto alcuna differenza. Nessuno se ne sarebbe accorto. Solo io sapevo che quelle scarpe sarebbero state indossate da una persona diversa da come appariva.

Non ebbi altre occasioni per acquistare un altro paio di scarpe d’alta moda. Non avrebbero comunque sottolineato la persona che ero. Quella era stata una prerogativa delle Prada.

Ora mi sono sufficienti un paio di calzature con un regolamentare tacco 12 per feste e matrimoni mentre, per tutti i giorni, scarpe da ginnastica dai lacci colorati. Rappresentano bene la mia persona, mentre le promesse delle belle vetrine non sono più seducenti come un tempo. Ma sono sempre tanto piacevoli da ascoltare. Strappano un sorriso e un pensiero: chissà, forse un giorno entreranno a far parte di uno dei tanti istanti di autenticità che la vita è sempre pronta a donarti.

Photo Credits: Immagine in evidenza via designerpics.com

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3 Comments

  • Reply #PausaRacconto: lo squalo – paroleombra 16 giugno 2016 at 9:33

    […] Pesci multicolori affollarsi e disperdersi, come foglie mosse dal vento. Sospese a volte. L’acquario di Genova è veramente immenso ma sicuramente troppo piccolo per contenere la varietà delle creature che […]

  • Reply Pausa racconto: lo squalo al di là del vetro – paroleombra 26 febbraio 2017 at 22:56

    […] Pesci multicolori affollarsi e disperdersi, come foglie mosse dal vento. Sospese a volte. L’acquario di Genova è veramente immenso ma sicuramente troppo piccolo per contenere la varietà delle creature che […]

  • Reply Pausa racconto: in viaggio con un paio di scarpe Prada, terza parte – paroleombra 26 febbraio 2017 at 23:12

    […] si è trasformata in disavventura, ma come andrà a finire? Buona lettura con la quarta e ultima parte. […]

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